PIANURA PADANA, QUI DIAMO I NUMERI

Agricoltura, allevamento, clima, inquinamento: come sta succedendo all’ecosistema lombardo?

Distese di campi verdi e dorati intervallati da filari di alberi, il suono delle cicale ritmato dal leggero fruscio del vento che smuove le foglie dei pioppi. Un paesaggio da cartoline, quello delle campagne della Pianura padana, che a un certo punto si scontra con riscaldamento climatico, allevamenti intensivo, sovraccarichi di nitrati, data center e impianti di biogas.  

LOMBARDIA MAGLIA NERA PER CONCENTRAZIONE DI AZOTO  

Un capannone dietro l’altro: suini, bovini, pollame. E, tra un allevamento e l’altro, i campi sono coltivati a prevalenza di mais, destinato alla produzione di mangimi ma anche all’alimentazione di impianti energetici di biogas. 

In quest’area della bassa Pianura padana si trova una delle concentrazioni di azoto più elevate d’Europa. Sono in particolare tre le province coinvolte, come riporta Maria Grazia Bonfanti (ex sindaca di Vescovato, in provincia di Cremona): «In provincia di Cremona, Mantova e Brescia c’è concentrazione della maggior parte degli allevamenti, suini, bovini e avicoli». Qui, per ogni ciclo produttivo (variabile a seconda della specie, in media qualche settimana) sono allevati 3,2 milioni di suini e oltre 1 milione di ovini. 

Nel 2024 è entrato in vigore il nuovo Programma d’Azione Regionale Nitrati 2024-2027 che disciplina l’utilizzo degli effluenti di allevamento, dei digestati, dei fertilizzanti e altre matrici contenenti azoto. Obiettivo è consentire alle sostanze nutritive contenute di svolgere un ruolo utile al suolo agricolo realizzando un effetto concimante o correttivo sul terreno oggetto di utilizzazione agronomica.

Già nel 2021 l’associazione ‘Terra!’ dava i numeri del fenomeno: secondo i dati del rapporto “12 passi per la terra e il clima”, l’agricoltura sarebbe responsabile del 23% delle emissioni di gas serra (anidride carbonica, metano, protossido di azoto). Di questi, l’80% deriverebbe dagli allevamenti. Le stesse stime, menzionano anche la tipologia di gas:  metano (44,7% del totale) e protossido di azoto (59,4%): «Il primo deriva prevalentemente dalla digestione degli animali, il secondo dalla gestione dei loro rifiuti reflui. Inoltre, il comparto dell’allevamento produce 14,2 milioni di tonnellate di CO2eq, mentre altri 5,6 milioni di tonnellate sono ascrivibili allo stoccaggio del letame».

Da qui il tema dello smaltimento dei rifiuti zootecnici. «Qualcuno pensa che lo si possa risolvere potenziando gli impianti che producono energia da biomasse. Si tratta di una soluzione che genera nuove criticità. Infatti, anche gli scarti delle coltivazioni di mais e soia sono utili per produrre energia e sono anche più efficienti. Il proliferare di impianti di biogas innescano una nuova concorrenza nel consumo di suolo, fra i terreni destinati al mangime e quelli finalizzati a produrre energia».

I DATI ARPA LOMBARDIA

ARPA Lombardia, nell’inventario regionale delle emissioni pubblicato a dicembre 2025 stima una emissione di azoto reattivo pari a 51,8 Kt/anno e di ammoniaca gassosa di fonte agricola pari a 62,9 Kt/anno. Tale fonte supporta il 95% delle emissioni regionali di ammoniaca e, nonostante gli interventi di mitigazione attuati, non si rilevano significativi segni di riduzione nell’ultimo decennio.

Una concentrazione che nel 2023 ha portato l’Italia in procedura di infrazione europea per eccesso di nitrati (composti dell’azoto, noti per la mobilità della loro struttura chimica) e rischio di inquinamento delle acque, costringendo Lombardia e Veneto ad adottare programmi d’azione 2024-2027. A livello di bacino padano, l’Autorità Distrettuale del Fiume Po ha coordinato una ricerca inter-universitaria per quantificare il bilancio dell’azoto nel sistema costituito dal bacino del Po e dei suoi principali affluenti. Tale ricerca attesta come i principali apporti azotati vengano veicolati dagli affluenti che drenano i sottobacini lombardi, e in particolare quello del fiume Oglio.

Le quantificazioni di ARPA individuano come principali iniettori di azoto nel sistema i fertilizzanti (304 ktN/anno) e i mangimi importati (191 ktN/anno) che, in aggiunta agli input interni (azotofissazione e deposizione atmosferica), comportano un eccesso di azoto nei corpi idrici pari a 278 ktN/anno, di cui solo il 10% da immissioni da scarichi civili, e la parte restante da fonte agricola.

ALLEVAMENTI INTENSIVI E GESTIONE DEI RIFIUTI ZOOTECNICI  

Quasi il 90% dei suini italiani è rinchiuso nel 10% degli allevamenti, di cui oltre la metà si trova in Lombardia. In cima alla classifica la provincia di Brescia, con 1.289.614 capi concentrati in 2.180 allevamenti. 

La Lombardia ospita il 10% degli allevamenti italiani e il 40% dei capi nazionali, percentuale che sale al 47% se si considerano solo i suini. L’area è la prima regione zootecnica d’Italia. A fine 2024 si contano 5.246.362 bovini e suini (1 capo bovino / suino ogni 2 abitanti lombardi).

Una simile concentrazione produce quantità di deiezioni e resti reflui degli animali complicate da smaltire. L’alta concentrazione di animali in così poco spazio rende questi resti altamente inquinanti perché ricchi di azoto, fosforo e potassio. A tali sostanze vanno aggiunti i farmaci somministrati agli animali, che finiscono con i resti nelle falde acquifere e nell’ambiente. Da ‘Terra!’ spiegano: «Nel corso di un anno, un suino può produrre feci pari a 15 volte il suo peso. È come se in Italia vivesse una popolazione aggiuntiva di 25,5 milioni di persone che vivono scollegate dal sistema fognario».

«Nella Bassa Lombarda (Cremona, Brescia, Mantova), si raggiungono picchi estremi: a Soresina (Cremona) si superano i 40 giorni annui di sforamento dei limiti PM2.5 (le polveri sottili, ndr); a Gonzaga (Mantova) si contano quasi 60.000 bovini e suini in un comune di 8.500 abitanti – oltre 7 animali per residente e 1.198 capi per km²». Si legge nel report di Està realizzato da Terra!, Legambiente Lombardia e Essere Animali, nell’ambito della co-progettazione Agrieco 2.0 (sostenuta da Fondazione Cariplo) pubblicato nell’aprile 2026.

Le emissioni derivanti dagli allevamenti sono rilevabili con analisi scientifiche e test puntuali. L’ammoniaca, insieme agli ossidi di azoto e di zolfo provenienti da altre fonti, contribuisce alla formazione di PM (particolato) secondario, nella cui composizione entra come sali di ammonio. Le emissioni di composti dell’azoto contribuiscono ai cambiamenti climatici, in virtù dell’elevato potenziale di riscaldamento del protossido di azoto, N2O11.

LA GESTIONE DEI RIFIUTI ZOOTECNICI

Gli allevatori decidono autonomamente come gestire i reflui prodotti dall’allevamento. Alcuni hanno un impianto di gestione dei reflui che separa la frazione secca dai liquami, quest’ultimi trattati in vasche aperte tramite un processo di elettrolisi che disperde parte dell’azoto nell’aria prima dello spandimento nei campi tramite impianti di irrigazione o autobotti. 

funzionamento impianto biogas
Il biogas è una delle fonti alternative più utilizzate per la produzione di energia elettrica e calorica rinnovabile. È una miscela di vari gas, principalmente metano e anidride carbonica, ottenuta dalla fermentazione anaerobica di sostanze organiche, come biomasse vegetali e liquami zootecnici. Tramite appositi cogeneratori, il biogas viene trasformato in corrente elettrica, poi ceduta alle aziende elettriche e introdotta nella rete pubblica. L’Unione Europea annovera il biogas tra le migliori fonti energetiche rinnovabili non fossili, che possono assicurare autonomia energetica e favorire la graduale riduzione dell’attuale inquinamento ambientale.

La frazione secca può anche essere portata in alcuni impianti di biogas e biometano dei dintorni. Anche questi impianti, proliferati tra Brescia, Mantova e Cremona nell’ultimo decennio per l’abbondanza di reflui zootecnici e di colture, hanno un ruolo nel conferimento di azoto e altri «nutrienti» nel terreno. il processo di produzione di gas non elimina queste sostanze, che quindi sono presenti nel digestato di risulta, che poi viene anch’esso sparso nei campi come fertilizzante.

INQUINAMENTO DELLE FALDE

Greenpeace sta conducendo una campagna di campionamento delle acque destinate al consumo umano. Per mezzo dei risultati delle analisi, i comitati locali della bassa Lombardia stanno verificando la possibile contaminazione da azoto delle falde. «Dopo aver fertilizzato, l’azoto in eccesso viene dilavato e si trasforma in nitrati» spiega Simona Savini, responsabile della campagna agricoltura per Greenpeace. «I nitrati sono altamente solubili. Finiscono sia nelle acque superficiali sia in quelle sotterranee, e possono creare problemi di inquinamento anche per le acque potabili che pescano in quelle falde».

L’organizzazione ambientalista sta facendo il monitoraggio in diversi Paesi europei. Il progetto è partito dopo che in Danimarca uno studio commissionato dal governo nel 2024 ha messo in relazione eccesso di nitrati nelle acque per consumo umano con aumento delle <strong>incidenze tumorali. Lo studio raccomanda di abbassare la soglia di tolleranza prevista dalle normative per le acque potabili dagli attuali 50 milligrammi al litro ai 4 milligrammi al litro.

IL MONITORAGGIO DEL LIVELLO DI VULNERABILITÀ AI NITRATI  DI REGIONE LOMBARDIA

La regione Lombardia ogni anno pubblica un rapporto dove c’è l’elenco dei comuni vulnerabili o parzialmente vulnerabili ai nitrati. «Nonostante tutta la tecnologia che ci raccontano migliorare l’impatto di questo tipo di agricoltura, il numero dei comuni vulnerabili aumenta. Un quarto dei comuni della regione Lombardia sono totalmente vulnerabili, metà sono parzialmente vulnerabili» afferma Bonfanti.

territorio regionale in Zone Vulnerabili (ZVN) e Zone Non Vulnerabili (ZnVN) ai Nitrati
Nel 2006 Arpa Lombardia ha diviso il territorio regionale in Zone Vulnerabili (ZVN) e Zone Non Vulnerabili (ZnVN) ai Nitrati. Nel 2024, il 60% della superficie lombarda di pianura è stato designato Vulnerabile. L’unità di misura di riferimento è il mg/l NO3(milligrammi/litro).

«Nel corso del 2024 sono state eseguite due campagne di monitoraggio in concomitanza del periodo primaverile e autunnale» spiegano da ARPA Lombardia. «Dei 422 punti appartenenti alla rete di monitoraggio qualitativo analizzati nel corso del 2024, 214 si trovano all’interno delle ZVN (zona vulnerabile). 208 sono posti esternamente alle ZVN. All’interno delle ZVN sono stati monitorati 104 punti appartenenti all’idrostruttura superficiale (ISS). Di questi, circa il 5% ha evidenziato una concentrazione in nitrati superiore al limite di legge (50 mg/l), mentre il 15% circa ha superato il limite di attenzione (40 mg/l)».

Classi di distribuzione Nitrati acque sotterranee 2024
Classi di distribuzione Nitrati acque sotterranee -Valori massimi 2024. Pubblicazione: 12 dicembre 2025. Fonte: ARPA Lombardia

La campagna ha previsto anche monitoraggi all’idrostruttura intermedia e profonda, rispettivamente con 73 e 27 punti di monitoraggio. Per la zona intermedia, i dati non rilevano superamenti dei limiti ma nel 9,5% dei casi hanno superato il limite di d’attenzione. Situazione simile per l’idrostruttura profonda, con il 4% dei campionamento oltre il limite d’attenzione. 

LUNGA VITA AI DATA CENTER

Inevitabili per lo sviluppo tecnologico, i data center sono circa 200 in Italia (73 dei quali in Lombardia), con altri 80 in prossima costruzione. Quattro sono le macro aree interessate: 

  • il polo Nord Ovest del Milanese (Settimo, Rho, Pero, Cornaredo) con Equinix e il Data4 Campus
  • il polo Sud nel Pavese
  • il polo Est di Segrate/Pioltello con le strutture di Ibm Cloud 
  • il polo Bergamo-Brianza. 

L’investimento stimato dall’Osservatorio Data center del Politecnico di Milano è di 7 miliardi di euro negli ultimi 3 anni. I comuni che li ospitano, oltre agli oneri di urbanizzazione e le compensazioni ambientali, ricevono contributi anche per il consumo di suolo. Esemplificativo è il caso di Pregnana Milanese. Il comune, di circa 7 mila abitanti, vedrà costruiti tre nuovi data center in altrettante aree industriali dismesse, per quasi 500 mila metri quadrati di superficie complessiva (un quarto di quella edificabile del paese). Per compensare, l’amministrazione incasserà tra i 25 e i 30 milioni di euro, oltre – secondo il sindaco Angelo Bosani – a vedere bonificate e riqualificate le vecchie aree industriali dismesse.

Rappresentazione di un sistema di raffreddamento ad acqua per i data center
Rappresentazione di un sistema di raffreddamento ad acqua per i data center.

Le potenziali conseguenze ambientali? Perdita di aree verdi, inquinamento dell’acqua, inquinamento acustico, aumento delle temperature fino a 5 gradi.

LA LEGGE REGIONALE DELLA LOMBARDIA PER LA REGOLAMENTAZIONE DEI DATA CENTER

Da maggio 2026 la Lombardia ha approvato una legge regionale che fissa alcuni vincoli nelle autorizzazioni per costruire data center. D’ora in poi sarà la Regione a gestire le pratiche per impianti che necessitano una potenza elettrica oltre una certa soglia.

Questa legge, secondo il resoconto fornito dall’assessore agli Enti locali, Montagna e Risorse energetiche Massimo Sertori, orienterebbe anche i criteri di sostenibilità e responsabilità territoriale. «Il provvedimento – propone Sertori – affronta con serietà le principali criticità del settore. Tra queste il consumo energetico e l’impatto sulle reti rappresentano questioni centrali».

E il tema della risorsa idrica. «La norma promuove tecnologie di raffreddamento ad elevata efficienza e sistemi che riducano il ricorso all’acqua potabile, nella consapevolezza della necessità di tutelare una risorsa sempre più preziosa».

RISCALDAMENTO GLOBALE

L’area mediterranea è un hot spot del cambiamento climatico, una zona in cui gli effetti negativi del riscaldamento globale sono (e saranno) particolarmente evidenti. Ondate di caldo, siccità, intense piogge o gelate incidono sullo sviluppo delle piante, riducendone l’impollinazione e causando variazioni nella quantità e qualità dei prodotti.

Il caldo torrido non colpisce solo gli animali nei capannoni (dove la temperatura può superare i 39 gradi), ma influisce anche nella gestione dell’acqua. Il caldo eccezionale richiederebbe una maggiore frequenza delle irrigazioni del mais, coltura particolarmente idrovora. Da fine giugno però la situazione idrica nella zona di Cremona è critica, con il fiume Po in secca, ridotto a piccolo fiume.

Il Po nei pressi della centrale idroelettrica di Isola Serafini (CR)
Il Po nei pressi della centrale idroelettrica di Isola Serafini (CR)

L’11 luglio il livello del Po, nei pressi di Cremona, segnava -8,53 metri. Il livello dell’acqua ha costretto a svuotamento degli invasi e chiusura di alcune paratoie della diga di Isola Serafini. Tali azioni sono state necessarie per mantenere un livello d’acqua minimo per garantire il funzionamento della centrale idroelettrica. 

Lo scenario prima e dopo lo sbarramento artificiale è opposto: da una parte il Po continua ad essere maestoso, dall’altra la secca avanza inesorabile. A Piacenza il fiume segnava -0,72 metri, sotto il ponte per Castelvetro il livello registrato dagli idrometri di -8,10 metri. 

Leggi anche: Siccità, il Po arretra e il cuneo salino minaccia agricoltura ed ecosistemi 

SICCITÀ E RISERVE IDRICHE IN PICCHIATA: I TIMORI DEGLI ESPERTI

A preoccupare è anche la situazione degli affluenti e, a monte, dei grandi laghi che li alimentano. Le riserve idriche sono in picchiata ovunque con il -17% del Lago Maggiore, -15% il Lago di Como, -18% il Lago d’Iseo e -5% il Lago di Garda. Il dato più preoccupante riguarda, comunque, l’agricoltura: a questi ritmi restano disponibili per l’irrigazione solo 10 giorni di acqua. 

«Stiamo raggiungendo portate che erano state misurate nel 2022, quando l’evento di siccità fu classificato dai ricercatori come evento estremo, con un tempo di ritorno di 600 anni» riferisce Rossano Bolpagni, ricercatore esperto di sistemi idrici dell’Università di Parma. «Il fatto che l’evento estremo si ripresenti dopo quattro anni è una chiamata che dovrebbe imporre a tutti di rivedere il nostro rapporto con la risorsa idrica».

Bolpagni prosegue chiarendo come la siccità interagisce con la capacità di terreno e sistemi idrici di gestire l’azoto, che riesce a spingersi sempre più in profondità avvicinandosi alle falde. «Qualche anno fa i modelli meteorologici ci davano la probabilità di avere ondate di calore di questo tipo, con una durata di circa nove giorni, al 2050. Quindi noi 25 anni prima rispetto ai modelli abbiamo una situazione che è già molto più critica».

The Good
The Bad
Martina Carioni

Nata nelle campagne cremasche, dopo un percorso di studi tra comunicazione e marketing, inciampo nel giornalismo. Attenzione verso il territorio e la sua componente sociale sono temi che accompagnano le mie giornate. Scrivo di politica interna e criminalità organizzata.

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