Lo spray urticante, meglio noto come spray al peperoncino, entra nelle carceri italiane. A partire da gennaio è in corso una sperimentazione di questo strumento “non letale”, pensato per fronteggiare situazioni di pericolo come le aggressioni al personale. Lo ha comunicato Donato Capece, segretario del Sappe, il sindacato autonomo degli agenti, in un articolo pubblicato sul sito della Polizia Penitenziaria. La prova durerà sei mesi, al termine dei quali una commissione ne valuterà effetti ed efficacia. Intanto si aprono interrogativi sui rischi per la salute dei ristretti. Ne ha parlato Pasquale Prencipe, membro dell’Associazione Antigone, impegnata a tutelare i diritti dei detenuti e a rafforzare le garanzie nel sistema penale e penitenziario.
Quali sono le criticità e i rischi dell’uso dello spray urticante?
Lo spray verrà utilizzato solo in situazioni di pericolo, come un modo per tutelare la gente. È vero, non è considerata un’arma, ma è comunque in grado di provocare un intenso bruciore, difficoltà respiratorie e temporanea cecità. Nei luoghi esterni, va sottolineato. Perché si tratta di uno strumento che viene sconsigliato in ambienti chiusi, visto che si potrebbero contaminare terze persone. Ma io chiedo: quale luogo è più chiuso di un carcere? Perché questa circolare non fa riferimento solo alle aree esterne, ma si parla anche delle camere di pernottamento e degli spazi dedicati all’attività. Tutti luoghi chiusi.

Ci sono delle regole che gli agenti devono seguire?
Sì, ci sono delle regole d’ingaggio, ma la circolare è molto scarna. Come sempre c’è un lato oscuro. Si legge che lo spray non deve avere una gittata superiore a 3 metri. Ciò significa che gli agenti devono fare dei corsi di formazione specifica perché, per colpire un riottoso da quella distanza, devi avere la precisione di un cecchino. Si parla poi di individuare situazioni specifiche di intervento. Bisognerebbe capire quali sono, ma diventa difficile farlo.
La notizia è stata comunicata sul sito della Polizia Penitenziaria, ma il documento ufficiale è difficili da reperire
Questo è un paradosso. Trovo assurdo che comunicazioni e informazioni così rilevanti si scoprano solo leggendo il sito della Polizia Penitenziaria. Non si fa altro che accentuare l’invisibilità del contesto penitenziario, già segnato da varie criticità che si accumulano nel corso degli anni. A partire dal sovraffollamento che aumenta sempre più: verso fine dicembre il Italia era del 138%. Vuol dire che su 100 posti effettivi c’erano almeno 140 detenuti. A San Vittore il tasso è del 231%. Ma ce ne sono anche delle altre, come la differenza di personale o i problemi di effettività di diritti. Primo tra tutti il diritto alla salute: ci sono stanze dove otto detenuti condividono un unico bagno, mentre i corridoi sono pieni di muffa. Si tratta di interventi pensati come “atti a migliorare la situazione”. Ma è davvero così?

Crede che questa misura servirà a prevenire le risse?
Noi siamo abbastanza critici. È uno strumento che potrebbe produrre più danni che altro. Invece di agire per reprimere, si potrebbe trovare un modo per prevenire questi episodi. Non metto in dubbio che gli agenti abbiano bisogno di “mezzi” per proteggersi, dato che all’interno del penitenziario non possono portare armi. E un terzo dei ristretti sono tossicodipendenti o hanno problemi psichiatrici diagnosticati. Però, forse, non è questa la strategia migliore. Anche perché spruzzare spray al peperoncino, com’è stato visto in altre vicende, provoca situazioni pericolose. Di panico e di fuga non facilmente gestibili. Ma poi, è ovvio che stando in uno spazio chiuso si creerà una nuvola di vapore urticante che potrebbe colpire anche gli agenti.
Si è già pensato a come aiutare i detenuti e far rientrare gli effetti fisici provocati dallo spray
Sono previsti strumenti volti al rientro della situazione, al recupero di quelli che possono essere degli effetti negativi. Dopo che hai sparato lo spray, potresti avere tante persone che hanno dei problemi di salute e che vanno aiutate. Il problema, però, è che all’interno dei penitenziari ci sono pochi medici. Ma soprattutto, il sistema sanitario è lento, perché per organizzare delle visite specialistiche devi andare in ospedale e devi firmare molti documenti. Per rendere meglio l’idea: abbiamo ricevuto una lettera di un detenuto che raccontava di essere entrato in carcere con un prurito all’occhio. Adesso, dopo un anno, ha perso quell’occhio e inizia ad avere problemi all’altro. Ma poi, ci sono dei ristretti che hanno diverse patologie. È troppo rischioso.

Considerando che i rapporti tra i ristretti e il personale non sono sempre facili, quali rischi questo test potrebbe avere sul clima all’interno delle carceri?
Il rapporto tra custodi e custoditi è sempre stato conflittuale, e si acuisce nei momenti in cui le problematiche sono maggiori. Questo è l’ennesimo strumento che porta a sbilanciare il loro rapporto. E che sicuramente potrà portare all’acuirsi di questo rapporto tra custodi e custoditi. Si dà maggiore potere agli agenti.
Avete avuto dei riscontri diretti o delle lamentele da parte dei carcerati?
Guarda, riscontri interni effettivi no. O almeno, non ancora. Anche perché la circolare non è chiara. Non si fa riferimento a istituti precisi, quindi non abbiamo la possibilità di riuscire a capire se la sperimentazione sia iniziata. Dove, come e quando. Però, se dovessi prevedere una risposta da parte di alcuni detenuti, ti direi che c’è grande timore. La paura degli abusi di questo strumento.
Ha spiegato che ci sono dei problemi di comunicazione con l’esterno. Invece, all’interno com’è la situazione, i detenuti sono al corrente di questa misura?
Paradossalmente credo che la difficoltà che abbiamo avuto noi nell’avere questa informazione, potrebbero averla avuta anche i detenuti. A volte è capitato che ricevessero notizie su decisioni che li riguardavano dalla televisione. È un modo di fare sbagliato, ma non stupisce: è un mondo invisibile agli occhi di molti. Sicuramente quando gli operatori avvertiranno i ristretti, se ancora non lo hanno fatto, dovranno tenere a mente che la prima reazione sarà quella della paura. Io mi spaventerei al posto loro. Non pensare a un modo per prevedere la paura o comunque il contenimento della paura è un problema.
La sperimentazione è estesa anche alle carceri minorili?
Non abbiamo informazioni a riguardo e nella circolare non viene specificato, ma è probabile. Nulla vieta che questa misura sia utilizzata anche in istituti minorili, nonostante siano due dipartimenti diversi, con una propria gestione. Da un lato abbiamo dei minori, o comunque ragazzi di 25 anni, che dovrebbero essere educati; dall’altro, invece, c’è un carcere adulti volto alla rieducazione. Però, ad oggi si sta cercando sempre più di avvicinare i due sistemi.

Come si sta muovendo Antigone di fronte a questa sperimentazione?
Noi continuiamo a lavorare per tutelare i diritti umani dei ristretti, analizzando i problemi delle condizioni detentive. Infatti, nel prossimo rapporto, sia quello sulle carceri minorili, sia quello sui penitenziari degli adulti, approfondiremo al meglio questi aspetti. Sarà passato già qualche mese, quindi probabilmente riusciremo a fare un’analisi dell’applicazione di questa sperimentazione. Non facciamo solo ricerca, ma abbiamo già organizzato delle campagne pubbliche e il nostro obiettivo è quello di ottenere al più presto un dialogo con le istituzioni. Il nostro ruolo di associazione indipendente è lanciare allarmi, essere presenti a fornire strumenti di lettura e chiarimenti su ciò che avviene nelle carceri italiane. Perché si deve sensibilizzare il pubblico sugli interventi normativi e tecnici che si fanno.
Esistono delle misure alternative non invasive che sono più efficaci per la gestione delle situazioni critiche all’interno dei penitenziari?
Non è una risposta facile, ma di certo non si dovrebbero utilizzare armi o strumenti affini per risolvere i conflitti. Fermo restando che non si deve sottovalutare la gestione di questi episodi da parte degli agenti, perché si sa che non è semplice. Però, diciamo che in una scala di interventi, partiremmo da altro: più che agire sull’ordine pubblico, si deve iniziare ad agire sui motivi per cui la gente finisce in carcere. Serve fare prevenzione. Come? Iniziando a investire sul welfare sociale, sulle persone che sono ai margini, perché oggi la popolazione detentiva è l’ultima degli ultimi. Poi, arrivano varie circolari che limitano ancora di più i diritti dei ristretti. Una, ad esempio, riduce il tempo che il detenuto passa al di fuori della cella. E c’è anche il decreto sicurezza, che introduce il reato di rivolta penitenziaria. Anche lì, si fa una narrazione sbagliata sui media.
In che modo?
Nei media tradizionali e nel racconto dei sindacati si parla sempre di rivolte, ma in realtà spesso non lo sono. Si tratta di proteste fatte da detenuti che hanno istanze precise, per migliorare le loro condizioni detentive. Perché avvengono gli incendi in una cella? Non hanno l’acqua calda. Ma ci sono tante altre ragioni: mancanza di attività educative, di opportunità di lavoro o perché non ci sono medici. Sicuramente ci saranno sempre soggetti che reagiscono per mentalità deviante. Però, è bene sottolineare che molte volte si fa una generalizzazione sbagliata, decostruendo le vicende.
Lo scorso 17 novembre si è iniziato a provare a utilizzare le bodycam nei penitenziari
La sperimentazione avverrà in 57 istituti per adulti, ma anche a Castel del Mar, un carcere minorile. Eppure non abbiamo ancora avuto delle segnalazioni. La premessa necessaria è che l’Italia è uno dei Paesi più indietro sugli strumenti di identificazione degli agenti impegnati in attività di ordine pubblico. Secondo le normative europee, le bodycam sono strumenti che tutelano il detenuto e l’agente. Ma leggendo questa circolare l’intento è un altro: appare chiaro che siano a garanzia prima delle forze dell’ordine e poi delle denunce.

Da cosa lo deduce?
Sono tanti elementi che lo fanno capire. Innanzitutto, le bodycam non hanno uno schermo, quindi gli agenti non potranno vedere cosa inquadrano. In più le registrazioni saranno visionabili solo dal personale autorizzato, escludendo l’operatore che li utilizza. Sarà il comandante di reparto o un personale da questo delegato a stabilire se il video abbia rilevanza o meno. E se è definito rilevante, lo si conserva per sette giorni e poi viene cancellato. Poi si legge che queste videocamere non saranno sempre accese, ma verranno utilizzate soltanto in presenza di eventi precisi, in caso di emergenza o autorizzato. E sarà sempre il comandante a stabilire in quali sezioni verranno indossate. Tutti questi elementi messi in ordine fanno capire che non è uno strumento a tutela di entrambi, ma solo degli agenti. Questo però non significa che le bodycam non siano valide.
Come potrebbero essere utilizzate allora?
L’ideale sarebbe stilare delle regole d’ingaggio chiare e bilanciate, che siano a tutela di tutte le parti. Le bodycam dovrebbero essere sempre funzionanti e non accendersi solo quando vogliono gli agenti. È bene poi che siano attive in tutto l’istituto penitenziario, riprendere i corridoi, le scale e gli spazi blu. Ma soprattutto dovrebbero avere una memoria di almeno sei mesi. Per adesso, per come sono state pensate, trasformano il carcere in un luogo di ordine pubblico. E lo stesso fa lo spray al peperoncino.