Mario Giordano ci riceve nel suo ufficio all’ottavo piano in uno dei palazzi del quartier generale Mediaset di Cologno Monzese. Da Pinocchio a Studio Aperto, dalla carta stampata alla tv, il conduttore di Fuori dal coro si racconta tra ricordi, taccuini, amici e famiglia.
Tutto inizia tra Alessandria e Canelli. La passione per il giornalismo arriva da bambino, si ricorda come?
«No, mi ricordo solo che i miei genitori mi regalarono un taccuino mentre eravamo in vacanza. Avevo sei, forse sette anni. Da lì ho iniziato a scrivere cose».
Quali cose?
«Raccontavo quello che vedevo, cose di tutti i giorni. Ancora oggi, per me il giornalismo è l’esigenza di raccontare. Poi alle medie ho avuto una straordinaria professoressa di italiano. Ci faceva scrivere dei quaderni con le nostre osservazioni quotidiane. Li chiamava “le cronache”. Me li leggeva, me li correggeva e mi incoraggiava ad andare avanti».
Li ha ancora?
«Tutti».
L’altra opzione era fare l’astronauta, però ha detto che le faceva paura. Anche fare il giornalista può essere pericoloso.
«Sì, in seconda elementare scrissi: “da grande voglio fare il giornalista o l’astronauta, ma l’astronauta è pericoloso perché sulla Luna non c’è l’aria e quindi farò il giornalista”. La mia maestra mi disse che anche fare il giornalista era pericoloso, ma soprattutto mi disse di tenere i piedi per terra. Ho sempre cercato di farlo, non so se ci sono riuscito».
Inizia giovanissimo a Il nostro tempo, poi passa all’Informazione e nel 1996 approda a il Giornale di Vittorio Feltri. Che ricordi ha di quei tempi e di quel giornalismo?
«Anche qui sono fuori dal coro: secondo me il giornalismo non cambia. Io faccio il giornalista adesso come lo facevo ai tempi di Affittopoli. Non ho nostalgia. I ragazzi che coordino fanno inchieste come facevamo noi: escono, girano, verificano. Però sono cambiati gli strumenti: prima per vedere un atto della Corte dei conti, dovevi andare alla Corte dei conti. E poi non c’era la legge sulla trasparenza, avere un documento pubblico era molto più complicato. Quando ero a Il nostro tempo impaginavamo ancora in fotocomposizione, con le strisce di cera. Ma lo spirito del giornalismo è immortale, resterà sempre quello».
L’insegnamento più importante del “direttorissimo”?
«Una volta mi fece fare un’inchiesta sul fallimento della Federconsorzi, un carrozzone enorme della Prima Repubblica. Mi mandò da uno dei liquidatori per raccogliere dei documenti. Quando tornai indietro andai nel suo ufficio, lui era chinato a scrivere e gli dissi: “Direttore guarda che qui tiriamo in ballo questo politico, quel ministro, quel partito”. Lui sollevò la testa e disse: “A me che cazzo me ne frega, scrivi quel che devi scrivere”. Ecco, questo è l’insegnamento più grande che mi ha dato Vittorio Feltri: “a me che cazzo me ne frega”».

La tv arriva nel 1997, Gad Lerner la prende a Pinocchio e lei diventa il “grillo parlante”. Come sono ora i suoi rapporti con Lerner?
«Praticamente nulli, purtroppo. Tra l’altro, anche se ormai faccio tv da trent’anni, continuo a considerarmi in prestito perché quando sognavo di fare il giornalista pensavo di scrivere. Quando facevo la scuola di giornalismo non mi facevano neanche avvicinare al microfono. Ho una voce e una faccia che, per la televisione, sono il contrario di quello che dovrebbero essere. Invece quello che era, e per me resta, un difetto fisico è diventato uno strumento di comunicazione».
Editorialista, direttore, conduttore, autore. Per dirla in modo anglosassone, la sua cup of tea?
«L’importante è avere la necessità di comunicare, poi si usano tutti gli strumenti che si hanno a disposizione. Io ho avuto la fortuna di dirigere i Tg, un quotidiano, creare una rete all news, però non c’è una cosa che dico: “quello”. Anche scrivere libri, ad esempio, mi piace moltissimo».
A proposito, ha già un’idea sul prossimo? Romanzi erotici esclusi.
«No, non lo so (ride ndr)».

Nel 2000 prende il timone di Studio Aperto da Paolo Liguori e lo rivoluziona: cronaca rosa, gossip, immagini patinate.
«Eravamo in un periodo di profonda rivoluzione, Studio Aperto era il primo telegiornale digitale, io ero un direttore giovanissimo, avevo 34 anni. Il Tg era stato spostato dalle 19:30 alle 18:30, un orario abbastanza inusuale, oggi alle 18:30 ci sono i pomeridiani. La mia intuizione è stata quella di trasformare il Tg sostanzialmente in un pomeridiano. Quindi un Tg di cronaca, di costume, con un linguaggio nuovo. Funzionò. E poi ho cominciato ad applicare i criteri del marketing all’informazione, ad esempio, per catturare il pubblico, cercavo di mandare i servizi più forti quando Canale 5 era in pubblicità. Oggi è normale, ma nel 2000 sembrava un’eresia».
Ha quattro figli. La immagino uscire di casa molto presto e rientrare piuttosto tardi. Quale è il punto di equilibrio tra lavoro e famiglia?
«Una moglie straordinaria con cui sono sposato da 34 anni e che è riuscita a compensare le mie assenze. Senza di lei sarebbe stato difficile mantenere il rapporto con i figli. Quando qualcuno di loro aveva dei problemi ho sempre cercato di organizzare dei momenti particolari, magari li portavo a fare un viaggio a due per parlare, per cercare di approfondire un rapporto che, soprattutto nell’adolescenza, rischiava di rompersi. Oggi abbiamo un rapporto molto bello, due sono ancora a casa e due vivono da soli. Ho anche tre nipoti».
La cosa più fuori dal coro che ha fatto?
«Sul lavoro è Fuori dal coro».
Ha precisato “sul lavoro”. Nella vita?
«No, nella vita non ho fatto grandi cose fuori dal coro. Sono abbastanza ordinario (sorride ndr)».
A Claudio Sabelli Fioretti disse che è contrario alle rubriche.
«La rubrica rischia di diventare un po’ la stanchezza del giornalismo. L’articolo, il servizio televisivo devono nascere dall’esigenza di dire qualcosa, non per riempire uno spazio. Io odio quando facciamo le riunioni e sento: “Come lo riempiamo?” Noi non dobbiamo riempire. Abbiamo l’occasione di avere uno spazio e dobbiamo usarlo per dire delle cose che abbiamo l’urgenza di dire. E si capisce se uno dice una cosa perché ha l’urgenza di dirla o perché deve fare il compito e riempire lo spazio».
Su La Verità ha scritto di essere contro gli “editoriali chic”. Che cosa sono?
«Io faccio giornalismo ruspante e ogni tanto vengo guardato con un po’ di disprezzo. Vengo visto come populista, sovranista… Poi ci sono i giornalisti che stanno nelle terrazze chic e pontificano».
Qualche nome?
«Non farmi fare nomi».
Giornalisti amici e nemici?
Nemici no, i giornalisti che polemizzano con i giornalisti fanno ridere. Poi può capitare perché si hanno idee diverse. Giuseppe Cruciani è un amico con cui in questo momento condivido molte idee sulla legittima difesa, ma sul tema delle prostitute siamo in disaccordo. Capita di essere in disaccordo, di scontrarsi, ci mancherebbe altro, però credo che l’oggetto della polemica dei giornalisti deve essere il palazzo.

Il retequattrismo.
«Il retequattrismo è una rivoluzione che, grazie a una straordinaria intuizione di Piersilvio Berlusconi, ha trasformato una rete di telenovelas in una rete di informazione con un’anima popolare. Sembrava un’operazione impensabile. Anche noi che ci abbiamo lavorato facevamo fatica a credere che potesse avvenire una cosa del genere. A incarnare perfettamente quest’anima fin dall’inizio è stato Paolo Del Debbio».
Che rapporti ha con Del Debbio?
«Penso sia uno dei miei migliori amici».
Glielo chiedo alla Sal Da Vinci: sarà per sempre Mediaset?
«Per me sì. In questa azienda ho avuto l’opportunità di dirigere i Tg, di creare un canale all news, di fare programmi con la massima libertà. Poi bisogna essere d’accordo in due per dire “per sempre sì” (sorride ndr)».