«Se loro si alleano, noi cosa facciamo?». A mettere il tema sul tavolo della discussione è Pietro Basile, referente provinciale di Libera Milano. L’associazione fondata da don Luigi Ciotti nel 1995 si è costituita parte civile del processo Hydra, l’inchiesta della Procura di Milano che ha portato alla scoperta di un consorzio tra mafie che ha fatto della Lombardia il suo quartier generale.
Lo scorso 19 marzo è iniziato il processo ordinario. A gennaio si è invece concluso il rito abbreviato. Quasi 500 anni di carcere complessivi per i 62 imputati, 11 i reati contestati a vario titolo – di cui 24 condanne specifiche per associazione mafiosa -, oltre 450 milioni di euro confiscati. Questi i primi numeri che destrutturano il Consorzio lombardo. La risposta della società civile non si è fatta attendere. «Si dice sempre che la criminalità è organizzata. Questa volta lo siamo anche noi. Se le mafie si alleano, noi non possiamo di certo dividerci» il monito deciso di Basile.
Libera si è costituita parte civile del processo Hydra. Cosa rappresenta questa inchiesta per l’antimafia sociale nel nord Italia?
«Hydra rappresenta l’unione e l’alleanza tra le tre principali mafie italiane, alleanza benedetta dalle case madri. Non è una sperimentazione qualsiasi, è la scelta deliberata delle mafie che ultimamente stanno agendo molto bene in una doppia veste: quella della tradizione, che li espone ai traffici criminali noti (stupefacenti, istruzioni, usura, armi), e il capitolo rafforzato di recente dell’arsenale finanziario. Questo elemento complica spiegare le nuove mafie perché bisogna spiegare cos’è la bancarotta fraudolenta, le false fatturazioni, le frodi fiscali, le frodi sui super bonus… Per l’antimafia sociale, il tutto si traduce in uno sforzo di comprensione del fenomeno e necessità di unione del fronte antimafioso della società civile. Oggi la stessa Hydra ce lo propone in modo chiaro: se le mafie si alleano, noi cosa facciamo? Non possiamo di certo dividerci davanti alla loro compattezza».
Hydra è anche l’ammissione di avere le mafie in casa, nascoste alla luce del sole.
«Mi conforta una cosa: oggi la difficoltà è spiegare le mafie per come sono, partendo dal presupposto che le mafie qui ci sono. La sfida è combattere l’indifferenza più che rendere consapevoli. Se vuoi è un rischio anche peggiore perché permetterebbe, come dice don Luigi, alla criminalità organizzata di diventare criminalità normalizzata, una cosa con la quale si possa convivere».
Libera promette di esserci e di tenere aggiornata la società civile di quanto succede in aula con Hydra. Come si traduce e come si tradurrà questo impegno?
«Abbiamo due esperienze precedenti che ci aiutano: la costituzione a parte civile nel processo contro Carlo Cosco per l’omicidio Lea Garofalo e la recente vicenda del processo Mazzotti. In entrambi i casi abbiamo seguito le vicende processuali e le abbiamo raccontate con tecniche diverse: dalla restituzione alla cittadinanza attraverso incontri specifici, al racconto nelle scuole, ma anche costruendo un apparato di informazione tra social e strumenti più classici. La nostra è un’azione informativa e formativa, che da una parte deve coprire una carenza che abbiamo registrato e porre il tema affinché anche la stampa tradizionale se ne occupi. E poi il coinvolgimento delle scuole nel processo, indispensabile per mantenere consapevoli le nuove generazioni. I giovani sono ben più consapevoli di quanto il mondo degli adulti riesce a immaginare».
Quali progetti propone Libera Milano alla città?
«Proponiamo cinque percorsi principali alle scuole milanesi. Abbiamo percorsi sui beni confiscati, sulle mafie al nord, percorsi di memoria anche legati a giornate particolari come il 23 maggio (anniversario della strage di Capaci legata a Giovanni Falcone) o il 21 marzo (la Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie). Il progetto ‘Pensare Liberi’ è dedicato alla corresponsabilità intesa come attenzione a quello che accade intorno al mondo giovanile e ad alcune dinamiche criminali che inconsapevolmente si finisce per adottare. E poi le testimonianze dei familiari delle vittime innocenti di mafia».
Il 21 marzo è una data fondamentale per Libera. Cosa rappresenta la Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie per te e per l’associazione?
«Il 21 marzo è fondativo di Libera. Chi si avvicina all’associazione si accosta all’idea di don Luigi Ciotti, che ha sentito la necessità di una coalizione contro le mafie intorno a un’idea concreta e semplice che era quella di ricordare chi da innocente aveva perso la vita per colpa della criminalità organizzata. Per me questa data è importante anche perché credo che la nostra sia una nazione con tanto passato ma con poca memoria, con poche cose che si cristallizzano e diventano patrimonio comune. Fare memoria significa fare un servizio al Paese. Dal mio punto di vista questa è una cosa cruciale, che rafforza ancora di più la mia convinzione verso questa associazione».
“Non basta avere le mani pulite se le teniamo in tasca”. Questo estratto del discorso pronunciato a Torino il 21 marzo da don Luigi Ciotti è diventata la frase simbolo di questa giornata. I milanesi, queste mani pulite, dove le tengono?
«La storia di Milano dice che i milanesi sono ben in grado di mettere in opera le mani. Fin qui chi ha le mani pulite effettivamente le ha tenute in tasca, noi stiamo chiedendo che le tirino fuori. L’abbiamo fatto in modo concreto, decidendo di essere parte civile del processo Hydra, facendo un monitoraggio civico, producendo anche report sui Giochi olimpici Milano-Cortina. Abbiamo posto l’accento sulle disuguaglianze e su un modello di città che non ci convince e quindi chiedendo ai milanesi onesti che possono vantare delle mani pulite di tirarle fuori da quelle tasche. Don Luigi, nello stesso discorso, diceva che tenere le mani in tasca, anche se pulite, significa essere comunque complici e noi non vogliamo esserlo».
E le nuove generazioni?
«C’è un dato oggettivo che riscontriamo: l’antimafia della mia generazione e di quelle che la mia l’avevano preceduta, era un’antimafia più semplice. I giovani di oggi hanno a che fare con un fenomeno mafioso che va spiegato perché è molto meno vistoso ed è ben più complesso rispetto alle mafie che spargevano sangue. Ingaggiare i giovani in questo discorso significa ingaggiarli su una complessità che va sviluppata, dipanata e sviscerata».