IL CRITICO PAOLO MEREGHETTI DOPO LE DIMISSIONI: «CREDO CHE LE SCELTE DEI MEMBRI SIANO STATE IDEOLOGICHE»

Resta alta la tensione al Ministero della Cultura. Dopo l’esclusione dai fondi pubblici di film come Tutto il male del mondo sulla storia di Giulio Regeni, diretto da Simone Manetti e già vincitore del Nastro della Legalità 2026, si sono dimessi due membri della commissione che attribuisce i finanziamenti ai prodotti cinematografici: lo story editor Massimo Galimberti e il critico cinematografico del Corriere della Sera, Paolo Mereghetti. Proprio Mereghetti ha raccontato a MasterX le motivazioni della sua decisione e il funzionamento dell’assegnazione di questi fondi. 

Come mai si è dimesso?

Mi sono dimesso perché non condivido alcune scelte fatte dalle altre due sottocommissioni per i contributi selettivi. Scelte che mi sembravano abbastanza indicative di una visione della cultura che non condivido. E, anche se non avevo responsabilità dirette nella bocciatura del documentario sul caso Regeni e di altri film, mi sembrava giusto dimostrare che in quel gruppo io non mi sentivo a mio agio.

Secondo lei perché non hanno dato i fondi al documentario su Giulio Regeni?

Le ragioni non riesco proprio a immaginarle. Anche ammesso che questa sottocommissione lavorasse con una forte impronta ideologica, come in qualche modo rivendicato dal governo, dal ministro e dal responsabile della commissione cultura, faccio fatica a capire come si possa bocciare, in nome dei criteri che guidano le assegnazioni, il documentario su Regeni. Forse c’è stata una certa superficialità. 

Quali sono i criteri in base a cui si scelgono i film a cui dare i fondi?
Il documentario “Tutto il male del mondo” su Giulio Regeni.

La legge non permette di finanziare tutto quello che si vuole, mette dei paletti. Infatti, ci sono dei numeri massimi di opere che possono essere finanziate per ciascuna categoria e questa sottocommissione forse ha pensato che altri film fossero più interessanti. Alfredo il “Re della tagliatella” ha ottenuto i finanziamenti ministeriali, così come la storica Taverna Anema e Core di Capri, e non mi sembrano scelte condivisibili. Teoricamente i criteri dovrebbero rispondere a una qualità artistica di scrittura e di realizzazione di buon livello. Dovrebbero difendere e portare avanti l’identità nazionale, in alcune categorie è proprio esplicitato. E ancora, dovrebbero avere alla base un progetto attivo e solido. Caratteristiche che tuttavia non sono state considerate sufficienti per il film su Giulio Regeni.

Ci sono, secondo lei, altri film che avrebbero meritato i fondi che sono stati esclusi? 

Penso ad esempio a quello di Antonio Albanese, Lavoreremo da grandi, e a quello di Roberto Andò, Ferdinando Scianna – Il fotografo dell’ombra, che è stato anche presentato a Venezia ed è in cinquina per il David di Donatello. Non riesco a capire come abbia potuto essere bocciata anche un’opera del genere, che tra l’altro parla di una delle eccellenze della cultura italiana. Ferdinando Scianna è uno dei più grandi fotografi conosciuti al mondo e il documentario non affronta nessun tipo di scoglio politico. 

Va specificato, però, che le valutazioni sono sempre un po’ aleatorie, anche perché teoricamente la commissione non lavora sulla visione dei film, ma sulle domande e sul materiale che le viene mandato prima che il film sia stato realizzato.

Quindi i fondi vengono dati prima o dopo la realizzazione del film?

Teoricamente dovrebbero essere dati prima della realizzazione del film. Però ogni volta bisogna fare delle istruttorie lunghissime e abbastanza defatiganti per capire se tutti gli elementi che vengono portati insieme alla domanda rispettino i criteri. Queste cose hanno portato a dei ritardi, che si sono sommati ad altre problematiche, come il cambio di direzione del cinema. E siccome i film spesso hanno dei finanziamenti che non si limitano solo a quelli selettivi dello Stato, ma comprendono anche quelli automatici come il tax credit e quelli di altri coproduttori, questi sono stati registrati e terminati prima del verdetto del Ministero della cultura. 

Il critico cinematografico Paolo Mereghetti.
Come funziona la commissione?

C’è un’unica commissione composta da 15 persone, adesso 13 perché ci siamo dimessi in due. Questa commissione è stata suddivisa dal nuovo direttore generale Giorgio Brugnoni in tre sottocommissioni da 5 membri ciascuna per facilitare il suo compito. Questo perché prendere in 15 persone le decisioni su un unico film rischiava di trasformare la discussione in un mercato. Ad ogni sottocommissione vengono assegnati dei prodotti. C’è chi si deve occupare delle opere di interesse nazionale, chi dei film di autori giovani, chi delle sceneggiature da scrivere, chi dei documentari, chi dei film a cartone animato. 

I membri della commissione vengono scelti per appartenenza politica?
La targa del Ministero della cultura.

Sicuramente la maggioranza delle persone che sono state scelte per votare in questa tornata – che erano state scelte in parte dal ministro Gennaro Sangiuliano e poi confermate (e in parte integrate) dal ministro Alessandro Giuli – non erano persone di sinistra. Io ero una specie di caso raro. Forse servivo proprio da “foglia di fico”. Perché quando Giuli, subito dopo la nomina nel 2024, è stato interrogato sulle persone che Sangiuliano aveva scelto, aveva citato il mio nome proprio per dimostrare che le scelte non erano state ideologiche. Però ho paura che non sia così, anche se non ho sicuramente le prove per dimostrarlo.

Nelle sottocommissioni serve l’unanimità dei membri per dare i fondi a un film?

Di solito sì. Diciamo che quando siamo in cinque cerchiamo di discutere e trovare un accordo tra persone civili. Per cui qualche volta uno può anche non essere d’accordo e vince la maggioranza,  però solitamente queste votazioni vengono considerate all’unanimità. Però, nel caso dei fondi al documentario su Regeni, per la prima volta Galimberti ha preteso nella sua sottocommissione che fosse messo a verbale il fatto che lui non era d’accordo che la cosa non passava all’unanimità. Proprio perché gli sembrava che le scelte fossero assolutamente contrastanti rispetto al suo pensiero.

Questi ritardi non rischiano di disincentivare la produzione dei film, soprattutto da parte degli indipendenti?

Assolutamente sì. Soprattutto i piccoli produttori sono stati puniti moltissimo da questi ritardi e dalle nuove regole che vengono messe. I grandi produttori non hanno questi problemi, anche perché ormai sono passati quasi tutti al società estere. Per esempio, l’ultimo film di Checco Zalone l’hanno prodotto i francesi, perché l’Indiana è al 100% controllata da una società francese.

Manuela Perrone

Da sempre innamorata del giornalismo, mi appassiona scrivere di Spettacoli e di Esteri. Chi mi conosce lo sa: passo la giornata ad ascoltare musica e a parlare di musica, anche se ogni tanto Donald Trump interrompe la mia routine. Ho collaborato con la redazione Spettacoli di News Mediaset, realizzando servizi tv per Studio Aperto.

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