Prima di essere una definizione, l’Hikikomori è una storia personale. Lorenzo oggi ha 20 anni, frequenta il primo anno del Conservatorio, suona il pianoforte e insegna musica. Durante l’adolescenza, però, si è ritirato dal mondo per quasi tre anni. In questa intervista racconta il suo percorso: l’inizio dell’isolamento, il rapporto con la famiglia e con gli amici, la scuola, la musica come rifugio e il ritorno alla vita sociale. Una testimonianza che invita a guardare oltre la porta chiusa, con la consapevolezza che riaprirla può essere possibile.
Com’è iniziata?
Io sono diventato Hikikomori quando sono arrivato in prima superiore. Fino alle medie (avevo 13 anni), ho vissuto un’infanzia normale, tranne per il fatto che quando avevo 7 anni è morto mio padre. Penso che questo sia stato l’evento che ha favorito la situazione, perché ho sempre negato la cosa. Da piccolo non ho mai pianto, non ho mai mostrato segni di sofferenza. Il fatto di chiudersi porta all’estraniarsi dai propri sentimenti, che poi si tramuta facilmente nel distaccamento dalla società.
Cos’è cambiato alle superiori?
Dopo le medie, c’erano troppe cose nuove: l’ambiente, lo sport agonistico, e la musica, perché io suono (all’epoca la batteria, adesso il pianoforte). Non ho chiesto aiuto a nessuno, ho cercato di tirare avanti fino a quando, dopo tre mesi dall’inizio della scuola, ho cominciato pian piano a mollare tutto e mi sono chiuso in casa.
Avevi capito in che condizione ti trovavi?
Per anni pensavo fosse pigrizia, anche perché non avevo idea di cosa significasse la parola Hikikomori. È iniziato subito prima del Covid e questa la reputo una fortuna, perché sì mi sono perso due, tre anni di vita, ma per via della pandemia ce lo siamo persi tutti quel periodo.
Come passavi le giornate?

Io, sempre come meccanismo di difesa, ho rimosso tanto. Sto raccontando sulla base di quello che mi ricordo, e quello che poi mi è stato detto da mia mamma, mia sorella e la gente che ha vissuto quel periodo. Gli anni in casa sono stati molto vuoti. Per quanto riguarda le mie giornate tipo, nel primo periodo cercavo di evitare qualunque contatto anche in casa: stavo sveglio la notte e dormivo di giorno. La notte la passavo tra serie TV, videogiochi, suonando sempre di più il pianoforte, e poi ho sempre avuto la passione per la matematica e per tutta la parte teorica della musica, ho riempito interi quaderni.
Quanto è importante distrarsi?
Quando sei isolato è fondamentale, altrimenti stare con sé stessi senza una vita soddisfacente e senza distrazioni, costringendosi a passare del tempo con la propria mente, sarebbe infattibile. Però la distrazione è controproducente, perché non porta a farti delle domande e a risolvere il problema.
Con la scuola come hai fatto?
Nel mentre avevo perso due anni di scuola: il primo anno delle superiori avrei potuto passarlo con il 6 politico, ma l’ho rifiutato perché in vista dell’anno successivo sarebbe stata dura riprendere gli studi. Il secondo anno ho iniziato a studiare da privatista con l’associazione “Il Cubo”. L’ho perso, ma non perché non andassi bene, perché avevo una sensazione di pigrizia. Dall’anno dopo ho provato a rimettermi in sesto e ho fatto due anni in uno.
Quando sono cambiate le cose?
Non c’è stato un evento scatenante che mi ha fatto uscire dalla situazione, è stato un cambio di prospettiva col passare del tempo: avevo voglia di ricominciare a vivere. Ho iniziato a pensare di voler uscire di casa e ricominciare a fare qualcosa, perché mi sentivo vuoto, non sentivo più di avere un obiettivo.
Quali altri fattori hanno caratterizzato la ripartenza?
C’era l’idea di ricominciare a prendermi cura di me stesso, anche a livello fisico: volevo mettermi a dieta, volevo che la mia immagine fosse più bella, anche perché sentivo gli occhi di tutti addosso.
Avevi mantenuto delle amicizie in quel periodo?
Durante quel periodo non avevo contatti. Per un po’ non ho avuto il telefono perché “l’avevo perso”. In realtà, era finito dietro un cuscino del divano e non l’ho più ritrovato per un anno, però mi andava bene così.
Ti mancava avere degli amici?
Mi capitava che spesso da solo in camera provavo nostalgia. Magari vedevo un video su YouTube dove c’era un gruppo di amici e capitava che iniziassi a piangere, ne sentivo la mancanza. Prima dell’isolamento avevo due amici e ci chiamavamo tutti e tre Lorenzo. Quando li ho rivisti, entrambi mi hanno detto: “Pensavamo che ce l’avessi con noi”.
Con la famiglia com’è andata?
Non ho mai perso il rapporto con mia sorella, anche se è cambiato profondamente da allora. Lei mi ha raccontato che si è sentita quasi in dovere di essere una seconda figura materna, quando io negavo il rapporto con mia mamma. Aveva 10 anni, si è ritrovata una responsabilità addosso che non ha saputo gestire. È una situazione che ha pesato tanto anche a loro e si sente tutt’ora che ci sono delle dinamiche reduci da questa cosa.
Tua madre come si è posta nei tuoi confronti?
C’era stato un tentativo di avvicinamento, ma in realtà il risultato positivo c’è stato quando lei ha smesso di provare ad avvicinarsi. Quando ho smesso di sentire la pressione di dover essere e dover parlare, mi è tornata la spinta a riconnettermi. Inizialmente mi sono avvicinato con discorsi molto strani, che potevano essere cupi o inerenti alle mie passioni. Ha aiutato anche il fatto che non si imponeva: quando c’era la porta chiusa in camera, lei non entrava.

Che ruolo ha avuto l’Associazione Hikikomori Genitori Italia?
Mia mamma aveva l’assistenza genitoriale dell’Associazione e ha frequentato gli incontri per i genitori, dove ha trovato il supporto emotivo e psicologico. Io non sapevo che stesse andando a questi incontri. Lei non poteva dirmelo e ha fatto bene, perché avrei reagito male, come se fosse un attacco alle spalle, un tentativo di togliermi dalla mia zona di comfort.
Ci sono state altre figure importanti in questo percorso?
Uno dei tutor che veniva a casa per le lezioni. I primi tempi, durante una lezione gli dissi: “Io non ti vedo come un essere umano, ma come un mezzo per imparare”. È una cosa molto brutta da dire, ma in quel momento io non avevo intenzione di farmi piacere a nessuno. Due anni dopo ho realizzato che avevo cambiato idea su di lui ed è rimasto un amico.
Quando sei uscito dall’isolamento cos’è successo?
L’anno in cui sono uscito dalla condizione, dopo aver dato gli esami, ho fatto l’animatore nel campus estivo della scuola di musica in cui andavo, e ho ritrovato molte persone e conosciute di nuove.
Dopo l’isolamento parlavi di quello che avevi passato?
Appena uscito di casa avevo paura di essere noioso, di non avere niente da dire perché avevo vissuto anni vuoti. Quindi mi piaceva parlarne per avere qualcosa da dire, e lo facevo quasi in maniera sarcastica. Col tempo questa cosa è passata.

Sei mai uscito durante il periodo dell’isolamento?
Mi è capitato solo tre o quattro volte di dover uscire: per gli esami, per il vaccino e il tampone. Anche solo questa breve uscita l’avevo vissuta molto male, perché mi sentivo brutto da vedere, quindi cercavo di nascondermi. Il tampone l’avevo fatto nel paese accanto al mio e continuavo a pensare “Spero che nessuno che conosco mi veda, perché chissà cosa penserebbero di me”.
Hai il timore che in futuro possa ritornare la chiusura?
Io non ho paura di ricadere. Non escludo che sia una possibilità, ma non credo che sia possibile. È un’esperienza che ho fatto e forse di cui ho anche avuto bisogno. Certo, quella sensazione di pigrizia – che poi è una sovra stimolazione da tutti gli impegni che uno ha – può tornare. Ma per esempio adesso con l’università, il lavoro, gli eventi musicali e i rapporti personali, in continua evoluzione, riesco a gestirmi meglio e faccio un ragionamento calcolato: voglio riuscire a proseguire il percorso che sto facendo senza arrivare allo sfinimento.
Quale consiglio daresti a un ragazzo che adesso è in isolamento?
Spesso mi sono ritrovato a pensare di cosa avrei avuto bisogno io in quel momento. Non credo ci sia la formula magica, perché ogni situazione è a sé stante. Il mio, inoltre, è stato un isolamento relativamente breve. Ci sono situazioni che durano anche da 15 anni.
Trovare attorno un ambiente accogliente, ma che allo stesso tempo rispettava le distanze che io avevo preso, è stato ciò che mi ha aiutato di più. Ma, alla fine, tutto ciò che ti viene detto da fuori è inutile se tu non sei disposto ad ascoltarlo.