Matteo Crea e la sua attitudine punk: «A testa bassa contro un muro»

Attore, cantautore, agente immobiliare per finta e come si definisce, «rompiscatole per vocazione». L’artista toscano è stato ospite al Master di Giornalismo dell’Università IULM di Milano per questo faccia a faccia esclusivo

Scoperto a dodici anni da Paolo Virzì ai provini di N – Io e Napoleone, Matteo Crea nome d’arte di Matteo Creatini ha fatto della tessitura tra recitazione e musica il valore aggiunto e molto personale del suo lavoro nel mondo dello spettacolo. Dopo gli esordi nel rap ha virato verso un cantautorato contaminato da hip-hop e punk, pubblicando nel 2025 il secondo album Produci, Consuma, Crea per Edizioni di Zona. Sul palco porta in scena uno spettacolo di teatro canzone eccentrico e originale, in cui interpreta un surreale agente immobiliare, valigetta in pugno e parlata provocatoria, figura diventata il simbolo riconoscibile del suo progetto sui social. Ha aperto per i Green Day al Firenze Rock davanti a sessantamila persone, ha recitato in Margini di Niccolò Falsetti – premio del pubblico a Venezia, oltre a due candidature ai David di Donatello – e non ha ancora smesso di fare domande scomode e destabilizzanti.

MasterX lo ha incontrato dopo un evento alla Santeria Toscana 31 di Milano, dove ha suonato per l’ONG Mediterranea.

Come nascono le tue canzoni?

Vengono sempre prima i testi della musica. Solo dopo avere scritto le parole mi trovo con la band, gli amici e i produttori per trovare sonorità e melodie. La cosa importante in ogni testo è che alla fine chi lo ascolta venga “smosso”.

Come si coniuga l’espressività della scrittura personale con il lavoro dell’attore con un copione scritto da altri?

Faccio teatro canzone e cerco di attualizzare qualcosa di intoccabile come Gaber, Jannacci, Rino Gaetano a temi più contemporanei. Quando recito nel cinema invece tendo a diventare proprio un operaio nella catena di montaggio: perdo ogni vezzo artistico personale e mi lascio guidare da chi ha scritto la storia.

Matteo Crea, attore e cantautore (foto di Francesco Gallo per gentil concessione dell’autore)
Hai iniziato nel rap e poi sei arrivato a un suono più cantautorale. Come si è evoluta la tua scrittura e cosa conservi oggi dell’attitudine hip hop?

Del rap mi ha sempre affascinato la prima persona nella scrittura: i rapper sono molto “real”, raccontano la realtà dal proprio punto di vista e questo aspetto nel cantautorato contemporaneo si è un po’ perso. Crescendo mi sono reso conto che la mia storia, essendo un occidentale bianco privilegiato, non è che fosse così fondamentale da raccontare; quindi, ho cercato di allargare la lente sulla collettività. Credo sia importante attualizzare il cantautorato, riportarlo a quando Rino Gaetano, De André o Battiato riuscivano a raccontare la propria contemporaneità. Devo dire che anche se il mio genere di oggi è più melodico e cantato, ci sento sempre del rap. Quando scrivo su un giro di chitarra per me è sempre rap in qualche forma.

In Produci, consuma, Crea usi un tono graffiante. Cosa pensi della società contemporanea?

Il sistema fa veramente schifo, ci sono troppe ingiustizie e storture intorno a noi. Nonostante sia molto pessimista, cerco però di mantenere un po’ di speranza: interfacciandomi quotidianamente a ragazzi più giovani di me mi rendo conto quanto abbiano voglia di cambiare le cose. La traccia parla di morte sul lavoro e avvelenamento dell’aria. Vengo da Rosignano Solvay dove c’è un tasso tumorale simile all’Ilva (di Taranto nda), quindi ho vissuto sulla mia pelle situazioni di malattia. Però uno deve sperare di poter cambiare il sistema. È un po’ l’attitudine punk: “a testa bassa contro un muro”. Se ci si dà per vinti è già finita.

Nel brano Gatto nero parli di paure e di come un portafortuna possa aiutare a superarle. Quali sono le tue paure?

Le cose che mi fanno paura sono chi sta al governo, chi sta nel cielo e chi dice “ti amo” ma non è sincero… Mi dà fastidio che le persone abbiano paura di un gatto nero. Io ho avuto solo gatti neri nella mia vita, l’ultimo si chiama Malocchio. Non mi spaventano i cimiteri, mi fanno paura invece la nostra classe politica, coloro che si arricchiscono sulla speranza dei più giovani, chi mente facendoti odiare gli immigrati o i poveri. Un gattino non ha mai aumentato le accise sul diesel, non ha mai alzato l’età pensionabile e non ha mai gettato bombe su nessuno.

Il tuo portafortuna?

Il mio portafortuna è l’arte, perché permette di astrarsi e di immaginare un mondo migliore. Se dovessi scegliere qualcosa di “fisico” invece dico la mia chitarra classica, ce l’ho da quando ho tredici anni (fa il gesto di suonare una chitarra immaginaria, nda).

 

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È giusto che un cantante esprima la sua ideologia attraverso i suoi testi, o le due cose dovrebbero rimanere separate?

Io non ho mai detto “votate un partito o non votate un partito”. Mi sono esposto per cause che trovo vicine a me: la flottiglia per la Palestina, i referendum per i lavoratori, quelli sulla magistratura. In Italia non siamo più abituati agli artisti impegnati e appena prendi posizione su qualcosa che non siano i vestiti o l’amore, ti dicono: “Pensa a cantare, cantante!”. Abbiamo una tradizione incredibile di artisti impegnati, forse tra le più belle del mondo. Trovo un grande privilegio poter fare arte parlando di tematiche sociali.

Hai aperto il concerto dei Green Day al Firenze Rocks 2022. Che esperienza è stata?

È stata la prima volta in cui ho capito che cosa posso fare davvero nella vita. Non sentivo nessuna tensione, ero molto tranquillo sul palco, mi sono divertito. Poi è stato illuminante vedere Billy Joe Armstrong. Per una rara coincidenza mi sono visto a distanza di una settimana lui al Firenze Rocks e Marco Mengoni a San Siro. Due persone dal carattere diametralmente opposto, due generi totalmente diversi, ma che tengono in pugno sessantamila persone con il loro stile. In quel caso non devi essere solo un musicista, devi avere un dialogo con il pubblico.

Se potessi scegliere con chi fare un featuring, con chi lo faresti?

Andando sul rap mi piacerebbe collaborare con Fabri Fibra perché mi ha formato. Mi piacerebbe lavorare con Mariah Carey, con cantautori come Nicolò Contessa de I Cani o Calcutta, ma anche con voci meravigliose come Elisa o Giorgia. Il mio sogno sarebbe portare in scena spettacoli di teatro canzone interamente musicati da un’orchestra, con altri attori che interagiscano.

Quanto è difficile oggi per un giovane attore italiano farsi strada nel mondo del cinema?

Penso sia quasi impossibile. Il mondo del cinema è ormai quasi una casta: accedere senza linea familiare o contatto stretto è davvero difficile. Ho fatto diversi film ma, nonostante ciò, i provini non mi arrivavano. A un certo punto ho dovuto iniziare a usare i social e si è mosso qualcosa. I provini per un film un tempo venivano segnalati sui giornali: ti presentavi e, in maniera molto democratica, dovevi essere bravo e se lo eri avevi il posto, mentre adesso arrivano solo alle agenzie. Se sei un musicista invece prendi la chitarra e vai in un bar.

 

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Sei stato scoperto giovanissimo da Paolo Virzì ai provini di N – Io e Napoleone in cui recitava anche un giovane Elio Germano…

Avevo dodici anni, era la mia prima esperienza. Ricordo che i bambini al provino entravano, stavano pochi minuti e uscivano. Dopo mezz’ora di provino, invece Virzì uscì in lacrime e disse a mia madre: «Mi sta facendo troppo ridere, lo prendiamo!». Ero molto felice perché ci facevano dire le parolacce. La cosa bella del cinema è vedere un sentimento di comunità che lavora allo stesso progetto: ogni pezzetto è fondamentale, come in un formicaio, ognuno lavora per il proprio scopo che poi compone un disegno più grande.

Com’è stato lavorare al film punk Margini?

Margini mi ha iniziato al punk che non ascoltavo. Mi sono arrivate queste playlist di punk hardcore – Black Flag, Minor Threat… – tutta roba estremamente respingente che però mi è rimasta dentro, non tanto a livello musicale quanto di filosofia. Ho capito che “essere punk” non è legato alla musica che fai ma alla tua attitudine di vita. Se hai voglia di rompere le scatole a chi sta sopra di te, puoi essere punk anche suonando musica classica al violoncello.

In Margini interpreti Iacopo, quanto c’è di te in lui?

A livello di vissuto non c’è tantissimo di me: non so suonare il violoncello e Iacopo dice cinque parole in tutto il film, mentre io da buon toscano sono proprio logorroico. Quello che lui ha fatto con il punk io l’ho fatto col rap: andavo a suonare alle Festa dell’Unità davanti a vecchietti che mi guardavano agghiacciati, sperando finisse tutto il prima possibile. Margini mi ha davvero cambiato la vita…

Dal 2024 porti in scena uno spettacolo che unisce brani a monologhi teatrali con la figura dell’agente immobiliare. Come è nata l’idea di questa “maschera”?

La maschera dell’agente immobiliare fa arrabbiare molto gli “adulti” che ancora non la capiscono. «Ma fai davvero l’agente immobiliare?» mi domandano. In realtà è una metafora: se in Italia dici che vendi case automaticamente fai un lavoro “vero”, non è come andare a bussare alla porta delle etichette discografiche. La cosa che odio di più invece è quando mi chiedono cosa preferisco tra recitare e cantare: Celentano ha sempre fatto entrambe le cose e nessuno gli ha mai detto di scegliere. Volevo attualizzare la mia forma d’arte e trovare una formula inedita. Mi immagino un teatro canzone con la gente che poga sotto il palco…

 

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In ogni tua esibizione reggi una valigetta in mano. Cosa rappresenta?

Nella vita quotidiana l’agente immobiliare ha sempre la valigetta ed esteticamente mi sembrava azzeccato. È diventata una metafora del portarsi dietro il peso di altre persone. È facile quando parli di temi sociali farti fregare dall’ego. La valigetta mi ricorda che mi porto dietro anche altre persone: ciò di cui parlo nasce dal confronto con donne importanti che mi hanno spiegato cos’è il femminismo, amici più impegnati di me che mi hanno detto di farmi una coscienza politica. Non sto parlando solo per me, sto parlando anche per altre persone. Ciò che conta sono le cose per cui ti batti con ogni forza, non il risultato che ottieni.

Intervista realizzata dagli studenti del Secondo anno del Master, testo a cura di Matteo Carminati

Foto di Francesco Gallo per gentile concessione dell’autore

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