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«Dare voce alle persone sulle nostre piattaforme». Ad affermarlo è il capo di Meta, Mark Zuckerberg, spiegando il motivo alla base della decisione di eliminare il fact-checking su Facebook e Instagram, social network della sua società. La verifica dei fatti è un elemento fondamentale nel mondo del giornalismo per accertare gli avvenimenti citati in un determinato servizio. Ma è soprattutto uno strumento utile alla società per non cadere nelle fake news, sempre più dilaganti sui social.
Per approfondire l’impatto di queste notizie, Gianni Zoccheddu, giornalista di Lercio, ci ha spiegato come esse vengono create, che conseguenze hanno e perché è così facile crederci.
Come nasce Lercio? Qual è l’idea del progetto?
Per raccontare la storia e la filosofia di Lercio, è fondamentale fare una distinzione tra due tipologie di informazione. Oltre alle notizie vere, esistono le fake news e le satire con finte news. Con le prime si fa riferimento a informazioni non corrispondenti al vero, ma che assumono un’apparente plausibilità e distorcono ciò che l’opinione pubblica pensa su un dato evento, fenomeno o personaggio. Con le seconde, invece, si intende una parodia che imita il giornalismo ufficiale con l’intento di denuncia. E sono alla base del lavoro attuato da Lercio, redazione nata nel 2012 e diventata famosa grazie alla visibilità datale dai social, primo tra tutti Facebook. Il nostro gruppo, però, prende vita qualche anno prima, nel 2008, con “La palestra di satira” del maestro Daniele Luttazzi. Sito che ci ha permesso di capire lo stile per scrivere di satira e che ha portato prima la nascita di “Acido lattico”, blog in continuità con La palestra, e poi a Lercio. L’intento era di realizzare satire con finte news, riprendendo per nome e colori di testa “Leggo”, con la differenza della veridicità delle notizie diffuse.
Come viene creata la satira?
Venendo dalla Palestra di Luttazzi, la redazione ha una formazione analitica che si basa sui temi della satira, la cui triade di topic è «sesso, religione e morte». Poi per realizzare i nostri articoli è essenziale essere inseriti nel flusso di notizie: informarci e avere una conoscenza capillare del mondo circostante ci permette di scrivere sulla contemporaneità e non rimanere indietro rispetto alle tendenze. Un elemento imprescindibile anche per realizzare satira. Oggi, infatti, l’informazione è estremamente veloce e da un giorno all’altro i temi al centro dell’attenzione, possono cambiare. Quindi anche nel nostro caso, la velocità è la caratteristica principale per avere successo.
Che soggetti vengono colpiti?
La satira attacca il potente e non il debole. Per esempio, parlando di politica, Lercio si sofferma maggiormente su personaggi molto celebri, come i membri del Governo o il presidente del Consiglio. A livello internazionale abbiamo bersagli privilegiati come il Presidente statunitense Donald Trump, il leader argentino Javier Milei o in generale persone che manifestano una prevaricazione. Ma la satira ha soprattutto uno scopo nobile: deve attaccare chi è solito criticare, altrimenti si chiama “sfottò”, cioè l’azione che attuavano i fascisti. La linea che distingue i due è molto sottile: con la satira l’autore vuole avere un intento moraleggiante, mentre con lo sfottò si punta a criticare per sopprimere il “diverso”. È un lavoro attuato sia dal singolo sia dall’intera redazione perché è imprescindibile per un giornalista satirico essere corretto.
Su quali argomenti è più semplice creare la satira?
Le notizie di costume hanno sicuramente una risonanza maggiore perché bucano le bolle social. Per esempio, quando è morta la regina Elisabetta II, Lercio ha pubblicato il fatto con il titolo «Spoilerato il fine di The Crown», riferendosi alla famosa serie basata sulla vita della famiglia reale inglese. Ha avuto una risonanza enorme perché non riguardava un aspetto preciso che implicava uno schieramento, come un’idea politica, quindi la battuta si è diffusa maggiormente.
Su Lercio l’argomento che ha più successo è Elon Musk. Come redazione abbiamo usato un escamotage “letterario”: al posto di vestire Musk da supereroe, lo abbiamo fatto diventare Thanos, ovvero un cattivo. E come personaggio ha funzionato, avendo maggiore impatto anche rispetto a Trump. Ipotizzo possa essere legato al lato imprenditoriale di Musk che lo fa entrare in concorrenza con Meta e avere una diffusione maggiore.
Esistono strategie stilistiche che aumentano l’efficacia della satira con finte news?
La redazione si affida a una serie di escamotage appresi dall’esperienza con Luttazzi. Innanzitutto, sfruttiamo il metodo «Attira maggiormente l’attenzione la notizie del cane che morde l’uomo o dell’uomo che morde il cane?», di conseguenza creiamo delle parodie. Per citare un nostro articolo in merito, «Russia, oppositore di Putin muore per cause naturali»: il lettore si focalizza sulla notizia perché solitamente un dissidente viene eliminato dalla dittatura, mentre in questo caso la morte è provocata da cause naturali.
Un altro meccanismo attuato per le news satire è l’antropomorfismo, ovvero la «tendenza ad attribuire aspetto, facoltà e destini umani a figure immaginarie, animali e cose», secondo la definizione di Treccani. Ciò crea sorpresa e fa scattare la risata. Per esempio, «Scienza scoperta mantide religiosa che dopo il sesso vuole le coccole»: diamo all’animale un requisito solitamente attribuito all’essere umano.
Inoltre, giochiamo molto sui luoghi comuni, facendo attenzione a non offendere nessuno. Per questo, il focus delle nostre battute sono uomini, donne, italiani, stranieri, milanese, romani… senza escludere una categoria. Solo così siamo sicuri che la battuta faccia sempre ridere e non sia preso come un attacco a una certa fetta.
Infine c’è l’escamotage dell’esagerazione di un personaggio. Un titolo che abbiamo proposto è «Salvini mette una conchiglia vicino all’orecchio e sente il rumore di uno sbarco»: in questo modo il politico viene trasformato in una maschera fissato con gli immigrati e fa ridere la caricatura alla base.
Come vengono recepite le notizie dal vostro pubblico?
Lercio dichiara il suo intento satirico, ma è capitato, e capita ancora oggi, che le notizie vengano prese per vere. Nel 2013, dopo pochi mesi dalla nostra nascita, c’era stato un caso particolare. Avevamo dato la seguente notizia: «Errore nel sistema operativo, Radio Maria passa i Megadeth», ma il nostro marchio non era noto, quindi è stata presa per vera. Tant’è che il direttore di Radio Maria si sentì in obbligo di smentire il fatto.
Ad oggi Lercio è una fonte riconoscibile per notizie false, ma appena emersi il pubblico non era a conoscenza della nostra intenzione e alcuni prendevano i nostri articoli per la verità. Attualmente ci imbattiamo molto meno nel problema e non vogliamo che le nostre notizie siano fraintese. Anzi, all’opposto il nostro obiettivo è essere riconoscibili come una fonte satirica.
Come riconoscere le fake news e la satira con finte news?
Innanzitutto dobbiamo fare una distinzione propedeutica. Le fake news si fingono vere per veicolare un messaggio falso, mentre le satire sono espressamente lontane dalla realtà, ma vogliono far passare un piccolo messaggio di verità. Poi entrambe raccontano qualcosa che si distacca dalla realtà dei fatti, ma per non esserne vittima bisogna utilizzare due armi di logica. Controllare le fonti e incrociarle con altre. Riconoscere le fonti autorevoli è il primo passo per capire l’attendibilità della notizia, poi con un percorso incrociato si può capire se i fatti sono concordanti o meno rispetto ad altre testate.
Perché le persone credono a queste tipologie di notizie?
Un fatto imprescindibile è che la società contemporanea è caratterizzata dalla velocità. Un lettore non può fermarsi a leggere tutto l’articolo, di solito si sofferma maggiormente sul titolo e da lì inizia già a farsi un’idea sull’argomento. Ciò avviene per via dell’amplificazione dei bias cognitivi. Ovvero «distorsioni cognitive, determinate da pregiudizi, che sono causa di previsioni sbagliate», secondo la definizione di Treccani (Ndr).
Parlando di essi, è essenziale menzionare innanzitutto la pareidolia, un meccanismo subcosciente che tende a ricondurre a forme note oggetti o profili dalla forma casuale, fondamentale per il progredire dell’uomo. Per esempio, in passato i marinai vedevano le costellazioni e dalla disposizione delle stelle immaginavano una forma: da quest’azione sono nati poi i calendari, utili in primis per la rotazione della coltivazione e in seguito per tante altre attività. La pareidolia è quindi alla base del progresso umano e tecnologico, ma porta degli errori. In quanto bias, infatti, il meccanismo fa inquadrare in determinate categorie tutto ciò che vediamo, ma la realtà potrebbe essere ben diversa da questo incasellamento attuato.
Un altro bias è la conferma del nostro credere, attuata nel momento in cui si prendono in considerazione solo notizie che confermano quello di cui già siamo convinti. Leggendo un titolo, quindi, lo si adatta alla propria visione del mondo e si prende quella porzione di realtà, ovviamente ritenuta una verità assoluta. Di conseguenza, si tendono a ignorare le evidenze che contraddicono le convinzioni.
Come agiscono i bias?
Questi bias si hanno a livello inconscio e sono estremamente difficili da sradicare: tutti ne siamo vittime e non possiamo evitare di caderci. Il compito del giornalista, quindi, diventa quello di appianare i bias ed essere il più possibili oggettivi sia nel titolo sia nella stesura del pezzo. Ma purtroppo per vari motivi molti professionisti lucrano su essi. Per nominare due scopi, uno è politico: grazie allo sfruttamento della distorsione cognitiva, molti leader sfruttano notizie lontane dalla realtà per convincere il pubblico della propria ideologia. Per esempio Donald Trump durante l’ultima campagna elettorale ha fatto largo uso dei bias per convincere a votarlo. Il secondo fine è economico-commerciale: un titolo urlato fa più click, quindi per portare visualizzazione è fondamentale il sensazionalismo.
Ci sono altri meccanismi che portano a credere maggiormente alle fake news e alla satira con finte news?
Oltre ai bias cognitivi, è sempre più facile per le persone credere a questo tipo di notizie a causa delle bolle dei social. Con questo meccanismo ognuno crea una sorta di microcosmo con una serie di contatti. Quindi le proprie idee o credenze vengono amplificate all’interno di un ambito omogeneo e chiuso. Meta ha una grossa responsabilità in questo caso: l’algoritmo fa si che ci capitino titoli che siano coerenti con ciò in cui crediamo. Per esempio, se una persona è xenofoba sarà più facile che nella sua bolla social compaiano notizie di immigrati che compiono reati. Di conseguenza, il bias cognitivo verrà amplificato e la percezione di un dato fenomeno si distaccherà sempre maggiormente dalla realtà, ma in una maniera errata e pericolosa.
Molti studenti universitari, nei sondaggi a loro posti, hanno risposto “vero” alle domande sulle fake news. Come commenta la disinformazione contemporanea?
Per analizzare le risposte date dagli studenti universitari, è imprescindibile soffermarsi su alcuni aspetti che possono allarmare l’intera società. Innanzitutto, i bias cognitivi passano per la forma ed è essenziale come un giornalista pone la domanda. I sondaggisti sono a conoscenza di questo fenomeno e sanno che a seconda di come porranno un quesito, otterranno risultati diversi.
Oltre a questo, le risposte sono dovute a una iperspecializzazione dell’istruzione che porta risultati negativi. La formazione umanistica, fino a qualche decennio fa, era essenziale nelle scuole italiane: anche frequentando il Liceo Scientifico o la triennale di Ingegneria, uno studente conosceva la letteratura o l’arte. Oggi invece la specializzazione porta alla perdita di una cultura di base e le conseguenze si vedono, per esempio, con questo breve sondaggio che avete sottoposto. E il mondo è pieno di professionisti che appena si spostano dal settore non hanno gli strumenti cognitivi per leggere la realtà.
Inoltre, la contemporaneità porta con sé una quantità di informazioni troppo elevata: i cittadini fanno fatica a smistare le notizie, selezionarle e capire a quali attribuire importanza. È una sorta di bulimia informativa che porta alla disinformazione. Per questo non mi stupisce che anche studenti universitari arrivino a pensare che in Ucraina ci siano i nazisti al governo.