È ufficialmente iniziata in Francia la guerra contro la moda usa e getta. Il Parlamento francese ha approvato una legge per regolamentare gli acquisti dalle piattaforme di ultra fast fashion, come Temu, Shein e AliExpress. Si tratta del primo paese europeo a dire stop alle pubblicità e lanciare una ecotassa contro i colossi più inquinanti.
UNA LEGGE TRA AMBIENTE E CONCORRENZA
La proposta era arrivata alle Camere francesi nel 2024, promossa dalla parlamentare di centrodestra Anne-Cécile Violland. Nonostante le pressioni delle lobby industriali nel corso dell’iter parlamentare, la Francia è intenzionata ad assumere una posizione sempre più dura nei confronti della moda veloce. Ciononostante, una larga parte della sinistra si è astenuta dal voto, giudicando il testo ormai troppo indebolito rispetto alla versione originaria. Le legge, infatti, colpisce solo i colossi dell’ultra fast fashion – principalmente i colossi cinesi Shein e Temu – risparmiando invece le catene europee come Zara e H&M.
La legge stabilisce due criteri cumulativi: il primo è legato alla quantità di nuova merce messa online con grande frequenza; il secondo è il basso incentivo alla riparazione, che si verifica quando il costo di un capo è talmente ridotto da rendere più economico acquistarne uno nuovo anziché riparare quello già posseduto. L’obiettivo del provvedimento, oltre a tutelare le aziende europee fortemente minacciate dagli e-commerce asiatici, mira a regolamentare l’impatto ecologico del fast fashion. La moda, infatti, rappresenta uno dei settori più inquinanti, con il 10% delle emissioni globali, derivanti soprattutto dalla produzione e dallo smaltimento dei rifiuti.
@greenme_itUn video dalla Cina mostra le lavoratrici impegnate nella preparazione dei pacchi Shein: turni massacranti, ritmi impossibili, paghe minime. È la parte nascosta dell’ultra-fast fashion, quella che non compare mai nei prezzi bassi e nelle collezioni che cambiano ogni giorno. Dietro ogni acquisto c’è una filiera che merita trasparenza, diritti e responsabilità. . . . #shein #fastfashion #cina♬ suono originale – greenMe
DENTRO ALLE LEGGE
Il principio alla base del provvedimento è quello del «chi inquina paga», con interventi sul prezzo, sulla visibilità e sulla distribuzione dei capi usa e getta. Una tassa, a carico dei venditori, per ogni singolo capo prodotto in serie dalle aziende di ultra fashion, con un aumento futuro progressivo già programmato: entro il 2030 potrà raggiungere i 20 euro per singolo articolo, fino a un massimo del 50% del prezzo del prodotto al netto delle imposte. Il sovrapprezzo sarà rapportato all’impatto ambientale: più un capo è considerato inquinante, più alta sarà la penalità da versare. Una parte delle imposte sarà destinata al finanziamento di aziende di raccolta e riciclaggio dei rifiuti tessili, oltre che sostenere i brand più rispettosi dell’ambiente.

La legge, inoltre, impone alle aziende maggiore trasparenza: avranno l’obbligo di rendere visibili sulle proprie piattaforme i luoghi di produzione dei capi, oltre a messaggi di sensibilizzazione che promuovano un consumo moderato e responsabile, e consigli per rammendare e riciclare i vestiti. Al momento della conferma del carrello, i consumatori vedranno anche avvisi sull’impatto ambientale dei prodotti che stanno per acquistare. Tra le regole definite, anche un divieto alla promozione di questi marchi su tutti i canali, sul modello di tabacco e alcool. È incluso anche il marketing tramite influencer, i quali potranno ricevere pesanti multe fino a 100.000 euro.
La norma è già con i riflettori puntati: spetterà alla Commissione Europea chiarire la compatibilità con il diritto europeo, che è già espresso alcune riserve, soprattutto in merito alle norme sulla pubblicità.
IL CASO SHEIN AL BHV
L’approvazione della proposta ha subito una forte accelerata lo scorso autunno, in seguito alle polemiche per il caso Shein al Bhv. Il colosso cinese aveva annunciato l’installazione di un corner da 1200 metri quadrati all’interno dello storico Bazar de l’Hotel de Ville, grande magazzino nel cuore di Parigi. Si era immediatamente sollevata un’ondata di indignazione tra i residenti, riaccendendo il dibattito sulle controversie etiche legate al marchio, dall’impatto ambientale alle accuse relative allo sfruttamento dei lavoratori e alla presenza di materiale pedopornografico in vendita sulla piattaforma. Una reazione tempestiva che aveva portato a una mobilitazione collettiva senza precedenti.

Una petizione online aveva raccolto in poche ore oltre 70.000 firme, chiedendo lo stop all’apertura del negozio. Nel giro di pochi mesi, l’arrivo di Shein al BHV aveva provocato un boicottaggio quasi totale della struttura da parte di clienti, marchi e collaborazioni, primo fra tutti Disneyland. Le Galeries Lafayette avevano precisato di non sostenere l’apertura di ulteriori punti vendita di ultra-fast fashion ospitati nei grandi magazzini che utilizzano il loro marchio sul territorio francese. La tempesta si è placata con la decisione del gruppo di Bhv di fare marcia indietro, annunciando la chiusura del punto vendita e definendo la collaborazione un «errore».
Nonostante questo precedente, resta comunque da vedere quale sarà l’impatto della legge sui consumatori. L’aumento dei prezzi e il divieto di pubblicità potrebbero ridurre l’attrattiva di queste piattaforme, ma non è ancora possibile stabilire se le nuove misure basteranno a cambiare le abitudini di acquisto dei francesi. Molti osservatori e sostenitori della legge, però, auspicano che la Francia sia solo il primo esempio, e che misure simili vengano adottate anche da altri paesi europei, così da limitarne l’impatto su scala più ampia.