Lunedì scorso il premier britannico Keir Starmer ha annunciato il divieto di accesso ai social network per i minori di 16 anni. Per milioni di adolescenti significa dire addio, almeno sulla carta, a Instagram, TikTok, Snapchat, Facebook e X.
La misura nasce dalla convinzione che le piattaforme digitali possano rappresentare un rischio per la salute mentale dei più giovani, ma ha già aperto un acceso dibattito tra sostenitori e critici. Da una parte chi vede nel provvedimento uno strumento necessario per proteggere gli adolescenti da dipendenza, cyberbullismo e contenuti dannosi; dall’altra chi teme che si tratti di una risposta semplicistica a un problema molto più complesso e difficile da controllare.
«Proteggere i ragazzi prima di tutto»
Il Regno Unito segue l’esempio dell’Australia, dove il divieto è in vigore dal dicembre 2025, e della Malaysia. Altri Paesi europei stanno valutando misure simili, mentre in Italia il tema è ancora oggetto di discussione parlamentare. A favore del divieto si schierano molti genitori, associazioni per la tutela dell’infanzia e numerosi esponenti politici.
Lo stesso Starmer, padre di figli adolescenti, ha dichiarato che i social non rappresentano un ambiente sano per bambini e ragazzi. Secondo i sostenitori della misura, gli algoritmi delle piattaforme sono progettati per trattenere gli utenti il più a lungo possibile, favorendo dipendenza e amplificando spesso contenuti estremi, discriminatori o violenti. Per chi appoggia il provvedimento, la priorità è ridurre l’esposizione dei minori a rischi che gli strumenti di controllo attualmente disponibili non riescono a contenere.

I dubbi degli esperti
Le perplessità, tuttavia, non mancano. Molti specialisti della salute mentale sottolineano che non esistono ancora prove scientifiche definitive in grado di dimostrare un rapporto diretto tra utilizzo dei social network e peggioramento del benessere psicologico degli adolescenti. Un gruppo di psicologi dell’Università della California Irvine ha evidenziato come sia ancora impossibile prevedere gli effetti reali di un divieto generalizzato. Il problema principale resta però quello dell’applicazione.
Per aggirare i blocchi geografici può bastare una VPN, uno strumento ormai alla portata di molti adolescenti. In Australia, nonostante milioni di account siano stati rimossi o limitati dopo l’entrata in vigore della legge, una quota significativa di under 16 è riuscita a mantenere o ricreare il proprio profilo. «La prima questione da porsi è se si tratta di una legge applicabile», osserva Matteo Lancini, psicologo e presidente della Fondazione Minotauro. «Fare leggi basate sui divieti è facile, ma poi bisogna essere in grado di farle rispettare». Anche le piattaforme tecnologiche osservano con cautela l’iniziativa.
I governi chiedono maggiore collaborazione nei sistemi di verifica dell’età e nella protezione dei minori, ma le aziende preferiscono puntare su controlli parentali e strumenti di sicurezza piuttosto che su divieti assoluti. È proprio qui che si concentra la sfida: senza la partecipazione attiva dei colossi del web, il rischio è che il divieto rimanga più un segnale politico che una barriera realmente efficace.