Fallimento e tradimento. Vedono così l’accordo di pace siglato da Usa e Iran i sostenitori più accaniti di Benjamin Netanyahu e della guerra. «L’intesa non ci vincola. Non siamo subordinati agli Usa, ma un Paese indipendente e sovrano», ha detto Ben-Gvir, il ministro della Sicurezza nazionale.
L’accordo del disaccordo
Non si sa ancora bene cosa contenga l’accordo che verrà firmato venerdì 19 giugno, ma è chiaro che per Israele è una sconfitta. Da quello che si capisce per Tel Aviv è peggio della situazione fotografata dall’accordo di Barack Obama, che Trump ha cancellato. Trump e Netanyahu hanno cominciato questa guerra con l’obiettivo di rovesciare il regime iraniano. Nel caso in cui non fosse stato possibile, le richieste riguardavano: chiudere il programma nucleare iraniano, limitare il programma missilistico e porre fine agli aiuti che l’Iran garantisce alle sue milizie alleate, come Hezbollah. È chiaro che questi obiettivi non sono stati raggiunti e per Netanyahu le conseguenze prendono una forma ancora più preoccupante: in autunno ci sono le elezioni. Il premier è assediato dalle opposizioni che gli rinfacciano di «non essere capace di vincere».

L’asse del male
Ma per lo zoccolo duro del governo «la lotta non è finita», come assicura Ben-Gvir. Gli fa eco Netanyahu che aggiunge: «Abbiamo rimosso la minaccia immediata d’annientamento, abbiamo spezzato l’asse del male iraniano. In Libano manteniamo la libertà d’azione per sventare gli attacchi». L’asse del male iraniano sarà anche spezzato come sostiene Bibi, ma quello delle interminabili guerre israeliane continua. Un’esplosione in Libano -non giustificata in alcun modo- ha ucciso un’altra persona vicino a Yater. L’attacco era in risposta ai missili lanciati da Hezbollah contro veicoli israeliani che avanzavano nel sud del Paese. Il punto critico è che per l’accordo firmato oggi digitalmente tra Usa e Iran prevede anche il cessate il fuoco in Libano e il ritiro completo delle truppe dal territorio meridionale dove le Idf stanno abbattendo tutti gli edifici per creare una specie di zona di sicurezza.
Tra Washington e Tel Aviv
Israele «resta in Siria, in Libano e a Gaza tutto il tempo necessario», ha rimarcato in serata Benjamin Netanyahu. L’amicizia e la cooperazione tra Washington e Tel Aviv stanno mostrando le prime crepe. Il rapporto tra Trump e Netanyahu è in rotta di collisione da quella telefonata di fuoco che ha fatto il giro del mondo quando l’avanzata israeliana in Libano aveva interrotto i negoziati. Trump non aveva apprezzato. Bibi è convinto di poter continuare i suoi comodi in Libano e sugli altri fronti di guerra, The Donald commenta: «E’ un tipo molto difficile. E a essere onesti dovrebbe esserci molto grato». Il divario che si sta aprendo tra i due è sempre più incolmabile e sull’orlo del baratro c’è l’accordo di pace.