Dall’amore che l’ha portata a Milano nel 2006 fino alla faticosa conquista del titolo di avvocata in Italia, Eglis Emelis Aviles è oggi un punto di riferimento legale per la comunità cubana nel Nord Italia. La sua è una storia sospesa tra due mondi diversi, che mostra come Cuba e Italia possano incontrarsi. L’abbiamo intervistata per capire cosa significhi assistere alla crisi dell’isola da lontano, tra il dramma quotidiano dei propri cari rimasti a Cuba e i complessi meccanismi giuridici ed economici del bloqueo.
Cosa l’ha portata in Italia?
Sono arrivata in Italia nel 2006 per amore, quando mi sono sposata con il mio attuale marito, che è italiano. A Cuba ho lasciato tutto e qui sono dovuta ripartire, ricominciando anche la carriera giuridica.
Com’è riuscita a ricostruire da zero la sua professione?
Ero già laureata in giurisprudenza, ma non ho potuto far riconoscere quegli studi perché tra Italia e Cuba non esistono gli stessi accordi che ci sono per esempio con la Spagna. Così mi sono iscritta a Giurisprudenza all’Università Statale di Milano, dove ho iniziato a fare tutto il percorso accademico per diventare avvocata, fino all’abilitazione. Quando sono arrivata a Milano non parlavo praticamente italiano e sono stati i testi giuridici a formarmi anche nella lingua. Il 21 novembre 2014 mi sono laureata in giurisprudenza, poi nel 2023 sono stata abilitata all’Ordine degli Avvocati di Milano. Già nel 2011, ancora come studentessa, aiutavo la comunità cubana residente nel nord Italia, tramite il consolato cubano, principalmente in materia di diritto di famiglia e diritto cubano. Una volta acquisite le competenze sul diritto italiano, ho iniziato a offrire consulenze a 360 gradi tutta la comunità cubana in Italia.
Come vive la distanza dai suoi genitori in un momento così complesso per l’isola?
Loro sono ancora a Cuba, io sono l’unica a vivere in Italia. Sono figlia unica e il distacco è stato molto difficile. Se non fosse stato per l’amore nato tra me e mio marito non sarei mai andata così lontano dalla mia famiglia. Cerco di tornare almeno una o due volte all’anno e di sentirli telefonicamente tutti i weekend. I miei genitori sono anziani e soprattutto in questo momento è molto difficile avere la testa tranquilla perché ogni giorno soffrono carenze sempre più pesanti. Poi qui c’è gente che mi dice “tu sei qui e stai bene, non dovresti preoccuparti”. Ma il fatto di non poter dare tutto quello che potresti alla tua famiglia, anche a causa di misure esterne che limitano questa possibilità, non ti fa stare in pace.

Qual è il racconto della quotidianità che ti arriva da Cuba?
I miei genitori, e l’intero popolo, sono molto provati perché manca elettricità, carburante e farmaci. Manca tutto. Per esempio mia madre è diabetica e deve fare l’insulina, che va tenuta refrigerata, ma ci sono blackout che durano anche più di 24 ore e il medicinale non può essere utilizzato. Io riesco a mandare alimenti tramite siti online, ma spesso vanno a male proprio per via della mancanza di elettricità. Non ce la fanno più, neanche a livello psicologico. L’ultima volta che ho parlato con mia madre mi ha detto: “Se gli americani vogliono intervenire, che la facciano finita e intervengano, così decidiamo cosa fare delle nostre vite. Ma così non va bene, ci stanno ammazzando”. Questi sono i miei genitori, che hanno sempre un aiuto dall’estero. Chi non ha nessuno al di fuori è in uno stato di disperazione ancora più profondo.
Come incide il blocco statunitense?
Il blocco esiste dagli anni Sessanta, ma nel tempo si è aggravato. Prima c’era il supporto sovietico che permetteva a Cuba di commerciare e crescere nonostante l’embargo. Quando è caduta l’Unione Sovietica, Cuba ha dovuto fare da sola, senza più quel cuscinetto. Negli anni Novanta sono arrivate nuove misure americane che hanno aggravato ulteriormente la situazione. Un esempio positivo è stato il governo Obama che non ha tolto il blocco, ma ha alleggerito alcune misure. Così Cuba ha iniziato a respirare, ad attrarre investimenti e a commerciare più liberamente. Poi con il primo mandato Trump è ricominciato tutto da capo, con oltre duecento nuove misure contro l’isola.
Quali sono gli effetti più gravi?
Innanzitutto il costo della vita. Alcuni dicono che a Cuba non esiste un blocco perché si trovano prodotti americani, ma ciò dimostra che non conoscono il commercio internazionale. Quei prodotti arrivano triangolati attraverso tre o quattro intermediari, perciò quello che altrove costerebbe venti centesimi a Cuba costa due euro. Per i servizi pubblici come sanità ed educazione è ancora peggio. Quasi tutte le aziende farmaceutiche sono americane o hanno una percentuale americana e acquistare quei prodotti diventa costosissimo. Infine Cuba non ha accesso ai finanziamenti internazionali come altri paesi. Quando l’Italia è in crisi può chiedere aiuto alla Banca Centrale Europea. Cuba non può farlo, perché chiunque voglia aiutarla rischia sanzioni dagli Stati Uniti.
In che modo l’Italia mostra solidarietà all’isola?
Qui in Italia c’è una rete di associazioni molto ben strutturata e solidale con Cuba da anni. Ci sono associazioni miste di cubani e italiani, come Italia-Cuba attiva soprattutto a Milano, e associazioni solo di cubani. Esiste anche il Conace, un’associazione ombrello che raccoglie altre associazioni cubane in tutta Italia e organizza eventi per mantenere viva la cultura cubana e trasmetterla alle nuove generazioni nate qui.
Cosa fanno concretamente queste associazioni?
Mandano farmaci e attrezzature ospedaliere utili per l’isola. A breve dovrebbe partire un container organizzato da un’associazione cubana che raccoglie materiale sanitario per Las Tunas, Camagüey e Santiago de Cuba. Abbiamo contribuito tutti, chi con il paracetamolo, chi con quantità maggiori. Il materiale verrà distribuito direttamente negli ospedali delle province indicate e in parte anche nelle scuole. È qualcosa che si fa da anni, ma adesso lo si fa con molto più slancio, data la gravità della crisi. Poi organizzano anche manifestazioni per mostrare come città come Milano e Roma disapprovino il blocco americano.

Che valore ha oggi scendere in piazza?
Ci sono molte persone convinte che il blocco non esista semplicemente perché non si sono mai fermate ad approfondire. Queste manifestazioni servono per far sentire le voci di chi sa la verità. In questo periodo, per questioni di lavoro e di salute, partecipo meno. Ma in passato ero sempre presente alle manifestazioni contro il blocco. Lo faccio con cognizione di causa: la mia formazione giuridica mi ha portato a studiare il diritto internazionale e so di cosa parlo.
Qual è la speranza per il futuro?
Vorrei far capire alle persone la realtà vera di Cuba, senza propaganda mediatica. Spiegare qual è il problema centrale per cui l’isola è in questa situazione e perché la gente prova a resistere e sopravvivere ogni giorno. Se le persone capissero davvero cosa significa non poter commerciare, non poter accedere a finanziamenti, non poter sviluppare un’economia, allora capirebbero anche che non si tratta di un fallimento interno, ma di impedimenti esterni strutturali. Un popolo a cui non vengono date le possibilità non può farcela da solo.