Stallo del cessate il fuoco in Libano: Hezbollah e Israele si rifiutano di firmare l’accordo

Trattato sì, trattato no. La tregua tra Israele e Libano è in stallo. Hezbollah, nonostante non abbia partecipato alle trattative diplomatiche, si rifiuta di aderire all’accordo definendolo «una capitolazione, una sconfitta». E anche in Israele, Netanyahu si è rifiutato di mettere ai voti del governo l’ultima versione del trattato per l’opposizione del partito milizia libanese. Intanto nella Striscia di Gaza continuano i bombardamenti dell’Idf che avrebbero causato la morte di 11 persone, tra cui tre bambini.

Il trattato

L’accordo di cessate il fuoco, mediato dagli Stati Uniti prevede la creazione di zone pilota nel sud del Libano, nell’area tra il confine israeliano e il fiume Litani. Qui, le uniche forze militari autorizzate ad operare sarebbero dell’esercito libanese. Hezbollah dovrà ritirare i suoi uomini, i suoi mezzi e le infrastrutture militari. A tutelare il riassetto e il rispetto ci sarà una forza internazionale a guida americana. Un modello, che se dovesse ottenere buoni risultati, potrà poi essere replicato nelle altre aree del Paese. Israele dovrà cessare l’offensiva in queste aree, ma ha rivendicato il diritto di continuare le sue operazioni nel resto della zona meridionale.

Un trattato asimmetrico, quindi, che vede il governo di Tel Aviv libero di agire come desidera e senza veri e propri vincoli, mentre impone al partito milizia sciita obblighi precisi. Il “Partito di Dio” ha affermato che «si impegnerà solo per un cessate il fuoco globale e un ritiro completo dell’esercito israeliano dal Libano. Non accettiamo alcuna divisione tra il Sud e le altre regioni del Paese».

La situazione umanitaria

Mentre si dibatte sulla tregua, in Libano le truppe dell’Idf continuano le operazioni militari. Nella giornata di ieri – 4 giugno – sei persone sono morte sotto le bombe. Mentre oggi – 5 giugno – 12 libanesi sono rimaste uccise nei bombardamenti della città di Tiro. I miliziani di Hezbollah hanno iniziato ad adoperare i droni per colpire le truppe di Tel Aviv – in modo simile a quanto sta succedendo in Ucraina. In questo contesto di caos alcuni colpi di mortaio hanno centrato la base Unifil di Marjayoun uccidendo un casco blu serbo e ferendone altri due.

L’Onu ha lanciato un appello per raddoppiare gli aiuti umanitari nel Paese, definendo la situazione umanitaria come «in grave peggioramento». Servirebbero oltre 300 milioni di dollari per soccorrere il quasi milione e mezzo di persone vulnerabili e bisognose. «Abbiamo visto troppe vittime, sfollamenti diffusi e ripetuti, distruzione di abitazioni e infrastrutture di base, e un trauma psicologico di vasta portata». Più di 3.500 persone sono state uccise e oltre 10.000 sono rimaste ferite.

Nonostante la tregua in corso, anche il fronte di Gaza continua ad essere obiettivo di bombardamenti israeliani. Nella notte l’aviazione ha colpito alcuni quartieri e il campo profughi di Al-Shati uccidendo 11 persone e distruggendo alcuni edifici. La situazione all’interno della Striscia continua a peggiorare. In un report, la Caritas denuncia una crisi idrica di livelli drammatici. «Anni di danni alle infrastrutture hanno portato al collasso di pozzi, reti idriche e impianti di desalinizzazione». Il risultato è che ora anche bambini devono percorrere lunghe distanze per raccogliere quella poca acqua che possono trasportare e spesso non è nemmeno potabile. I gazawi sopravvivono con 3 o 6 litri di acqua al giorno, quanto il minimo per persona sarebbe 15. La falda costiera è contaminata da liquami non trattati e dalle infiltrazioni saline. Il risultato: il 75% della popolazione beve acqua contaminata con un aumento dei casi di diarrea ed epatite A.

Andrea Pagani

Laureato in Storia, ma con la passione del giornalismo sin da bambino. Con il vizio per gli esteri, dopo l'esperienza di stage al Fatto Quotidiano, ho deciso di sfidare la mia allergia alla matematica approfondendo l'economia, convinto che sia la chiave per capire dove va il mondo.

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