Park Chan-wook: “Nel mio primo western prenderò l’anima di Sergio Leone”

Prendete un foglio di carta: potete usarlo per custodire la memoria (scrivendoci sopra qualcosa), oppure potete stropicciarlo, strapparlo e gettarlo via senza pensarci due volte. Per Park Chan-wook quella carta è la metafora perfetta della condizione umana sotto i colpi del capitalismo più duro. Il regista coreano arrivato a Milano dopo poche ore dalla chiusura del Festival di Cannes (dov’è stato presidente di giuria) ha dimostrato, all’interno del fitto calendario de La Milanesiana, che la ferocia dei suoi film non è mai un esercizio di stile ma una necessità. Dalla rabbia giovanile contro la dittatura militare degli anni ’80 fino alla disincantata lucidità di oggi, il regista usa il cinema di genere come un bisturi per fare luce sulle storture della società. Dal legame con l’Italia – e in particolare la città di Milano – ai complessi processi creativi, fino alle anticipazioni sui suoi prossimi progetti, ecco cos’ha raccontato.

Un legame speciale con Milano e la fotografia

Il rapporto di Park Chan-wook con l’Italia è stato segnato da importanti collaborazioni. “Alcuni mesi li ho trascorsi qui, a Milano, per le riprese di un cortometraggio legato al marketing del brand Zegna” dice, ricordando anche il legame con il collega Luca Guadagnino. Ma il cinema non è la sua unica lente sul mondo: dopo l’ormai prossima esposizione ad Arles, in Francia, il regista ha espresso il forte desiderio di portare una sua mostra fotografica proprio a Milano. “Magari curata proprio dalla Milanesiana!” ha subito aggiunto scherzando Elisabetta Sgarbi, la curatrice della rassegna.

Il processo creativo: dalla logica all’uso della musica

Una riflessione profonda l’ha poi dedicata al cinema. Dietro l’estetica visionaria dei suoi film c’è una mente profondamente analitica. “Sono una persona logica, anche se girare film non è esattamente un processo logico”, ha ammesso. La fase di pre-produzione è per lui un momento di ricerca collettiva, dove il confronto con il cinematographer e il production designer partendo da delle sue domande porta spesso a risposte inaspettate. E quindi soluzioni altrettanto inusuali.

Il regista sudcoreano Park Chan-wook cc. Lee Seung-hee

La colonna sonora costituisce un elemento centrale della sua arte. Sebbene Park parta raramente dalla musica per costruire una scena, firma comunque eccezioni notevoli. In Lady Vendetta, ad esempio, le forti coincidenze con l’atmosfera barocca lo hanno spinto ad ascoltare e utilizzare non solo i brani di Vivaldi, ma anche composizioni originali nate sulla scia del maestro veneziano. Al contrario, Decision to Leave è germogliato attorno a suggestioni musicali precise: il regista ha ricordato in particolare il brano “Nebbia”, la cui sessione di registrazione in studio lo ha commosso fino alle lacrime. Per No Other Choice, invece, Park ha scelto fin dall’inizio le note di Mozart per accompagnare le scene in cui “una famiglia perfetta viene rotta”, creando un contrasto stridente e affascinante.

Quindici anni per No Other Choice e l’ironia sul capitalismo

Park Chan-wook ha impiegato ben 15 anni per completare la complessa genesi di No Other Choice (film che il regista ha presentato all’ultima Mostra del cinema di Venezia). Sebbene l’autore volesse inizialmente girare l’opera negli Stati Uniti, il progetto ha faticato a trovare i fondi necessari. Il cineasta ha comunque tenuto a precisare che Hollywood non ha osteggiato il film per chiusura mentale o schieramenti politici: “I produttori americani avevano compreso perfettamente l’ironia e la critica feroce al capitalismo insite nella sceneggiatura. Semplicemente, i capitali che offrivano non bastavano per coprire la mia visione”, ha dichiarato. Per risolvere l’impasse, l’autore ha deciso di riportare il progetto a casa, affidando la produzione a un team e a un budget interamente sudcoreani.

Un’immagine del film No Other Choice con il protagonista Lee Byung-hun

Park Chan-wook fonda il suo stile proprio su una narrazione che spazia dal grottesco all’ironia macabra. Come ha spiegato lo stesso regista, l’ironia e il paradosso non smorzano la violenza ma la amplificano, rendendola ancora più spaventosa e crudele agli occhi dello spettatore. Proprio nel suo ultimo lavoro, No Other Choice, l’autore mette in campo – come sua abitudine – una potente metafora visiva e narrativa: la carta. Il regista non ha scelto a caso l’ambientazione in un’azienda cartiera: la carta racchiude la memoria ma, allo stesso tempo, affronta il declino di un materiale ormai obsoleto, che le persone stropicciano e gettano via con facilità. Secondo l’autore, questa scelta crea una similitudine perfetta con il modo in cui il sistema moderno tratta i lavoratori e alimenta l’alienazione, riprendendo il suo celebre e amato filone di dura critica alla società capitalistica.

L’arte, la società e l’eredità di Sergio Leone

Guardando al passato il cineasta ha riflettuto su come la rabbia sia stata il motore della sua giovinezza. Cresciuto nella Corea del Sud degli anni ’80, sotto una dura dittatura militare e in un paese diviso da ideologie strumentalizzate per il potere, il regista ha incanalato quella frustrazione nel cinema. “Oggi, invecchiando (ride ndr), la rabbia ha cambiato forma, trasformandosi in una preoccupazione costante per la società e l’individuo, che esplora attraverso le lenti dei film di genere” sostiene, facendosi di nuovo serio.

Alla fatidica domanda se il cinema possa cambiare il corso della storia, il regista ha risposto con grande onestà: “Se la cultura può cambiare la società? È una questione che mi rende impotente”. Le fila che prova a tirare sono estremamente lucide, nonostante la salda consapevolezza del momento storico in cui ci troviamo: “Ognuno deve fare del proprio meglio nel suo ambito. Il cinema non deve mai scadere nel pamphlet di marketing o nella propaganda politica ma deve aspirare all’eccellenza artistica”.

Guardando al futuro invece, il prossimo passo di questa ricerca artistica sarà un Western ambientato in America, incentrato sulla violenza fondativa degli Stati Uniti. Per farlo, Park Chan-wook ha dichiarato di voler guardare a un maestro assoluto: Sergio Leone. L’obiettivo non è imitarne lo stile visivo, ma catturarne l’anima e lo spirito. Diversamente non potrebbe essere.

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