Cuba è paralizzata. Manca il carburante, le proteste per strada sono all’ordine del giorno e i negoziati con gli Stati Uniti proseguono tra aperture e frenate. A ciò si aggiunge la volontà di Donald Trump di bloccare qualsiasi legame dell’isola con Cina e Russia e una possibile incriminazione verso Raúl Castro, il fratello dell’ex leader.
Gli aiuti umanitari
Settimana scorsa il presidente Trump è volato in Cina per incontrare il suo omologo cinese Xi Jinping. Se verso Oriente il tycoon ha cercato di rafforzare l’alleanza puntando su commercio, investimenti e questioni internazionali come Iran e Taiwan, in Sudamerica ha colpito ancora per portare alla caduta di Cuba. L’isola da gennaio è precipitata in una crisi economica e umanitaria a causa del blocco petrolifero imposto da Washington. Senza le riserve del greggio per la popolazione non solo è difficile spostarsi con i mezzi privati e pubblici, ma proseguire nella vita quotidiana. Le difficoltà sono aumentate di settimana in settimana, portando anche proteste nella capitale. Folle di cittadini hanno bloccato le strade, incendiato rifiuti e urlato «¡El pueblo, unido, jamás será vencido!», testimoniando l’unione del Paese. Proprio mentre Trump stringeva la mano di Xi, mercoledì 13 maggio la Casa Bianca ha proposto 100 milioni di dollari di aiuti umanitari per l’isola in cambio di riforme, a cui il presidente Miguel Díaz-Canel ha risposto perentorio: «Gli aiuti non troveranno né opposizione né mancanza di gratitudine».
Niente carburante
Ventiquattr’ore dopo, giovedì 14 maggio, Cuba è caduta nell’ennesimo apagon, un blackout generale che ha colpito tutta l’isola per due giorni. Di conseguenza senza elettricità il cibo nei frigoriferi è marcito, i cittadini non potevano cucinare o lavarsi e i macchinari negli ospedali non erano utilizzabili. Proprio mentre l’isola era atrofizzata, all’aeroporto dell’Avana è atterrato il jet americano con a bordo direttore della Cia John Ratcliffe, accolto dalla delegazioni cubana tra cui spicca Raúl Guillermo Rodriguez Castro, detto “el Cangrejo”. Sul tavolo un tema fondamentale per il futuro del Paese: i legami con Cina e Russia. Oltre al blocco petrolifero, Trump ha minacciato con dazi anche gli alleati dell’isola, che la rifornivano con più della metà del carburante che necessitava. L’ultimo approvigionamento da parte di Mosca è avvenuto due mesi fa, a marzo, e da sola l’isola riesce a produrre solo 40mila dei 110 mila barili di carburante di cui avrebbe bisogno. Il ministro cubano dell’Energia e delle Miniere, Vicente de la O Levy, ha lanciato un appello: «Non abbiamo assolutamente olio combustibile, né gasolio. Non abbiamo più riserve. Cuba è aperta a chiunque voglia venderci carburante».

Il ruolo della Cina
Di fronte all’abbandono di Pechino, Mosca, Caracas e Città del Messico sul fronte petrolifero, in questi mesi L’Avana ha fatto affidamento su un sistema energetico basato sul sole. Una «Revolución solar» in cui gioca un ruolo primario proprio la Cina, che ha sostituito l’invio di greggio con quello di pannelli solari. Ad oggi, le energie rinnovabili rappresentano il 10% dell’elettricità prodotta dal Paese. Secondo i dati del centro di ricerca Ember, il valore delle importazioni di pannelli solari fotovoltaici e batterie dalla Cina è aumentato del 1800% tra il 2020 e il 2025. Inoltre, Pechino e L’Avana hanno firmato un accordo per costruire 92 parchi solari sull’isola entro 2 anni. L’aiuto cinese, però, non basta per far uscire L’Avana dalla crisi in cui è precipitata. E non solo: l’avvicinamento di Pechino è un allarme per gli Stati Uniti e per il loro progetto di creare una sfera di influenza americana nelle Americhe.
La minaccia
Il collasso umanitario ed economico, però, non ferma Washington. Anzi. Trump continua a sostenere che Cuba è in realtà una minaccia per la sicurezza nazionale americana. Il motivo è semplice: il tycoon si sentirebbe in pericolo di fronte all’attracco nei porti dell’isola da parte delle navi da guerra russe. E il presidente ha incalzato ancora, scrivendo su Truth che Cuba è «uno stato fallito che va in una sola direzione: verso il basso!». La risposta dell’Avana non si è fatta attendere. Secondo il ministro degli Esteri, Bruno Rodriguez, un’«aggressione militare» statunitense contro l’isola causerebbe una «catastrofe umanitaria» e un «bagno di sangue» per entrambi i Paesi. Soprattutto non esiste alcun «pretesto» perché l’amministrazione statunitense debba attaccare l’isola e «cambiare il suo sistema politico o il suo governo». Un altro punto fondamentale dell’incontro tra Ratcliffe e Castro è stata proprio la presunta minaccia che rappresenterebbe Cuba. Il direttore della Cia, infatti, ha spalleggiato l’idea di Trump che ha accusato l’isola di ospitare stazioni di spionaggio russe e cinesi.
L’incriminazione di Castro

Nel frattempo, un procuratore si prepara a incriminare il fratello di Fidel Castro, Raúl Castro, per l’abbattimento nel 1996 di due voli degli “Hermanos del Rescate”, organizzazione di esuli accusata dai cubani di essere legata alla Cia. In quegli anni, Castro era a capo del ministero della Difesa e avrebbe ordinato di abbattere i velivoli, provocando la morte di quattro persone. L’Avana ha sempre difeso l’atto come una legittima azione di difesa, mentre per gli Stati Uniti si è trattato di una strage deliberata. Sul caso ci sono stati molti scontri, infine un’indagine dell’Organizzazione internazionale dell’aviazione civile portò a un giudizio finale: Cuba non seguì le procedure previste dalle convenzioni aeronautiche, attaccando gli aerei al di fuori della zona della giurisdizione nazionale. Se l’accusa dovesse essere portata avanti, si bloccherebbe ogni trattativa e nel caso peggiore porterebbe a un conflitto armato. L’escalation è testimoniata anche da un fatto concreto: secondo le rivelazioni dell’agenzia Axios, l’esercito cubano avrebbe acquistato 300 droni e starebbe organizzando l’attacco alla base americana di Guantanamo, alle imbarcazioni militari statunitensi al largo della Florida e a Key West.