TRUMP MINACCIA ANCORA CUBA: «PRENDERò IL CONTROLLO DOPO L’IRAN»

Non finisce una guerra e ne vuole iniziare un’altra. Mentre Washington continua lo scontro in Iran, Donald Trump guarda già al futuro auspicando alla conquista di Cuba.

Contro Cuba

Da gennaio L’Avana è al centro dei desideri del tycoon, che ha tentato di far cadere il governo comunista, visto come una minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti, colpendolo nella sua quotidianità. Il piano di Trump è iniziato con il blocco delle importazioni petrolifere da parte dei partner storici del Paese, ovvero Messico, Venezuela e Russia. Una mossa che ha comportato immediatamente disagi per i cittadini: riduzione dei trasporti pubblici, apagones (ovvero blackout) ripetuti e l’inoperabilità negli ospedali. Lo strangolamento di Cuba è continuato con sanzioni contro il governo, inasprite in questi giorni durante una cena privata a West Palm Beach in Florida venerdì 1° maggio. Proprio durante quella serata, con un ordine esecutivo, il leader ha preso di mira sia le società e le banche straniere che intrattengono rapporti commerciali con l’Havana sia i soggetti che appoggiano l’apparato di sicurezza cubano. Entrambi considerati complici di corruzione.

L’ultima minaccia

Con il conflitto in Teheran, iniziato il 28 febbraio, le attenzioni del presidente si sono focalizzate in Medio Oriente, ma nel frattempo non si è dimenticato delle sue intenzioni in Sud America. Trump, infatti, ha lanciato un monito assicurando che «prenderà il controllo di Cuba» non appena «porterà a termine il lavoro in Iran». Aggiungendo che «al ritorno dall’Iran, faremo in modo che una delle nostre grandi navi, forse la portaerei USS Abraham Lincoln, la più grande del mondo, si avvicini, si fermi a circa cento metri dalla costa e loro diranno: ‘Grazie mille, ci arrendiamo’». Il presidente cubano Miguel Diaz-Canel, però, non è stato intimorito da queste parole e ha denunciato l’azione come l’ennesimo «blocco genocida» affermando che le sanzioni «non ci intimidiranno».

L’ex presidente cubano Raul Castro, 95 anni, con gli attuali leader de l’Avana alla manifestazione del Primo Maggio EPA
Nel Paese

La situazione a L’Avana si è aggravata nei mesi. La stretta energetica ed economica, unita alla crisi umanitaria, ha piegato ulteriormente il Paese. Il turismo, fonte principale dell’economia cubana, ha subito un tracollo e i visitatori sono calati del 18% dal 2024 al 2025. Nel mentre, il prezzo dei beni essenziali è aumentato. Per esempio, una pagnotta di pane da 500 grammi è passato da 70 a 150 pesos dall’inizio dello scontro con Trump. I farmaci e i materiali per le operazioni, invece, sono introvabili e nelle periferie non arrivano le provviste necessarie data la mancanza di carburante per muoversi nel Paese. E ancora: l’impossibilità di usare le attrezzature agricole obbliga i contadini a tornare al lavoro manuale, che risulta difficile per i più anziani; la mancanza di corrente elettrica non permette di usare i frigoriferi e di conseguenza conservare gli alimenti; i rifiuti si accumulano per strada e i cittadini rovistano tra la spazzatura in cerca di cibo.

Gli altri Stati rivendicati

Tra volontà di annessione, invasioni e minacce, Cuba non è l’unico Paese rivendicato da Trump. Il suo secondo mandato è iniziato con un desiderio preciso: acquisire la Groenlandia, territorio autonomo danese. Formalmente per ragioni di sicurezza nazionale e l’accesso a risorse rare, ma in realtà la determinazione del tycoon è da ricercarsi nella posizione strategica del Paese per le rotte artiche e dalla presenza di metalli rari per batterie e chip. Dopo un periodo di caos internazionale, la questione è rimasta in sospeso con il governo locale e danese che difendono la propria sovranità.

Rimanendo al nord America, Trump aveva già rivendicato in passato il Canada, definito da lui come il potenziale 51esimo Stato sotto la guida di Washington. Secondo il tycoon, infatti, il confine tra i due Paesi è artificiale e il suo intervento non sarebbe solo militare, ma più economico e politico per portare a una forma di integrazione forzata. Abbiamo poi il Canale di Panama, preteso dal leader americano come nodo strategico globale, citando la sicurezza nazionale e la necessità di contrastare l’influenza cinese. Il suo controllo, infatti, significa incidere direttamente sui flussi commerciali tra Atlantico e Pacifico e contrastare la supremazia di Pechino

In Sud America

Guardando a Sud, invece, il tycoon vorrebbe annettere agli Stati Uniti sia il Messico sia il Venezuela. Il fronte messicano risulta fondamentale per una questione di sicurezza interna. Dall’inizio del 2026 i rapporti tra Trump e la sua omologa Claudia Sheinbaum si sono raffreddati a causa della linea dura della Casa Bianca su dazi e cartelli della droga, considerati responsabili del flusso di fentanyl. Le ipotesi di operazioni militari contro questi ultimi nascono dall’idea che la minaccia non possa essere contenuta entro i confini nazionali. In questo caso, più che di espansione territoriale si tratta di una proiezione della forza oltre confine, giustificata dalla necessità di proteggere la sicurezza americana.

Nicolas Maduro, presidente del Venezuela

Ancora più esplicita è stata la volontà di intervento a Caracas, dove Trump è passato dalle parole ai fatti. Per mesi il leader è stato allettato dalle riserve petrolifere e si è dichiarato più volte ostile al governo di Nicolas Maduro. Così il Venezuela è diventato il suo obiettivo principale. Washington è intervenuto con un’operazione militare a gennaio, facendo cadere il leader e ripristinando un equilibrio favorevole agli Stati Uniti.

E ancora. Le minacce raggiungono una dimensione globale con Iran e Siria con un intento punitivo. Nel caso di Teheran la dimensione è quella di uno scontro diretto con avvertenze che si muovono su tre assi: il programma nucleare, il controllo dello Stretto di Hormuz e la stabilità del regime. La situazione di Damasco, invece, è diversa. Le azioni della Casa Bianca si inseriscono nella continuità della lotta contro gruppi jihadisti e nella gestione del conflitto siriano.

Michela De Marchi Giusto

La cicogna ha sorvolato Buenos Aires e Madrid prima di lasciarmi a Busto Arsizio. Racconto ciò che mi circonda da quando ho imparato a tenere una penna in mano. Mi occupo di esteri perché il mondo è troppo grande per una lingua sola. Scrivo per il quotidiano La Prealpina e ho collaborato con l'agenzia MiaNews

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