Prima New York, poi Parigi, ora è Milano a vestire Prada. Dalla Galleria Vittorio Emanuele, al Salumaio di Montenapoleone, passando per l’Accademia di Belle Arti di Brera e Palazzo Parigi. Sono solo alcuni dei luoghi iconici milanesi scelti come passerella per l’atteso sequel di uno dei cult della storia del cinema: Il Diavolo Veste Prada 2. Ma cosa ne ha guadagnato la città meneghina?
A un mese dall’uscita del film è difficile definirlo con chiarezza. Se nel Diavolo Veste Prada del 2006, New York e Parigi hanno descritto fedelmente le città della moda per eccellenza, nel sequel anche il capoluogo lombardo ha saputo difendersi, non rappresentando più l’Andrea (Anne Hathaway) del primo film, ma piuttosto mostrandosi da vera e propria protagonista, indossando le vesti di quella Miranda Priestley che lanciava cappotto e Birkin di Hermès sulla scrivania delle sue “Emily”. Tuttavia, conti e bilanci saranno possibili solo in un secondo momento. Quello che si può già prevedere, però, è che tutta questa visibilità data alla città non passerà inosservata agli amanti del cinema.
L’impatto del film sulla città meneghina
Per comprendere l’impatto che il film potrà avere sul turismo milanese abbiamo intervistato Francesco Clerici, professore a contratto dell’Università IULM per il corso “Cinema e sviluppo turistico”. Sebbene il film sia uscito da poco, l’impatto sulla città è già reale, almeno in parte. «Il cineturismo non è importante solo in una fase secondaria all’uscita nelle sale, ma anche come importo diretto. Quando il cast si trova a Milano, la presenza di attori come Meryl Streep, ma non solo, anche di tutta la troupe, dal cameraman all’elettricista, fino al regista, ha già un effetto immediato sulla visibilità della città che, se gestita bene, porta promozione fin da subito», commenta il Professor Clerici.

Nelle settimane di riprese che hanno impegnato la troupe tra una sfilata e l’altra, l’attenzione mediatica era già altissima ancora prima del debutto nelle sale, così come la curiosità del pubblico. La prima settimana al cinema si è infatti chiusa con 14.178.176 euro di incasso e 1.739.895 spettatori. Una vetrina enorme per Milano: le ambientazioni scelte, infatti, permettono di mostrare facce inedite della città e di aggiungere nuovi luoghi alla lista di chi, anche solo per un giorno, vuole sentirsi come Andrea tra le strade del centro e vivere Milano da vero milanese.
«Brera è un posto poco conosciuto dai turisti, ma molto caro ai cittadini. Ambientazioni come quelle del film possono aiutare i visitatori a scoprire luoghi meno noti. Il cineturismo serve proprio a questo: attirare persone in posti che normalmente non conoscerebbero, contribuendo anche a distribuire meglio i flussi turistici e ad alleggerire le zone colpite dall’overtourism. È quindi un modo per amplificare il potenziale di una location attraverso il cinema», spiega Clerici.
Il cinema come motore del turismo
Luoghi che diventano film e film che trasformano i luoghi in mete da visitare: il cineturismo, turismo legato alle ambientazioni cinematografiche, è un fenomeno sempre più concreto e soprattutto sempre più redditizio. Solo negli Stati Uniti, infatti, si parla di un business da circa 8 miliardi di dollari. Si tratta di una forma di turismo che influenza sempre di più le scelte dei viaggiatori, orientate da ciò che hanno visto e sognato sul grande schermo.
Seppur non nuovo come fenomeno, secondo il report “Unpack ’26” di Expedia, Hotels.com e Vrbo, l’81% dei viaggiatori appartenenti alla Gen Z e ai Millennial prevede di pianificare almeno un viaggio ispirato a ciò che ha visto al cinema o in televisione. Una percentuale altissima, che spesso muove più della convenienza economica o dei monumenti stessi.

«Ciò che spinge le persone a scegliere come destinazione un luogo visto in un film sono quasi sempre motivazioni emotive. Un particolare film, se molto amato, porta il pubblico ad affezionarsi alle sue location, nasce il desiderio di vivere in prima persona quelle atmosfere, un po’ come accade sullo schermo. È lì che scatta qualcosa», racconta Francesco Clerici. Non è un caso che, «se una persona ha cinque possibili mete tra cui scegliere e in una di queste è stato girato un film che ama, quello diventa uno dei criteri di scelta». Scegliere un luogo per rivivere un film in prima persona significa trasformare quelle location in simboli per i fan e soprattutto in nuovi poli di attrazione turistica. Ed è proprio questa la forza del cineturismo.
Cineturismo non è sinonimo di overtourism
Se, da un lato, ad oggi ci si può solo immaginare l’effetto economico del Diavolo Veste Prada 2 sul turismo di Milano, dall’altro, ci sono luoghi in Italia che del cineturismo ne hanno fatto il loro vero e proprio business. È il caso di Crema, diventata una meta prediletta per i fan di “Call me by your name”, il film di Luca Guadagnino con protagonista Timothée Chalamet. Come dichiarato da Clerici, «grazie alla produzione cinematografica, Crema si è evoluta in una città in cui le persone vanno per immortalare i luoghi frequentati dai protagonisti Elio e Oliver e per farsi fotografare negli scorci celebri del film».
Tuttavia, come già evidenziato, il cineturismo non deve trasformarsi in un fenomeno capace di aggravare l’overtourism in città come Venezia o Firenze, realtà che già oggi faticano a sostenere la pressione dei troppi visitatori. In tal caso, la scelta di ambientare film in queste città contribuisce esclusivamente all’aumento in negativo del fenomeno. Piuttosto, il cineturismo dovrebbe alimentare un turismo più consapevole e intelligente, come ci si aspetta che il Diavolo Veste Prada 2 possa fare a Milano e nei suoi dintorni.

La Basilica di Santa Maria delle Grazie, Villa Balbiano sul Lago di Como, Villa Arconati e Palazzo Clerici sono luoghi che nel lungometraggio non sono stati semplici sfondi cinematografici, ma veri protagonisti del racconto, capaci di mostrare tutta l’eleganza della città e far vivere al pubblico l’immaginario della moda milanese ben oltre la Fashion Week.