Anche se indossa un voluminoso abito cremisi e dei tacchi rossi, Miranda Priestley (Meryl Streep) sembra aver perso il suo smalto originale. Si è isolata nello scranno di “Runway” da quando le vendite del periodico vanno a picco. È circondata dalle vecchie copertine del successo ma vive in un mondo che non le appartiene, i trend e i like che ossigenano la rivista hanno poco a che fare col mondo della moda.
Quando arriva in ufficio, non lancia più le sue giacche in pelliccia e le borse griffate sulla scrivania. Ora non c’è un’assistente affaccendata che le posa con riverenza. Deve farlo da sola. Non ha più la stessa schiera di seguaci, ma nessuno ha il coraggio di dirlo. Il diavolo è nudo.
La morte della carta
La bulimia di selfie, pixel luminosi e scroll online ha sostituito i cadaveri dei giornali, emarginati dall’odore in putrefazione della carta. Il diavolo veste Prada 2 naviga nella contemporaneità anoressica del giornalismo.
Mentre Andy (una lucente Anne Hathaway) ritira il premio Pulitzer per la scrittura di una feature, riceve un messaggio insieme ai colleghi: sono stati tutti licenziati. Lo hanno appreso con una notifica preconfezionata sulla mail.
Irv Ravitz (Tibor Feldman) – proprietario di “Runway” – sfrutta l’occasione e chiama la brillante giornalista newyorkese per risollevare la loro reputazione. Il periodico si è infatti macchiato di uno scandalo reputazionale che cade come una ghigliottina sulla figura di Miranda. Andy arriva all’insaputa di tutti. La Zarina della moda non ricorda nemmeno di averla assunta in passato, ma è costretta a collaborarci.

I suoi articoli hanno una firma d’impatto, ma non ottengono il successo che meriterebbero. Non li legge nessuno, se non una cerchia ristretta di addetti ai lavori. È come se non esistessero. Un senso di perdita che lo scenografo Jess Gonchor è abilissimo a riflettere anche negli edifici: non più barocchi ed esplosivi nei toni, ma freddi e asettici come lo stile minimalista e immediato della contemporaneità. Di quello stile non è rimasto che lo scheletro.
le architetture come specchio del decadimento contemporaneo
È però sterile anche la storia d’amore di Andy, quasi senz’anima, mai problematica e priva di spessore drammaturgico. Patrick Brammall entra ed esce dalla scena come un fantasma narrativo.
In netta contrapposizione c’è Emily Charton (Emily Blunt), ora dirigente di alta moda a caccia del successo. Il narcisismo e la ricerca spasmodica del protagonismo da copertina sono le uniche cose che riesce ad esternare: si fa ricoprire d’oro e di lapislazzuli da una star multimilionaria senza alcun tipo di personalità, con cui intrattiene una relazione di convenienza. Accidiosa e arida, riflette una forma di ego urlato di cui è essa stessa vittima.

Chi invece fa del silenzio il proprio strumento discreto di lavoro è Nigel (Stanley Tucci), con una stoffa interpretativa dall’eleganza indiscussa. Nigel coltiva l’arte accademica del mestiere: unisce alla creatività artigianale un rigore alchemico e scientifico. È l’ideatore di un’architettura visiva senza precedenti, sarto della rivista, chirurgo delle immagini, cultore dell’estetismo, designer. Cuce per anni uno stile inconfondibile sulle pagine, confezionandone il vestito: la carta si impregna di tutti i tessuti esclusivi e dei cromatismi più preziosi. “Runway” è la pelle della moda.
La modernità immortale del visionario
Quando sono a Milano, per l’attesissima sfilata all’Accademia di Brera, le star si scontrano con un’idea di mondo che vuole sostituirle. Il disegno previsto è in linea con la graduale ghettizzazione della cultura, che mira a farne un dispositivo elitario e baronale. Esoterico. David Frankel ci introduce al ricco ma spietato universo delle sfilate con inquadrature vertiginose, sovraccariche di luci, colori e movimenti di camera.

Ma per sopravvivere alla macchina dell’industria non basta diventare degli ottimi “vendor” – lo dice Miranda nel film – bisogna essere visionari. Loro, non invecchiano, non vengono scalfiti dal tempo. Creano scenari che influenzano la realtà perché vedono tutto, vedono prima. Vedono oltre. E mostrano agli altri quei mondi vividi che hanno già esplorato con le loro creazioni. Il vero moderno è il visionario.