«Per la prima volta a memoria d’uomo, siamo davvero soli insieme». Parla così dell’Unione Europa Mario Draghi, mentre gli viene consegnato il premio internazionale Karlspreis, ad Aquisgrana. L’economista ed ex premier italiano si pronuncia in un discorso che vuole essere una sveglia per l’Europa, per dare una direzione ai Paesi membri che sembrano brancolare nella nebbia del caos geopolitico.
Il premio di Aquisgrana
Il premio intitolato a Carlo Magno viene consegnato a personalità che si sono distinte per una particolare vocazione o opera europeista. Il luogo della premiazione è Aquisgrana, Aechen, in tedesco. Una città importante e simbolica. Lì Carlo Magno, “Sovrano dell’Occidente cristiano”, prese residenza fissa nel 794. Una scelta particolare, ma che aveva un triplice significato politico, geografico e militare. Carlo Magno voleva porre così un ponte tra il passato e il futuro del Continente. Ecco, ora il drago d’Europa raccoglie l’eredità e sfrutta il palco offertogli con il riconoscimento per sferzare, ancora una volta, i suoi colleghi e l’Europa intera.

Il discorso di Draghi
«Non fingerò che ciò che attende l’Europa sia facile. Ma questo non è solo un momento di pericolo. È anche un momento di rivelazione». Il Vecchio Continente deve aprire gli occhi su un mondo che è cambiato radicalmente e non può più reggersi sui principi degli ultimi decenni. «Al di là dell’Atlantico, non possiamo più dare per scontato che i custodi dell’ordine postbellico restino impegnati a preservarlo» e dall’altra parte la Cina non offre un’alternativa possibile. Un’Europa abbandonata dallo storico alleato e stelle e strisce e senza un’altra guida. «Il mondo che un tempo aiutava l’Europa a generare prosperità non esiste più. È diventato più duro, più frammentato e più mercantilista». Ogni dipendenza deve essere riesaminata, così come il sistema e le premesse sulle quali l’Europa stessa è stata costruita.
I pilastri europei, di ieri
L’Europa degli albori si reggeva su due pilastri: la costruzione di un’economia aperta e la convinzione di non dover più gestire autonomamente la propria sicurezza, perché si poteva contare sulla Nato e le altre organizzazioni internazionali. E il sistema ha funzionato. Ha traghettato l’Europa fuori da una situazione di guerre continue, portando ad una comunità di popoli liberi e la realizzazione di «qualcosa di storicamente raro: integrazione senza subordinazione». Poi non ha funzionato più. Perché il mondo è stato capovolto da sovranismi e sovrani (“Kings”, come dicono gli americani), e le organizzazioni internazionali hanno iniziato a scricchiolare. Sono arrivate anche le crisi globali: «Dal 2020, gli shock esterni si sono susseguiti uno dopo l’altro, ciascuno aggravando il precedente e restringendo ulteriormente lo spazio per l’esitazione». Fino a giungere alla guerra in Medio Oriente, che ha riportato l’inflazione.

I pilastri europei, di domani
Mario Draghi comincia così la sua lezione. I problemi più grandi sono dovuti alle tre vulnerabilità del Continente. La dipendenza dalla domanda esterna (perché in realtà il mercato interno non è mai stato raggiunto per davvero); le dipendenze strategiche (tra cui il gas liquefatto americano); il ritardo tecnologico (che pesa tantissimo sul piano dell’Intelligenza artificiale). Ai tre problemi Draghi dà cinque soluzioni. Un vero mercato unico, una politica industriale, la necessità di una difesa europea, l’autonomia strategica e infine il punto che gli sta più a cuore.
Il federalismo pragmatico
Non un sogno ideologico, ma una strategia basata sull’efficienza e sulla flessibilità. Una chiave per togliersi dall’impasse della non-azione, dal fallimento istituzionale nel tradurre la necessità in azione. «La nostra esperienza attuale è che l’azione al livello dei ventisette spesso non riesce a fornire ciò che il momento richiederebbe. Il problema non è la mancanza di ambizione tra i leader. È ciò che accade dopo che l’ambizione entra nel meccanismo». Liberarsi dei troppi meccanismi dunque, e lasciare che la macchina Europea viaggi. «Man mano che cresce l’abitudine di agire insieme, cresce anche il senso di scopo comune», per far sì che venga dimostrato «che l’Europa può di nuovo trasformare la crisi in unione».