Aperture e chiusure di Hormuz: la timeline della guerra in Iran

I precedenti

La guerra dei 12 giorni: giugno 2025

Tutto è iniziato a giugno 2025, quando gli Stati Uniti per 12 giorni attaccano l’Iran. L’obiettivo: colpire il programma iraniano di arricchimento dell’uranio, da sempre considerato una minaccia da Israele e Usa. I bombardamenti statunitensi riguardano tre siti nucleari (Fordo, Natanz e Isfahan) e non si allargano alle aree cittadine. Tel Aviv invece attacca anche altre città, compromettendo difese antiaeree e preannunciando degli obiettivi più vasti rispetto al solo programma nucleare.

Tutto questo si colloca in un quadro interno complesso per l’Iran. Le proteste antiregime a gennaio raggiungono dimensioni senza precedenti, così come è senza precedenti la brutalità con cui vengono represse dal regime. C’è un ulteriore precedente da aggiungere per inquadrare l’attacco contro il programma nucleare. E’ stato Trump stesso a far saltare nel suo primo mandato lo storico accordo sul nucleare fatto tra Barack Obama e il regime iraniano (il Joint Comprehensive Plan of Action), cosa che ha permesso a Teheran di riprendere l’arricchimento dell’uranio.

Le prime contraddizioni: gennaio 2026

Sempre a giugno Trump annuncia che il programma nucleare è stato annientato dall’operazione. Successivamente i report dell’intelligence statunitense lo smentiscono, dimostrando che il regime iraniano aveva spostato altrove le scorte di uranio arricchito. A fine gennaio è Trump stesso a contraddirsi da solo: chiede all’Iran di smantellare il programma nucleare, che evidentemente quindi non era stato annientato. Il presidente americano soffia sul fuoco delle proteste interne: dice agli iraniani di continuare a lottare e ribellarsi, perché «gli aiuti sono in arrivo».

Sono circa 30mila le vittime delle proteste a Teheran nel mese di gennaio
Il preannuncio: febbraio 2026

Durante il mese di febbraio gli Stati Uniti si preparano: concentrano in Medio Oriente mezzi militari. La portaerei più grande del mondo, la Gerald Ford statunitense, si sposta nel mediterraneo e viaggia verso l’Iran. Trump ammette di star «valutando un attacco militare mirato e limitato» per fare pressione su Teheran affinché accetti di smantellare il programma di arricchimento dell’uranio, ma afferma di preferire la diplomazia.


Scoppia della guerra in Iran

L’escalation: 28 febbraio

Il 28 febbraio l’azione congiunta di Usa e Israele porta all’uccisione dell’Ayatollah Ali Khamenei, guida suprema del regime iraniano. L’operazione israeliana è chiamata “Ruggito del Leone”, quella americana “Operation Epic Fury”. Questa è la definitiva escalation che porterà all’inizio della guerra. Nei primi giorni di marzo Trump annuncia che l’operazione sarebbe durata «quattro settimane o anche meno» e che non avrebbe incluso la presenza di soldati statunitensi sul suolo iraniano. La reazione di Teheran non si è fatta attendere e ha portato ad una rapida estensione del conflitto che è arrivata a toccare 11 paesi limitrofi in sole 72 ore.

Lo stretto di Hormuz viene chiuso: 4 marzo

Il braccio di mare che collega il Golfo Persico al Golfo dell’Oman e all’Oceano Indiano, largo nel punto più stretto circa 33 km, da cui transitano 20-21 milioni di barili al giorno, pari a quasi il 20-21% di tutto il petrolio consumato nel mondo, è chiuso. L’Iran annuncia la sua chiusura ufficiale, minacciando di colpire qualsiasi nave tenti di attraversarlo. Teheran scopre il suo asso nella manica, la leva che fa cambiare l’equilibrio del conflitto e fa scivolare il mondo in uno choc energetico.

Record nel prezzo del petrolio: 9 marzo

Bruciano quattro raffinerie in Iran, mentre il prezzo del petrolio sale oltre i 100 dollari al barile per la prima volta dal luglio 2022. Il prezzo della benzina aumenta del 20% . Trump decide di togliere le sanzioni al petrolio russo per cercare di limitare i danni economici, ma ogni volta che è intervistato dice che il conflitto sarà breve. Intanto i leader europei lo isolano, negando un coinvolgimento in una guerra che non è loro.

Il regime iraniano subisce nuovi colpi: 18 marzo

Le Idf israeliane colpiscono Ali Larijani segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, e il generale Gholam Reza Soleimani, capo della milizia paramilitare di volontari che fa parte della Guardia rivoluzionaria islamica. Larijani era il vero stratega del regime, a capo di difesa, intelligence e politica estera dalla morte dell’Ayatollah Khamenei, la sua uccisione è un altro duro colpo per il regime. L’Iran risponde lanciando raffiche di missili e droni contro i vicini arabi del Golfo e contro Israele.

Gli ultimatum (molteplici) di Donald Trump

Il primo ultimatum è del 21 marzo, quando Trump scrive sui suoi canali social che se l’Iran non avesse riaperto lo stretto di Hormuz «entro 48 ore», gli Stati Uniti avrebbero «distrutto LE CENTRALI ELETTRICHE, A PARTIRE DALLA PIÙ GRANDE!». Due giorni dopo, il 23 marzo, quando l’ultimatum iniziale sta per scadere, Trump cambia idea: dice che i negoziati diplomatici in corso sono «produttivi», e che quindi il suo ultimatum sarebbe stato spostato di cinque giorni.

Lo Stretto di Hormuz divide la penisola arabica dalle coste dell’Iran. Qui transitano mediamente 20,5 milioni di barili al giorno di petrolio (circa il 20% della domanda mondiale di petrolio)
L’apertura parziale di Hormuz: 25 marzo

L’Iran comunica al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e all’Organizzazione marittima internazionale che le «navi non ostili» possono transitare nello stretto di Hormuz purché si coordinino con le autorità iraniane, rispettino pienamente le norme di sicurezza dichiarate e paghino il pedaggio al transito. «Sapete, non mi piace dirlo, ma abbiamo vinto. La guerra è stata vinta. Chi sostiene il contrario fa parte delle fake news», si affretta a dire Trump. Poi posticipa l’ultimo ultimatum di dieci giorni: la nuova scadenza cade il 6 aprile.

La prima proposta di accordo: 31 marzo

Teheran annuncia di aver ricevuto dall’amministrazione Trump una proposta in 15 punti per un accordo di cessate il fuoco. Secondo il regime le richieste sono «eccessive, irrealistiche e irrazionali», dunque propone a Washington un altro accordo in 5 punti con altre condizioni ritenute inaccettabili questa volta dagli americani. Non ci sono ancora contatti diretti tra le due parti, ma inizia a spuntare l’ipotesi di una mediazione del Pakistan.


Iniziano i negoziati a Islamabad, Pakistan

Fallisce il primo round di negoziati: 11-12 aprile

Il primo round di negoziati diretti fra Stati Uniti e Iran a Islamabad, capitale del Pakistan, è iniziato e finito senza accordi nel giro di 48 ore. Alla tregua già molto fragile quindi si aggiunge il fallimento di ben 21 ore di colloqui. Trump annuncia sui social: «Con effetto immediato, la Marina degli Stati Uniti, la migliore al mondo, avvierà il processo di BLOCCO di tutte le navi che tentano di entrare o uscire dallo Stretto di Hormuz». Ha così inizio il contro-blocco statunitense dello stretto di Hormuz, che presenta una sfida rilevante per il regime, a fronte di una situazione economica già disastrata. Impedendogli di esportare petrolio, il blocco ha privato l’Iran della principale fonte di valuta straniera e di un gettito pari a un terzo del PIL.

Lo stretto viene aperto e chiuso: 17-18 aprile

L’Iran dichiara l’apertura e la richiusura dello stretto in meno di 24 ore. Il ministro degli Esteri dell’Iran Abbas Araghchi annuncia che lo stretto di Hormuz è aperto, anche se nel corso delle ore le sue dichiarazioni sono ridimensionate dall’ala più dura del regime iraniano. Intanto il presidente degli Stati Uniti Donald Trump dice che un accordo per porre fine alla guerra con l’Iran arriverà «presto» e che nuovi colloqui potrebbero «svolgersi già nel fine settimana». Poi però, aggiunge che il blocco navale statunitense sulle navi e sui porti iraniani «rimarrà in vigore». L’Iran quindi risponde riattivando il suo blocco.

Fallisce il secondo round di negoziati: 21-22 aprile

Donald Trump annuncia un nuovo giro di negoziati diretti a Islamabad. Tuttavia l’agenzia stampa statale iraniana riferisce che Teheran avrebbe rifiutato di nuovo perché le «richieste irragionevoli», le «continue contraddizioni» e il blocco navale imposto dall’amministrazione Trump a Hormuz «non lasciano alcuna chiara prospettiva di negoziati fruttuosi». Rimane quindi il fragile cessate il fuoco così come rimane il blocco di Hormuz, anzi, il doppio blocco di Hormuz.

Trump imbavagliato da un nastro con la forma dello Stretto di Hormuz in un gigantesco cartellone a Teheran
Fallisce anche il terzo round di negoziati: 27 aprile

Il 27 aprile riprendono i tentativi di dialogo in Pakistan: il ministro degli Esteri iraniano consegna ai mediatori pakistani una proposta per gli americani. L’Iran vuole dividere il negoziato in due fasi: prima riaprire Hormuz rimuovendo il blocco navale, poi affrontare il nucleare. Trump respinge l’approccio: vuole un accordo complessivo «molto migliore» di quello del 2015 (il JCPA), e ritiene la proposta iraniana insufficiente («Hanno offerto molto, ma non ancora abbastanza»). I negoziatori americani Witkoff e Kushner non partono nemmeno per Islamabad.

La tregua vacilla

Il 3 maggio lo stretto di Hormuz è teatro di una vera e propria battaglia navale. Segue alla decisione americana di forzare il blocco iraniano dello Stretto di Hormuz e di «guidare» le navi commerciali nell’attraversamento. La risposta iraniana è stata il fuoco: sia sulle navi Usa sia su quelle commerciali, con missili e droni intercettati e distrutti. Trump chiede addirittura alle Nazioni Unite (organo finora da lui bistrattato, da cui aveva anche minacciato di uscire) una risoluzione che porti gli europei a una missione formale per lo sminamento dello stretto.


Le ultime novità da Iran e Stati Uniti

Teheran

Teheran propone agli Stati Uniti la fine della guerra su tutti i fronti, in particolare in Libano, il pagamento dei danni di guerra, il riconoscimento della sovranità su Hormuz e la revoca delle sanzioni. L’Iran ha anche minacciato ritorsioni contro Londra e Parigi se manderanno navi nello stretto.

Una buona notizia riguarda il blocco navale perché una nave battente la bandiera del Qatar e gestita dall’azienda QatarEnergy ha attraversato lo stretto di Hormuz con un carico di gas naturale liquefatto, seguita poi da una seconda nave con bandiera panamense e diretta in Brasile. Entrambe avevano ricevuto il via libera da Teheran, come prova della fiducia del regime nei confronti di Qatar e Pakistan. Ma le tensioni tra i Paesi del Golfo restano alte: il Kuwait ha convocato l’ambasciatore iraniano denunciando l’infiltrazione di membri dei pasdaran. I militari si stanno infatti muovendo: il regime ha detto che l’Iran è «pronto a qualsiasi scenario».

Washington

Washington ha intanto sospeso l’operazione “umanitaria” di scorta delle navi attraverso lo stretto. Donald Trump ritiene di essere vicino ad un accordo anche se l’ultima proposta iraniana è stata respinta e definita «totalmente inaccettabile» e la tregua in «fin di vita». L’amministrazione statunitense non farà passi indietro sul dossier nucleare. Ma il presidente si trova nella situazione in cui potrebbe dover tornare ad un’intesa molto simile a quella raggiunta nel 2015 da Obama. Quella che lui aveva affossato nel 2018 scatenando in seguito tutta questa guerra e lo choc energetico globale che ha seguito il blocco di Hormuz.

Martina L Testoni

Sono nata e cresciuta a Brescia dove il mondo mi sembrava piccolo e chiuso. Poi, quasi all’improvviso, mi sono trovata a vivere tre mesi a Los Angeles e girando per l’America ho scoperto quanto è bello il mondo e quanto sono incredibili le relazioni politiche che lo fanno girare. Dopo un viaggio in Giappone, di questo mondo mi sono innamorata. Ora lo voglio raccontare e spiegare, per portarne un pezzetto a tutti con le parole.

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