Dieci anni. 3652 giorni fa arrivava a compimento la più grande impresa della storia del calcio. Il 2 maggio 2016 il Leicester City Football Club diventava matematicamente campione d’Inghilterra, per la prima volta nella sua storia. Il successo targato Sir Claudio Ranieri arrivò nel finale di una stagione sensazionale, che ha consegnato al mondo del calcio giocatori del calibro di Jamie Vardy, Riyad Mahrez, N’Golo Kanté. E a un’intera comunità cittadina la pagina più bella possibile nel libro del loro calcio. Sir Peter Soulsby, allora (e attuale) sindaco di Leicester, ha ricordato con noi quell’evento come «un periodo di grande orgoglio per la città», sottolineando che per i tifosi – come lui, da sempre abbonato alle Foxes – «momenti come quello non arrivano nemmeno in una vita intera».
Purtroppo, la celebrazione di una ricorrenza così importante per i biancoblu è inevitabilmente sporcata dalla retrocessione in League One, la terza divisione inglese. Nella storia del Leicester era successo solo un’altra volta, nel 2008, “appena” otto anni prima del trionfo in Premier. E lo stato d’animo della tifoseria ne risente. Su un forum dedicato ai tifosi delle Foxes, l’amarezza fa da cornice alla disperazione e all’ironia dei commenti: lo spettro passa dal «potremmo addirittura provare a vincere la League Two, non l’abbiamo mai vinta» all’espressione di tutta la rabbia provata da un tifoso sulla quarantina, che ha vissuto entrambe le retrocessioni, mettendole a paragone. A dieci anni di distanza e in quest’ottica, non è più Davide ad indossare la divisa del Leicester contro Golia, ma Icaro in caduta libera.
A raccontarci due stati d’animo tanto opposti quanto coesistenti oggi nel Leicestershire ci ha pensato Rob Tanner, ex giornalista del Leicester Mercury che per 16 anni si è occupato di seguire giorno dopo giorno le Foxes. Compresa la stagione dei miracoli.
Leicester City fans have been a serious ride since the year 2000 🎢
2000: Win the League Cup
2002: Finish bottom of the Premier League
2002: Change stadiums
2003: Promoted to the Premier League
2004: Relegated to the Championship
2008: Relegated to the third division of English… pic.twitter.com/XEK7uC4rKd— Football on TNT Sports (@footballontnt) April 22, 2026
«5.000 a 1: queste erano le probabilità che il Leicester vincesse il titolo per la gente. Era più probabile trovare Elvis Presley vivo». È così che Tanner, con gli occhi colmi di emozione e riprendendo il titolo del suo libro su quella stagione, ci dà una prima misura della portata di questa autentica impresa.
Cosa ti viene in mente se dico “Il Leicester è campione d’Inghilterra”?
Incredulità, davvero. Nel 2002 il club era quasi scomparso a causa di problemi finanziari, nel 2008 era in League One. Quando sono arrivati i nuovi proprietari thailandesi (2011, ndr) hanno iniziato a parlare di Champions League, e tutti pensavano: impossibile. Poi il ritorno in Premier League: nella prima stagione sono rimasti all’ultimo posto quasi fino alla fine, si sono salvati vincendo sette delle ultime nove partite. E infatti in quella stagione erano nuovamente i favoriti per la retrocessione.
Qual è l’immagine più iconica di quella stagione?
Probabilmente Jamie Vardy. Specialmente il suo polso, ha giocato la maggior parte della stagione con un gesso diventato iconico. Quando ha infranto il record (di Van Nistelrooy, per il maggior numero di partite consecutive in gol in Premier, ndr) contro il Manchester United. Voglio dire, il Manchester United! È stata l’immagine più iconica.

Un giocatore del Leicester ha scritto il suo nome nella storia della Premier League, titolo a parte.
Il Leicester ha avuto buoni calciatori in passato. Lineker, Shilton, Wood. Ma bisogna tornare molto indietro per trovarne. Vardy è stato in primo piano nella migliore stagione della storia del club: probabilmente sarà ricordato come il più grande giocatore del Leicester di sempre.
Quella squadra era piena di grandi calciatori…
Mahrez, Kanté. In Francia nessuno aveva sentito parlare di Kanté. Steve Walsh l’ha scovato ed era deciso ad acquistarlo. Ogni giorno a Beaver Drive, il campo di allenamento, passava accanto a Claudio Ranieri e gli diceva solo “N’Golo Kanté, N’Golo Kanté”. Alla fine Claudio ha accettato, ma non sapeva dove farlo giocare. Inizialmente lo schierava come ala sinistra. Poi si è dimostrato un mostro come calciatore: scherzavano dicendo di schierare Drinkwater al centro e N’Golo ad entrambi i lati.
Ci racconti il momento in cui hai pensato per la prima volta che il Leicester avrebbe veramente potuto vincere la Premier League?
Ho iniziato a scrivere il mio libro nel periodo di Natale, perché il Leicester era primo in classifica. Ma non pensavo che avrei raccontato una favola: pensavo sarebbe stata solo la storia, cara ai tifosi, di quella stagione in cui il Leicester ha sfidato l’élite del calcio inglese, fallendo alla fine. Poi è arrivata la trasferta contro il Manchester City (vinta 1-3, ndr). Hanno surclassato una delle grandi del calcio inglese sul campo avversario, non si sono difesi per 90 minuti. Mentre guidavo verso casa pensavo “potrebbero effettivamente farcela. Se possono giocare così contro il Manchester City, possono farlo contro chiunque”.
E i tifosi, quand’è che hanno iniziato a crederci davvero?
Credo dopo la trasferta contro il Crystal Palace (0-1, 31esima giornata, a +5 sul Tottenham secondo, ndr). I tifosi non volevano lasciare lo stadio. Sono rimasti nel settore ospiti e hanno continuato a cantare, penso per 45 minuti dopo il fischio finale. Fino a che l’annunciatore dello stadio ha dovuto dire “grazie tifosi del Leicester, speriamo tutti che possiate vincere il titolo. Ora, per favore, potete andare a casa?”.
Come è stato, da un punto di vista professionale, avere a che fare con un’attenzione sempre maggiore verso il Leicester da parte di tutto il mondo?
Abbiamo iniziato a ricevere chiamate da tutta Europa, ma anche dall’America e dall’Australia. Qualcuno negli Stati Uniti pensava che Leicester fosse a Londra o nei dintorni. E non sapevano nemmeno pronunciare il nome della città. Sembrava che quasi ogni giorno dovessimo ricevere giornalisti che volevano parlarci del Leicester. Perfino alle conferenze stampa.
Un esempio?
Intorno a gennaio o febbraio sono arrivate queste due persone che hanno iniziato a ballare in giro per la stanza con dei peperoncini che pendevano dalle loro dita. Hanno iniziato a distribuirli dicendo che avrebbero dovuto portare fortuna. Ranieri sembrava conoscerli, ha detto che erano grandi nomi nella televisione italiana.
(Mostriamo una foto di Pio e Amedeo) Erano loro?
Sì, potrebbero essere loro! (ride,ndr). Ma c’era così tanto interesse in Italia a causa di Claudio. Per l’ultima partita casalinga, quando hanno sollevato il trofeo, sono arrivati in città centinaia di tifosi italiani. E sono entrati allo stadio alla fine durante la premiazione, quando sono stati aperti tutti i cancelli.
Tutto il mondo era dalla parte dei giocatori. Secondo te hanno sentito questa pressione?
Sembravano non avere alcuna pressione. Nessuno si aspettava che ce la facessero veramente. Solo alla fine, quando avevano un vantaggio di alcuni punti e le persone hanno iniziato a crederci, un po’ di pressione si è fatta sentire. Ci sono state alcune partite un po’ nervose, con prestazioni che non erano più fluide come all’inizio. Ma sembrava che tutto si stesse combinando per il verso giusto, è stata una tempesta perfetta. Nonostante la squadra fosse stata costruita con un budget ridotto.
Cosa ha funzionato così bene tra Ranieri e la squadra?
Claudio è arrivato al Leicester tra molti dubbi. Era durato appena quattro partite sulla panchina della Grecia, e aveva perso contro le Isole Faroe. La sua reputazione nel calcio inglese non era brillante, era il favorito per essere il primo allenatore esonerato in quella stagione. Ma è stato davvero intelligente. Ha capito che quel gruppo aveva creato un buon legame nella stagione precedente, e ha pensato di costruire su queste basi piuttosto di cambiare tutto e imporre la sua visione. Quel gruppo aveva un legame unico: se qualcuno usciva, allora uscivano tutti insieme.

Riuscivate a percepire quest’atmosfera dall’esterno?
Sì, si vedeva. Fuchs postava su Instagram dei video in cui faceva dei giochi come la egg roulette, o c’era Vardy che saltellava in giro come un idiota! Si divertivano molto al campo di allenamento, c’era una chimica unica.
Arriviamo a quel 2 maggio 2016. Il Tottenham pareggia e il Leicester è campione: cosa ricordi di quel giorno?
Io l’ho guardata a casa, ma ricordo che Jamie ha organizzato una festa a casa sua. In quella casa è scoppiata la follia, ma anche a Leicester. In Inghilterra non siamo abituati ai festeggiamenti per strada come in Italia: si va al pub e si festeggia. Ma tutti sono usciti per strada. C’è stata un’enorme festa all’esterno dello stadio: quando sono arrivato il giorno successivo per registrare delle interviste, camminavo tra lattine, bottiglie e tappi di champagne. Mentre registravamo, un camion dei pompieri si è fermato per qualche ragione vicino lo stadio: un sacco di tifosi hanno iniziato a saltare sul camion, e anche i pompieri si sono uniti ai festeggiamenti. È stato surreale.
Oggi, però, il decimo anniversario è rovinato dalla retrocessione in League One. Cosa sta succedendo?
È dal 2018 che le cose vanno male, alcune non per colpa loro, come la morte del presidente Vichai. Quando è successo, le bandiere, le sciarpe, i fiori all’esterno dello stadio mi hanno ricordato le lattine e le bottiglie di quella notte. Si era passati dai festeggiamenti per il più grande trionfo, al lutto per la più grande tragedia nella storia del club.

Quanto ha inciso negli anni successivi questa tragedia?
Suo figlio aveva circa trent’anni, e ha dovuto guidare non solo il club ma anche l’azienda, King Power. Inoltre, non si trattava più del “piccolo” Leicester: erano costantemente al top, e gli stipendi crescevano. La società aveva in programma di ampliare lo stadio e di costruire in tutta l’area circostante. Gli incassi sarebbero cresciuti enormemente, ma poi è arrivato il Covid e il progetto si è bloccato. Allo stesso tempo hanno cambiato linea negli acquisti: hanno smesso di vendere e reinvestire, e hanno iniziato a spendere molto, fino a che la lega ha inflitto loro sei punti di penalità. È stato un mix di sfortuna e cattiva gestione.
Otto anni dopo la prima retrocessione in League One è arrivata la vittoria in Premier: credi si possano riprendere anche stavolta?
Potrebbero, ma dovrebbe cambiare molto in società. Ai tifosi non piace John Rudkin, il direttore sportivo, e protestano da tre anni perché venga mandato via. Lui e Khun Top, il presidente, però sono molto vicini, e non credo succederà. I tifosi hanno perso fiducia nella dirigenza, alcuni di loro vogliono che King Power se ne vada. È triste vedere che i ricordi stupendi di dieci anni fa sono stati sostituiti da così tanta negatività. Ma non credo succederà mai più qualcosa come quello che ha fatto il Leicester nel 2016.
Come descriveresti il tuo viaggio al seguito del Leicester?
Io nemmeno tifo Leicester: sono di Birmingham e tifo Birmingham. Ho iniziato quando il Leicester era appena tornato in Championship nel 2009, dopo la League One, e oggi sembra che il cerchio si sia chiuso. È stato un viaggio incredibile. Credevo avrei lavorato solamente a Bury, Lincoln, Rotherham. E invece sono stato a Roma, a Napoli, a Los Angeles per la pre-season. Ho camminato per la Hollywood Boulevard con i calciatori del Leicester. Hong Kong. Non avrei mai pensato di vivere questa esperienza.