Lavinia Farnese, allieva del biennio 2005-2007, è la nuova ospite di Tomalet. Nel mese di febbraio Lavinia è diventata condirettrice di Marie Claire. Già alla guida di Cosmopolitan per quattro anni, ora ne è direttrice editoriale. Ha svolto il primo stage del Master nella redazione milanese de La Repubblica e il secondo al Tg5 a Roma.
Qual è stato il percorso formativo per diventare giornalista?
Nel corso dei miei studi ho sempre avuto una predisposizione alla parte più letteraria. A scuola mi piaceva scrivere i temi, e la mia professoressa di italiano mi riconosceva un talento nella scrittura, nell’analisi, però non capivo come potesse diventare un lavoro. Poi all’università ho studiato lettere al Dams di Bologna, e anche lì mi piaceva tutto quello che aveva a che fare con la sceneggiatura e la scrittura. Il mio relatore di tesi, Carlo Freccero, mi parlò dei master di giornalismo. Feci il test per entrare alla Iulm e passai. Ho avuto la fortuna che altri riconoscessero in me un talento che io non avevo inquadrato.
Dove hai svolto gli stage della Scuola?
Il primo a Repubblica a Milano, dove poi sono rimasta a collaborare. Ricordo che lì all’inizio ci mettevo anche sette ore per scrivere cinque righe perché sapevo che sarebbero state pubblicate su Repubblica. C’era un bel clima in cui sentivi di essere parte di un’opera collettiva dell’ingegno. Mentre il secondo l’ho fatto al Tg5. Lì ho imparato tutta la parte di scalettatura, di taglio e a raccogliere le voci delle persone. E così piano piano il mosaico si è composto.
E dopo la fine del Master?
Al Tg5 avevo questo amico che al termine dei tre mesi di stage mi guardò e mi chiese: “Lavinia, ma adesso cosa fai?” E io risposi: “Non lo so, qui non mi rinnovano il contratto”. Lui mi disse che al sindacato autonomo di Polizia stavano cercando un addetto stampa, quindi mi buttai e iniziai a fare l’ufficio stampa al sindacato autonomo di Polizia. Poi il segretario generale diventò senatore, quindi finì anche al senato. Nei mesi al senato imparai tantissime cose. Nel frattempo Paolo Liguori, che era al Master, mi chiamò e mi disse che Candida Morvillo, che stava diventando una giovanissima direttrice di Novella 2000, aveva bisogno di una ragazza che lavorasse con lei, e così ho iniziato a lavorare per Novella. Ma in quel periodo scrivevo anche per 7 del Corriere.
Come sei arrivata a Vanity Fair?
A un certo punto, feci un’intervista a un mio caro amico che allora non conoscevo e che aveva scritto un libro su Casa Pound. Era un collega di Repubblica, oggi purtroppo non c’è più. Alla fine dell’intervista mi disse che questo incontro gli era piaciuto tantissimo, e aggiunse che una sua amica, Laura Penitenti, che era la capa del digitale in Condé Nast, stava cercando due persone per Vanity Fair, anche se all’epoca il sito si chiamava ancora Style.it. Feci il colloquio ed entrai a Vanity, dove sono rimasta fino al 2021.
Perché hai deciso di lasciare Vanity?
Dopo il Covid avevo avuto una bambina da poco, volevo restare a Vanity però volevo anche essere libera di tornare a Roma, quindi ho pubblicato un post sui social in cui avvisavo che sarei rimasta a Vanity ma non più assunta, e a quel punto sono stata chiamata da Hearst. Lì mi è stato proposto di provare a dirigere Cosmopolitan. Non avevo neanche 40 anni e ho iniziato a dirigere Cosmo, che abbiamo trasformato con tutta la parte degli eventi e del digitale, e poi dopo è arrivato Marie Claire.
Hai sempre saputo di volerti occupare di lifestyle e spettacoli?
Gli spettacoli ti consentono di incontrare tante personalità e personaggi. Quando io ho iniziato erano i tempi in cui c’erano ancora delle interviste molto strutturate che avevano l’obiettivo che l’altro arrivasse a confidare qualcosa di intimo e personale, che mai aveva raccontato prima. Mi piaceva entrare in questa connessione analitica con l’altro, e quindi lo spazio dell’intervista iniziò ad essere lo spazio principale che mi facevano abitare i miei direttori, perché si rendevano conto che se mandavano me, che non ero l’inviata strutturata e avevo tanta fame, era difficile che tornassi a casa senza che l’altro mi avesse raccontato quello che desideravo.
Qual è stato il momento più difficile della tua carriera?
Quando ero a Novella 2000, la mia direttrice Candida Morvillo mi chiamò e mi disse “Devi correre in via Gradoli perché è scoppiato uno scandalo”. Ero l’unica a Roma per Novella, e c’era un caso politico che era sulle prime pagine dei giornali. Il presidente della regione Lazio, Marrazzo, era stato “beccato” insieme a una donna trans e quindi era ricattabile politicamente. Quindi io mi ero catapultata in questa via di Roma sulla Cassia dove c’erano tutti i giornali e le trasmissioni tv. Stavano tutti fuori ad aspettare che si palesasse questa Natalie, che era la donna transgender che nessuno aveva mai visto ma di cui tutti scrivevano sui giornali. Fu difficile, ma allo stesso tempo fu un momento molto forte dal punto di vista dell’istinto della professione giornalistica.
Com’è andata a finire?
Al terzo giorno, Natalie arriva e si fionda dentro l’ascensore, e quindi tutti noi giornalisti ci mettiamo a correre verso l’ascensore, però le porte si chiudono e tutti iniziamo a salire le scale. Ma a un certo punto ho avuto questo momento in cui mi sono fermata e mi sono detta: ma perché stiamo salendo se il “protettore” di Natalie aveva parlato di uno scantinato? Quindi sono scesa e ho visto Natalie uscire dall’ascensore. Le ho detto “Natalie, se tu parli con me, può essere che la mia direttrice mi assuma. Parla con me, ti prego, non parlare con gli altri” (ride ndr.). Nel frattempo sentivo tutti gli altri giornalisti che bussavano alla porta. Questa intervista uscì ovunque, anche in prima pagina sul Corriere, che riprese Novella 2000. Questa secondo me è una bella storia di giornalismo ma anche di solidarietà femminile.
Qual è l’insegnamento più grande che hai imparato al Master della Iulm?
L’insegnamento più grande è che, quando sei ancora qua al Master, non si sa chi diventerà cosa. Ognuno prenderà la propria strada. È importante coltivare sia con i compagni sia con i docenti quel legame autentico che ti fa sentire che, se c’è bisogno, l’altro c’è. Quest’idea di rete che in qualche forma ti salva senza intrappolarti.
Che consiglio daresti a Lavinia ancora allieva del Master?
Le direi di divertirsi di più. Sono sempre stata molto grata perché dentro di me sentivo di avere la fortuna di fare una cosa che mi piaceva. Però Lavinia di allora la ricordo con della tensione e un po’ di paura addosso. Perché c’era la sensazione che non ci fosse uno spazio per noi. Le direi: “Tranquilla che lo spazio c’è, anche se non sembra che ci sia”. Ricordo una volta in cui eravamo andati sui Navigli ad incontrare Alda Merini che era ancora in vita. Quel giorno avrei potuto sedermi cinque minuti con lei e farmi raccontare come le fosse venuto quel passaggio “nell’intimità dei misteri del mondo” che è una frase bellissima che adesso è riportata sul palazzo dove Alda Merini viveva. Io ero lì ma al tempo stesso ero distratta dal pensiero delle dieci righe che avrei dovuto scrivere sul sito web del Master. Le consiglierei di divertirsi di più perché il periodo al Master consente ancora di farlo.