Davide Donati: «Io e la Roubaix U23: ecco come l’ho vinta. Nel ciclismo di oggi contano testa e… percorso»

Nella domenica che ha finalmente consacrato Wout van Aert nella leggenda del ciclismo, il cielo di Roubaix si è tinto anche d’azzurro. Nell’”Inferno del Nord” ha brillato la stella di Davide Donati, 21enne bresciano della Red Bull – Bora – hansgrohe, capace di imporsi nella prova U23.

Dieci anni dopo il successo di Filippo Ganna, il velodromo della cittadina francese ha applaudito ancora un giovane italiano. Per il talento di Monticelli Brusati è il coronamento di un percorso costruito con convinzione, pedalata dopo pedalata.

Il tuo nome è inciso nell’albo d’oro della Parigi-Roubaix: che effetto ti fa dopo qualche giorno?

«Per me è come aver vinto una monumento. Non è ancora quella vera e propria, perché parliamo di U23, ma questa corsa in passato è stata vinta da corridori che poi sono diventati qualcuno. Avevamo fissato questo obiettivo a inizio anno e ce l’ho fatta. O meglio, ce l’abbiamo fatta insieme alla squadra. Volevo ripagare l’impegno e la fiducia dei miei compagni. Vincere questa gara era ed è il mio sogno, la trovo la più affascinante per quanto è dura e crudele».

Ti aspettavi di essere lì a giocartela fino alla fine? 

«Diciamo che alla vigilia ero considerato uno dei favoriti, quindi contavo di essere lì. Ma alla Roubaix questo non basta. Ci vogliono gambe, capacità di muoversi al momento giusto e anche un pizzico di fortuna. La volata nel velodromo era lo scenario ideale per me, sebbene avrei voluto attaccare prima. Il vento di domenica però ci ha costretto a cambiare strategia, è uno dei fattori che guardiamo di più prima della corsa».

La volata della Parigi-Roubaix U23 vinta da Davide Donati (Credit: Federica Muzzi – Twilcha)

Avete optato per una tattica più attendista.

«Sì, perché il vento era contrario e attaccare in solitaria sarebbe stato controproducente. Non riesci a fare la differenza in quella situazione. Dall’esperienza dello scorso anno ho imparato che stare a ruota sul pavé ti fa risparmiare tanto in termini di energia. Ho rischiato, ma in certe gare devi fare anche questo e penso di averla gestita in maniera lucida».

Una vittoria da “velocista”. Ti definiresti come tale?

«In realtà non penso di esserlo ora come ora. Qualcosa di simile sì, ma ho una buona resistenza anche su salite non troppo impegnative. Fatico sempre a definirmi, sono ancora da scoprire».

Parti da Monticelli Brusati, ma non immediatamente dalla bici su strada. Quali sono i tuoi primi ricordi?

«Ho iniziato a correre all’età di 10 anni, ma fino a 15-16 è stata solo mountain bike in una squadra di paese insieme a mio fratello. Era un hobby, nel frattempo giocavo anche a calcio. La svolta è arrivata nell’ultimo anno in categoria allievi: feci 5 gare su strada e ne vinsi 2».

Davide Donati in mountain bike

Come hai gestito il passaggio da mountain bike a strada?

«Nel primo anno da juniores ho avuto la possibilità di proseguire entrambe le attività grazie alla Ciclistica Trevigliese, ma iniziavo a soffrire perché gli allenamenti erano sempre più improntati alla strada e utilizzavo sempre meno la mountain bike. Così al secondo anno ho deciso di focalizzarmi perlopiù su strada ed è andata bene così».

Poi hai dovuto scegliere tra un percorso più graduale con una squadra continental e uno più “prestigioso” con una development (Devo). Tu hai preferito il primo con la Biesse Carrera: perché?

«Il direttore sportivo Dario Nicoletti mi aveva convinto, chiamandomi più volte durante la stagione e facendomi capire quanto ci tenesse ad avermi in squadra. Dovevo finire il liceo (scientifico, ndr) e avevo la maturità, andare all’estero sarebbe stato impegnativo».

Eppure parecchi tuoi colleghi coetanei hanno preferito la Devo.

«E’ vero, ma io ero tranquillo della scelta fatta, nonostante sembrava avessi firmato per una squadra inferiore, che fossi un passo indietro rispetto ad altri. E’ vero che i team development hanno sempre avuto un livello più alto, ma i risultati delle continental oggi dimostrano che anche queste fanno un buon lavoro».

Alla Biesse hai ottenuto le tue prime vittorie importanti: che avventura è stata?

«Quell’anno (il 2024, ndr) sono andato meglio di quanto mi aspettassi e ho vinto il GP Liberazione di Roma, oltre ad ottenere buoni piazzamenti. La stagione mi ha dato ragione sulla scelta fatta e a maggio ho firmato un contratto per l’anno successivo con la Red Bull, pronta ad acquistare la Bora hansgrohe e creare la squadra U23. Questa è la mia seconda stagione qui e sono molto contento».

La vittoria di Davide Donati al GP Liberazione di Roma 2024

Hai un modello di riferimento nel ciclismo e nello sport in generale?

«Il mio idolo ciclistico è sempre stato Mathieu Van Der Poel. Più in generale, ora mi piace vedere Sinner e Antonelli. Cerco sempre di cogliere il buono da tutti gli sportivi che riescono ad eccellere, prendendo il meglio da tutti loro e creando una mia personalità».

Oggi è difficile emergere nel ciclismo in Italia?

«Io sono sempre stato convinto che per emergere, sia all’estero che in Italia, basta che tu sia forte e porti risultati. Come detto prima, io credo che le continental italiane stiano facendo un buon lavoro. I risultati dimostrano che valgono e che ci sono atleti di livello».

Nello sport ci si concentra sempre di più, rispetto al passato, sull’aspetto psicologico e sulla preparazione mentale. Nel ciclismo secondo te oggi contano più le gambe o la testa?

«La testa. Quella da ciclista è una bella vita vista da fuori, ma come negli altri sport implica sacrifici. Sei sempre sotto stress. Devi sempre gestire i momenti no, le tue preoccupazioni, tutto ciò che ti arriva dai social dove ognuno può dire la sua anche se non capisce molto della materia. Poi sei spesso via da casa e sei costretto a dedicare meno tempo alle persone care».

Che ciclismo è quello odierno?

«E’ un ciclismo che sta diventando sempre più esasperato. Chi molla dopo, soprattutto mentalmente, è quello che vince. Devi saper trovare un bilanciamento tra lo sport e la vita personale per eccellere Io sto frequentando l’università online di Scienze Motorie. E’ complicato conciliare tutto, ma anche se ci tengo un anno in più a laurearmi, va bene uguale. L’importante è avere qualcosa da fare oltre il ciclismo, credo sia la chiave per mantenere l’equilibrio giusto».

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