Il cardinale Matteo Maria Zuppi ci riceve a Bologna, nella sede della Curia Arcivescovile; è in una piccola via dietro Piazza Maggiore. Manca poco al primo anniversario della scomparsa di Papa Francesco. Equilibri fragili, assenza di dialogo e guerre incendiano il mondo.
Vendetta, speranza, diplomazia, fede, il presidente della Conferenza Episcopale Italiana affronta nodi cruciali del nostro tempo ricordando l’eredità di un Papa che oggi è più attuale e necessaria che mai.
Al momento dell’intervista, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump non ha ancora attaccato Papa Leone.
Domani, 21 aprile, sarà l’anniversario della morte di Papa Francesco. Proprio Francesco l’ha nominata cardinale, come gliel’ha detto?
«Forse dovrei dirti come non me l’ha detto. Papa Francesco aveva l’abitudine di non avvisare in anticipo. Il cardinale Repole, ad esempio, l’ha scoperto mentre ascoltava l’angelus, a pranzo, con i suoi genitori».
A lei come «non l’ha detto»?
«Ero a Lourdes in pellegrinaggio. Stavo andando a pranzo. Vedo una chiamata da una persona che è strano che mi telefoni, rispondo e mi dice: “Ti hanno fatto cardinale”. All’inizio non ci ho creduto, ho risposto un po’ alla romana [sorride ndr]. Poi è venuto a dirmelo anche il vescovo di Forlì che era lì con noi, a quel punto ho capito. Con Papa Francesco ci siamo visti direttamente alla cerimonia della creazione. Un rito bellissimo in cui ci fece capire con molta efficacia cosa rappresentasse il rosso dei nostri nuovi abiti [lo zucchetto e la berretta ndr]».

«I cristiani non sono quelli che tornano indietro». Papa Francesco voleva una Chiesa che guardasse all’esterno. Cosa fare per aprirla ancora di più?
«Dobbiamo stare attenti ai cambiamenti, alle persone che abbiamo intorno, all’ “antropologia” direbbe Papa Leone. Dobbiamo cercare di capire perché il Vangelo ha qualcosa da dire alla gente. Ricordando però che la Chiesa deve parlare al mondo, ma non deve diventare del mondo. Deve stare nel mondo, ma non deve mondanizzarsi. È un equilibrio complesso: a volte la Chiesa sta fuori dal mondo e non capisce alcune dinamiche; oppure si mondanizza perdendo la gente e il patrimonio che il Signore ci ha affidato come segno della sua presenza nella nostra vita».
Il suo pontificato quanto ha avvicinato i senzatetto spirituali?
«Tantissimo. La Chiesa a volte viene vista come giudicante più che proponente. Papa Francesco con il suo atteggiamento è riuscito a rendere bene l’idea di una Chiesa “madre”. E la Chiesa è maestra se è madre. Ci è riuscito perché ha riaperto il dialogo con tanti. Qualcuno ha detto che ha saputo parlare più con quelli fuori che con quelli dentro. A mio parere, parlando con quelli fuori ha parlato anche a quelli dentro, insegnando loro a guardare fuori. Ha costretto a testimoniare: una missione molto evangelica».
Nella sua autobiografia “Spera”, Francesco disse che la speranza è la virtù del movimento. C’è una speranza che aveva che lo descrive bene?
«La speranza che la Chiesa riuscisse a rispondere alle ferite, alla sofferenza, alle attese, ai desideri della nostra generazione. La speranza che la Chiesa fosse una madre e il mondo una casa dove tutti quanti potessero sentirsi accolti, dove tutti riuscissero ad essere fratelli. Direi che questa era la grande speranza del Papa».
A proposito di speranza, c’è differenza tra speranza cristiana e speranza umana?
«Io penso di no. Molte volte l’unica differenza è che la speranza cristiana dà a quella umana un valore aggiunto, ma non sono diverse, anzi la speranza cristiana è profondamente umana. Nella speranza umana però si è soli, quindi si incorre nella rassegnazione, ci si scontra facilmente con la vanità delle cose, con i limiti. La speranza cristiana ha qualcosa in più: ti permette di essere accompagnato. L’attesa cristiana però è uguale a quella di tutti».
Sempre nella sua autobiografia, il Papa ha inserito diverse fotografie. Qual è l’immagine di Francesco che le è più cara?
«Mi viene in mente l’unica visita che ha fatto a Bologna. Siamo arrivati a poche decine di metri da un centro di accoglienza per stranieri, erano circa mille. Si è fatto selfie quasi con tutti. E poi pioveva, ho chiesto alla vigilanza se ci fosse un ombrello per coprirlo. Mi hanno risposto che non lo voleva, o non si bagnava nessuno o si bagnavano tutti.
Quasi tutte le immagini di Papa Francesco sono sempre cariche di tanta umanità, di tanta attenzione all’altro».

L’insegnamento più grande che ha lasciato alla Chiesa?
«L’idea di una Chiesa in missione».
E a lei?
«L’attenzione agli altri, il rispetto e la cura per ogni persona. Ma anche lo scandalo per la povertà e per l’indifferenza. La sofferenza degli altri gli ha sempre provocato sdegno, pianto, vergogna. Non l’ha mai accettata come fosse normale».

Papa Leone, raccogliendo il grido di pace di Francesco, ha chiesto di respingere il desiderio di vendetta. Come ci si può incontrare dopo essersi inflitti così tante ferite?
«È difficile, ma è l’unica via per vivere. La vendetta produce vendetta. E la vendetta non ti fa essere libero, ti rende prigioniero. Aveva ragione Gandhi: il mondo rischia di diventare cieco seguendo la logica dell’occhio per occhio. Dobbiamo cercare di interrompere la catena del male con tutte le nostre forze. Non c’è problema che non possa essere affrontato con il dialogo. Purtroppo è poco attuato, troppo spesso viene considerato un segno di debolezza, quasi di resa».
Il Pontefice ha parlato anche dell’importanza di un piano di pace realizzato insieme, non imposto. Lei potrebbe volare negli Stati Uniti o in Israele o in Iran per aiutare questi Paesi a dialogare?
«No, la natura della missione che ho fatto a Kiev e Mosca era umanitaria. Papa Francesco mi mandò lì per lanciare un segnale, cercò veramente di provarle tutte. Penso che ci sia la necessità di nuove visite sia in Ucraina che in Russia, ma non andrò a Washington o in Palestina, o in Iran. Quelle sono attività diplomatiche che competono alla Santa Sede».
Ma chi non ha fede come può credere che il male non avrà l’ultima parola?
«La speranza unisce credenti e atei. Certo è che chi ha fede ha un motivo in più per avere speranza. Forse per chi non ha fede è più facile rassegnarsi e diventare cinici. Penso che chi crede abbia anche una responsabilità: deve allearsi. Allearsi anche con chi non ha il dono della fede, ma che comunque spera e cerca di cambiare le cose nel mondo».
Che tempo farà domani?
«C’è una frase che Papa Benedetto ricordava spesso: le stelle brillano di più quando il buio è più profondo. Noi dobbiamo cercare di guardare la luce delle stelle. Il tempo, alla fine, sarà bello».