Nicola Gardini: «Con “Daddy” ho cercato di indagare la dimensione sociale del sesso»

Dopo numerosi romanzi e saggi (tra cui il best seller “Viva il latino”), Nicola Gardini torna nelle librerie con “Daddy” (edito da Mondadori e proposto da Renata Colorni per il Premio Strega). “Daddy” racconta di un uomo rimasto vedovo che entra nel mondo di Grindr scoprendo di rappresentare uno dei modelli più richiesti del mondo gay: l’uomo di esperienza, colto, rassicurante, protettivo.

Com’è nato «Daddy»?

«Tutti i miei libri nascono da una volontà precisa: usare la mia esperienza perché altri ne possano beneficiare. Forse anche per questo ho scritto libri su argomenti poco raccontati: la corruzione universitaria, l’Alzheimer, l’infezione da HIV, il latino. In questo caso avevo scoperto, attraverso l’utilizzo dell’app Grindr, certi meccanismi sociali e non solo che meritavano di essere raccontati. Ma soprattutto avevo visto in modo chiarissimo, come non mi era mai capitato, che il sesso, per quanto privato sia, è una dimensione sociale di cui dobbiamo diventare più coscienti. Perché sennò si rischiano omissioni, censure, fraintendimenti. C’è una dimensione dell’eros che non è soltanto quella della pratica personale, individuale e privata».

La copertina di Daddy (Mondadori)
Quali sono i meccanismi che l’hanno colpita di più?

«Quelli che rivelano la smania di potere. Sono pochi gli uomini che usano Grindr solo per incontrare qualcuno. La maggior parte lo usa per affermarsi, per asserire una voce o per darsene una, per punire. C’è molta aggressività, non ci si presenta carini e sorridenti (come sarebbe scontato pensare). Sembra quasi che chi è lì voglia respingere più che incontrare. È un’app che non sorride. Digrigna i denti».

Ha parlato di sesso come dimensione sociale. Nel libro scrive: “la fisionomia sessuale di ciascuno si forma e si esprime in un continuo confronto di regole” Quali sono le regole, i modelli più dannosi?

«Il modello più dannoso è quello dell’uomo dominante a letto. Soprattutto nel rapporto etero, è sempre il maschio che scopa e la donna che è dominata. Lo stesso vale nel rapporto tra daddy e cucciolo. Questa idea di dominio limita moltissimo le possibilità di ciascuno. E poi anche il porno ha creato immaginari dannosissimi. Liberarsi dai modelli sessuali è quasi impossibile, però dovremmo provare a cambiare qualcosa».

Come?

«Sarebbe bello se riuscissimo a entrare più a contatto con la nostra immaginazione spontanea, viva, con il nostro inconscio».

Possiamo considerare Daddy un manuale di educazione sentimentale ai tempi delle piattaforme di incontri?

«Si, l ’idea di partenza era quella lì. Poi il racconto si è arricchito con vari strati. Più scrivevo, più mi accorgevo che c’era altro da dire. E quindi è diventato tutto più complesso. Però alla base c’era un intento informativo, quasi da manuale».

Il rapporto daddy-cucciolo dovrebbe fermarsi al sesso. Nel libro, però, c’è una storia che sembra travalicare questo confine. È possibile superare il sesso e sfociare nell’innamoramento?

«Ti riferisci ad Adrian?»

Esatto.

«È vero, con Adrian il rapporto è durato più che con altri, ma il gioco di potere era sempre lo stesso. Io fingo di dominare, tu di assoggettarti. Non è amore quello con Adrian. Il narcisismo del cucciolo ha trovato pane per i suoi denti, tutto qui. Tra daddy e cucciolo non si può andare oltre al sesso: il cucciolo deve continuamente dimostrare a se stesso di essere desiderabile e per farlo deve continuamente cambiare partner».

Il racconto è molto esplicito, il ricorso alla descrizione dettagliata di rapporti è frequente. Perché?

«Perché se no non si capisce di cosa stiamo parlando. Il discorso rischia di diventare astratto. E poi era anche una scommessa come scrittore. Non c’è una lingua sul sesso che non sia o pornografica o comica o eufemistica. Ecco, io volevo dare un’occasione alla lingua italiana, alla mia lingua, di portare la parola «cazzo», la parola «culo», la parola «scopare» fuori dal registro della volgarità, del turpiloquio».

A volte le parole sembrano simulare il movimento del corpo.

«Si, dove ci sono parole volgari la sintassi fa molto perché si simuli il movimento del corpo, un’azione».

 «Il sesso, nella sua forma assoluta, è lo sforzo di diventare l’altro» Come?

«Si riesce a diventare l’altro quando il senso di abbandono e appartenenza è totale. E sto parlando di un abbandono fiducioso del proprio essere. Un abbandono che ci fa sentire completamente accettati. Vuoi che l’altro ti appartenga e vuoi appartenergli completamente. C’è chi fa sesso per sé, chi lo fa per l’altro, chi lo fa soltanto per farlo. La forma più alta arriva quando la voglia di dare piacere all’altro è reciproca».

Sul Corriere della Sera, Teresa Ciabatti le ha dedicato una pagina. Ha parlato “di una rinascita alla solitudine come attributo del vivere oggi, mai emarginazione, mai destino”. Mi parla di questa solitudine?

«La storia di Daddy è anche una storia di solitudine. Il protagonista è un uomo che ha perso suo marito e che cerca di riempire un vuoto. Però è una solitudine che ha anche aspetti positivi: permette di studiare l’altro. E’ una solitudine, per usare un’immagine degli antichi, contemplativa».

Giovanni Martinelli

Milanese, ma ho sempre preferito il mare. Cerco di raccontare la politica interna e l’attualità facendo domande e sperando in buone risposte. Ho un maestro che non ho mai conosciuto a cui penso sempre, prima di ogni articolo, prima della prima domanda di ogni intervista. Come avrebbe iniziato Andrea Purgatori?

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