LELE ADANI: “L’ITALIA NON È PIÙ AL CENTRO DEL MONDO, SOLO IL LAVORO PUÒ RIPORTARCI AI MONDIALI”

Il difficile momento del calcio italiano, i dubbi sulla qualificazione al Mondiale, con un possibile fallimento imminente. Ma anche le polemiche legate al VAR in Serie A e non solo. E ancora: i settori giovanili, Roberto de Zerbi, e alcune sue esperienze in telecronaca. Di questo, e molto altro, abbiamo avuto il piacere di parlare con Lele Adani, ex calciatore con anni di esperienza in Serie A e attuale commentatore tecnico delle partite dell’Italia.

Dodici anni che l’Italia non va al mondiale, sarai tu a dar voce a questi play-off?

Sì, però speriamo che la voce venga dal campo, più che dagli spalti o dalla postazione commento. Saranno due partite di alto livello, serie. Dobbiamo riuscire a mettere dentro componenti umane, che accompagnano il nostro valore calcistico. Noi siamo superiori, così andremo ai mondiali.

Da telecronista, come preparerai questa partita così delicata per gli Azzurri, che andrà in onda in diretta nazionale?

Sarà preparata con dettaglio per quanto riguarda la conoscenza e l’analisi degli avversari, quindi a partire dalle convocazioni in questo caso dell’Irlanda (del Nord), e poi di Galles o Bosnia. Saranno importanti anche le storie, i percorsi che hanno avuto per arrivare a questi play-off. Con attenzione particolare però alle scelte di Gattuso, ai lavori tecnico-tattici che precedono la partita, allo stato di forma dei nostri calciatori. E poi c’è la passione per questo mestiere, è la partita che guida.

L’Irlanda del Nord è una squadra molto solida dietro e pericolosa in attacco. Qual è la chiave per batterli?

Parliamo di una squadra non di altissimo livello ma credibile, che lavora bene in tutte le due fasi. Non ha individualità, ma lavora con un blocco molto consapevole dei propri pregi e difetti. La chiave dovrà essere la mentalità e soprattutto la consapevolezza della qualità del nostro organico. Cercheranno di vivere un sogno, mentre noi dovremo evitare l’ennesimo insuccesso.

Che apporto può dare Rino Gattuso a livello di spogliatoio?

Gattuso dovrà lavorare prima di tutto mentalmente e poi preparare diverse strategie, perché, soprattutto nel calcio moderno, ci sono tante partite dentro la stessa partita. I cambi, con l’ingresso di giocatori ispirati, saranno fondamentali per poter sorprendere una squadra solida.

Rino Gattuso, CT della Nazionale
Il calcio sta vivendo un periodo negativo: per la terza edizione di fila l’accesso ai Mondiali è in bilico, e in Champions League portiamo solo una squadra agli ottavi, l’Atalanta. Qual è il tuo pensiero al riguardo?

Lo confermo. È la prima volta che Milan, Inter e Juve, le tre squadre che si sono divise quasi tutti gli scudetti nella storia della Serie A, non accedono agli ottavi di Champions League. Mentre l’Atalanta è premiata dal lavoro, dal rinnovamento, dalla continuità imprenditoriale della famiglia Percassi. Anche Palladino, dopo il fallimento di Juric, sta dando continuità al lavoro di Gasperini. Noi non siamo più il centro di tutto, e secondo me prima lo capiamo, prima ci mettiamo nelle condizioni di rinnovare la formazione del talento, partendo dal calcio giovanile. Nonostante l’economia calcistica italiana non sia quella di un paese al primo posto, le idee possono sopperire a questa mancanza per prendere giocatori forti, come insegna l’Atalanta. A patto che le operazioni di calciomercato non abbiano il solo scopo di arricchire pochi, ma di formare giocatori. E di sviluppare un progetto, cosa che nella nostra cultura è difficilmente digeribile. Quindi, se noi impareremo di nuovo a lavorare seriamente, senza pensare di aver ereditato dalla nostra storia il sapere, potremo tornare competitivi.

Forse in questa stagione il prospetto più lieto viene proprio dai giovani, più spesso investiti di responsabilità. Pensiamo a Bartesaghi, Pio Esposito, Palestra tra gli altri. Un definitivo cambio di mentalità oggi darebbe i suoi frutti per le prossime generazioni, o forse no? Cosa ci dicono questi dati?

Ci dicono che il nostro più grande alleato è il destino più che la programmazione. Capita troppo spesso che l’italiano giovane non emerga in un percorso lungimirante, ma sia frutto di situazioni casuali. L’ultimo esempio è Vergara, che non è nemmeno più giovanissimo. In prestito al Vercelli e alla Reggiana, non si afferma, viene dimenticato, poi casualmente rigenerato e usato come soluzione ai problemi del Napoli: se il destino non ne avesse favorito l’utilizzo, come stava succedendo probabilmente ci sarebbe sfuggito nel dimenticatoio.

Ma anche Dimarco: oggi è un orgoglio della nostra Italia, ma non tutti ricordano che è passato dal Sion, e non aveva avuto all’inizio quella progettualità di crescita di cui necessitava un ragazzo del suo talento. Penso che nei settori giovanili, rapportati al tifo e alle società di Serie A e B, manchi ancora una cultura della comunicazione tra dirigenti e i management dei giovani, che permetta loro di esprimersi. È un passo che dobbiamo fare, perché spesso direttori, presidenti e agenti mettono le opportunità economiche davanti al talento, senza rispettarlo.

Sia in Italia che in Europa, stiamo assistendo ad episodi arbitrali discutibili, ed è evidente il disappunto dei tifosi verso il VAR, che invece di risolvere le polemiche le sta paradossalmente aumentando. Cosa si può fare per arrivare ad un protocollo più giusto?

Il calcio è uno sport nel quale l’atleta compie mille gesti tecnici. Il calciatore cade, si alza, va in scivolata, corre sul lungo, sul breve, salta. Ci sono tanti meccanismi, e se tu non hai la comprensione sia del gioco che dell’atleta, fai fatica a formulare un regolamento e fai fatica a mettere in condizione l’arbitro o il VAR di eseguirlo bene. Non metterei al VAR un ex calciatore, perché la cultura del sospetto, propria del tifoso, non consentirebbe di comprenderlo in un ruolo così imparziale. Anche perché l’ex calciatore dovrebbe fare una cosa che lo disturba: studiare. Ed esporsi in un modo al quale gli arbitri sono abituati, ma che se non ce l’hai, a 40 anni non puoi inventarlo. Piuttosto, affiancherei una figura del genere agli arbitri nella preparazione settimanale, analizzando contrasti o posture che richiamano momenti della partita, per metterli in condizione di scegliere quando intervengono al VAR. Inserirei anche dei calciatori nell’IFAB, oggi composto da gente che non solo non ha giocato, ma neanche ha arbitrato. Tutto questo influisce nei torti subiti da tante squadre, soprattutto in Champions League dove l’errore vuol dire decine di milioni di euro buttati.

In Italia, poi, c’è quasi una passione per la polemica: è una situazione vissuta in maniera particolare.

Sì, è vero. L’ italiano ha più passione per la polemica che per l’analisi. E quindi devi cavalcare la polemica in maniera equilibrata, cercando però di avere una direzione volta al giusto e mantenendo il fuoco sacro che è dentro all’italiano, che è un calciofilo.

E proprio per questa natura dell’italiano, c’è stata una partita che per pubblico, importanza, è stata più difficile delle altre da preparare?
Lele Adani in postazione commento

Guarda, non ho una partita che in preparazione mi ha messo in difficoltà. Semplicemente ci sono tante partite che vivi dentro con una tale passione da aumentarti l’attenzione. Era così quando giocavo, ma anche al commento. L’adrenalina dei big match di Serie A, dei Mondiali, degli Europei, della Champions League non solo non mi spaventa, ma moltiplica le mie qualità nel racconto. C’è un tutt’uno e questa è una cosa che amo, perché sento la bellezza che mi chiama.

Nel giornalismo italiano, il tifo è sempre stato un argomento tabù. Secondo te, un giornalista sportivo che arriva ad alti livelli può conservare, almeno nel privato, una passione da tifoso?

Secondo me sì, può capitare. Tu puoi scindere le due cose, ma proprio perché sei arrivato ad alti livelli. Un giornalista che arriva in alto è pronto, lo dimostra col tempo e non ha paura dei dissensi, anche a discapito di rapporti. Perché i giornalisti che hanno successo avranno sempre più addetti ai lavori che cercano di avere il consenso, per condizionarti nell’opinione. E viceversa, i giornalisti scrivono bene se gli dai la notizia o se concedi l’intervista. Ma l’intervista bisogna meritarsela, non parlando bene ma parlando giusto. Se invece sei disonesto, non devi arrabbiarti se ti viene negata, perché non sei stato un giornalista di alto livello. La cosa secondo me più importante di questo mestiere è colpire gli ascoltatori con la notizia originale, con la lettura unica, e soprattutto con l’effetto che fai nella gente.

Le tue opinioni e la tua amicizia con Roberto De Zerbi sono più che note al pubblico italiano. Una persona con idee così solide, e anche con una personalità così forte, potrà mai trovare un contesto a livello dirigenziale e di spogliatoio che assecondi a pieno queste sue inclinazioni?

Secondo me lo ha già fatto. Chiaramente queste cose difficilmente sono dette in Italia, perché è un paese di invidiosi, anche tra i giornalisti. Però io, parlando giusto, dico che il Sassuolo che fa due ottavi posti è qualcosa di impensabile. Allo stesso modo si può analizzare l’esperienza allo Shakhtar, portato a una vittoria di coppa e, soprattutto, vissuto nel momento più tragico della storia di quel popolo: in mezzo alla guerra è rimasto fedele ai propri valori, tanto da essere l’ultimo (De Zerbi) a uscire dall’Ucraina. Andare al Brighton, portarlo per la prima volta nella storia in Europa League è un altro successo, per poi al Marsiglia arrivare secondo dietro il Paris Saint-Germain.
Quindi: io vedo tanto successo e tanto lavoro, soprattutto, vedo le risposte dei tifosi delle città dove lui ha lavorato, e anche i calciatori formati, sia da un punto di vista professionale sia umano.

Qual è lo step successivo per il suo potenziale?

Il passaggio successivo è alzare l’asticella in realtà dove potrà cercare di vincere qualcosa di importante, sposando quelle idee di cui parli. Indipendentemente da dove lavori, veramente, può essere in Belgio, in Portogallo… Ovviamente spero che sia in Italia, ma credo che lo voglia anche lui. A patto che l’Italia torni a trovare dirigenti di un certo livello che abbiano quei valori di cui parliamo.

Roberto De Zerbi durante la sua ultima esperienza al Marsiglia
Alleggeriamo in chiusura, riprendendo le parole del tuo caro amico e collega barese Antonio Cassano. Lele Adani, quali sono gli 11 giocatori più forte con la quale che tu hai giocato?

Abbiamo messo tutto proprio, una frase che farebbe invidia a Dante (ride, ndr). Ho giocato con tanti giocatori forti, penso a Toldo, Rui Costa, Batistuta, Mijatović, Chiesa alla Fiorentina. Zanetti, Vieri, Recoba, Materazzi, Cordoba, Cannavaro all’Inter. E poi campioni come Sandro Nesta: l’ho visto in Primavera alla Lazio, e dicevo a tutti che sarebbe stato uno dei più forti difensori che avremmo avuto nei 20 anni successivi. Oltre alla realizzazione di un sogno, che è stato esordire in nazionale di fianco a Paolo Maldini. La più grande soddisfazione che non avrei mai pensato di vivere. In nazionale ho giocato anche con Gigi Buffon, una persona splendida. Devo dire che ho vissuto grandi momenti.

No Comments Yet

Leave a Reply