Anarco capitalista, nemico della casta, re dell’antipolitica. E’ possibile un ritratto di Javier Milei oltre gli stereotipi? Lo abbiamo chiesto ad Alberto Mingardi, politologo e Direttore Generale dell’Istituto Bruno Leoni.
Come ha fatto Javier Milei a scardinare il bipolarismo della politica argentina e a vincere le elezioni?
La vicenda politica di Javier Milei è abbastanza straordinaria, ma non la metterei esattamente in questi termini. Il bipolarismo rilevante, per così dire, in Argentina era il peronismo da una parte e i suoi oppositori dall’altra. Questi ultimi, talora, si sono presentati divisi, e Milei sembrava destinato a proseguire quella tradizione. Invece non solo è riuscito a costruire un accordo tra il suo partito, La Libertad Avanza, e il PRO/Juntos por el Cambio di Mauricio Macri (che aveva candidato alle primarie Patricia Bullrich), ma col tempo ha inglobato esponenti di quello stesso partito nel suo, a cominciare dalla sua vecchia antagonista Patricia Bullrich.
Nel suo discorso d’insediamento disse: “Il modello della decadenza è alle nostre spalle”. Sta mantenendo la promessa?
Direi di sì. È riuscito a ridurre drasticamente la spesa pubblica; si parla di qualcosa come il 28% in termini reali (aggiustati all’inflazione) nel 2024. La cosa più straordinaria è che Milei lo ha fatto senza avere una maggioranza parlamentare. Si è mosso attraverso decreti e usando il sistema dei veti. In questo modo è riuscito ad abolire il blocco degli affitti, a far passare circa 300 misure di deregolamentazione, a ridurre l’inflazione. Proprio in ragione dell’assenza di una forte base parlamentare non è riuscito a completare una grande riforma organica come quella del lavoro.
Qual è il suo problema più grande?
E’ che l’economia argentina è una delle più chiuse al mondo, un po’ per i dazi del Mercosur, un po’ per alcune norme nazionali folli. Un esempio banale: in Argentina non c’è elettronica di consumo a basso costo, di provenienza asiatica, come la conosciamo noi, e un iPhone costa più che negli Stati Uniti. Perché qualsiasi prodotto elettronico, dopo essere arrivato dalla Cina, per legge deve essere smontato e rimontato nella Terra del Fuoco (che non è esattamente la Silicon Valley né Shenzhen).
E su questo non può intervenire?
Speriamo, anche se è sempre complicato. Il suo partito non ha la maggioranza di per sé, anche se ora è il primo blocco parlamentare e può sviluppare alleanze su singoli provvedimenti. Ma l’opposizione resta forte. I peronisti non vogliono cambiare lo stato delle cose. Il peronismo è un sistema che vive su una retorica molto nazionalistica e sul sostegno di gruppi che traggono vantaggio da questo tipo di norme.
Chi sono stati i suoi elettori?
È stato votato molto dalle persone a basso reddito e dai giovani, perché i giovani argentini sentono di aver avuto una giovinezza molto peggiore di quella che avrebbero potuto avere, a causa del kirchnerismo. La loro percezione è di trovarsi in un momento della vita in cui o cambia il loro Paese, o ha senso cambiare Paese.
Abbiamo accennato al taglio della spesa pubblica. Chi pagherà il prezzo più alto? I poveri diventeranno sempre più poveri?
In Argentina c’era e c’è una povertà allucinante (parliamo di quasi il 50% dei minori che vivono in condizione di povertà), quindi evidentemente la spesa pubblica non andava a vantaggio di queste persone. Il problema dei poveri argentini non è il taglio della spesa; il problema è che non hanno opportunità per migliorare la loro condizione. Milei sta invece cercando di rendere loro la vita meno complicata con dei pacchetti di semplificazione e liberalizzazioni. Per esempio, in Argentina fino a qualche anno fa i voli interni costavano tantissimo perché c’era solo un operatore; era illegale fare benzina al self service…
E invece cosa sta sbagliando?
Si è dimenticato la più importante promessa della sua campagna elettorale: dollarizzare. Ora, dollarizzare un’economia non è facile, però non sarebbe il primo paese a farlo: l’Ecuador lo ha fatto nel 2000 ed è riuscito a stabilizzare così la propria economia. La dollarizzazione sarebbe utilissima.
Perché?
Perché il resto del mondo non riesce ancora a fidarsi dell’Argentina. Gli investitori internazionali si chiedono: “Adesso c’è Milei, ma fra tre anni? Chi viene dopo cosa fa?” Dollarizzando darebbe un segnale fortissimo: non ci sarebbe più una banca centrale che fa da “cameriere” ai governi, consentendo loro di fare politiche disastrose. Perché con l’ingresso nell’euro il titolo di debito italiano è iniziato a costare meno? Perché si è diffusa l’idea che non si sarebbero più potuti compiere certi errori del passato. Lo stesso effetto si verificherebbe in Argentina con la dollarizzazione.
Passiamo alla retorica. Il populismo di Milei può essere considerato l’altra faccia della medaglia del populismo peronista?
No, perché non è populista. E’ un estremista, sono cose diverse. Nel suo discorso di insediamento arringa la folla entusiasta dicendo: “Vi farà male, sarà duro, sarà difficile, dovremo soffrire per stare meglio”. E’ il contrario di un discorso populista: Milei non ha promesso benefici alla generazione attuale a scapito delle future, l’esatto contrario. Dice loro: stringete la cinghia altrimenti ai vostri figli non rimarrà nemmeno quella. La sua retorica e il modo in cui si comporta non sarebbero piaciuti a monsignor Della Casa.
Però è lo spirito del tempo. Dopo Trump non avremo John Kerry, avremo un Trump di sinistra.
A proposito di estremisti ed estremismi. Trump negli USA, Orban in Ungheria, Milei in Argentina, i numeri dei sondaggi di Afd in Germania… Il futuro della politica è dell’uomo forte?
Quale sarà lo stile della comunicazione di domani con certezza non lo sappiamo. Ma oggi l’estremismo non riguarda solo i nomi che mi ha fatto. Pensi a quello che dice Macron. È così diverso da Trump? Macron è colto e appartiene all’élite europea, ma fa sparate allucinanti dal punto di vista del contenuto ed è altrettanto “mobile” nelle sue posizioni quanto il presidente americano. Pensi anche alla politica italiana, a come parlano i centristi. Oggi i politici più violenti verbalmente sono Calenda e Boldrin.
Motoseghe, pignatte e concerti da rocker, il kitsch è il miglior modo che c’è oggi per parlare alle masse?
Forse è il trash, non il kitsch. Ma dovremmo tornare a Tommaso Labranca.

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