Il presidente dell’Anm Parodi: «Non chiamatela riforma della giustizia»

Carriere separate, Alta corte disciplinare e sorteggio. Il presidente dell’Associazione nazionale magistrati e Procuratore di Alessandria Cesare Parodi spiega perché il referendum sulla giustizia preoccupa l’Anm.

Condivide l’espressione riforma della giustizia?

No, non è una riforma della giustizia, ma una riforma ordinamentale. Una riforma della giustizia porta a processi più veloci, indagini fatte meglio, strutture più moderne. Tutto questo non c’è. Qui si interviene su giudici, PM e CSM. Non si crea un servizio migliore per i cittadini.

Già nel 2023, l’allora presidente dell’Anm Giuseppe Santalucia aveva affermato che la separazione delle carriere è “pericolosa per la democrazia”.
Ancora oggi questa è una delle obiezioni più forti che vengono mosse da chi sostiene il “no”. In Paesi come la Germania, la Spagna e il Portogallo (dove il procuratore generale addirittura viene scelto dal primo ministro) giudici e PM però seguono carriere distinte. Nessuno dice che sono Paesi poco democratici.

Come mai in tutti i Paesi in cui c’è la separazione delle carriere il PM, in modi diversi, è sottoposto all’esecutivo? C’è qualcosa che non torna a livello logico in questo ragionamento. Non ha senso evocare il concetto generale e astratto di “Paesi democratici” se poi uno dei principi che caratterizzano questi Paesi può essere concretamente non garantito.

Per molti questa riforma non metterebbe subito un guinzaglio ai PM (per usare un’espressione molto usata dal Dottor Gratteri), ma rappresenterebbe uno snodo fondamentale per riforme future che vanno in questa direzione. La Corte costituzionale non lo impedirebbe?

Non vi è nessuna garanzia che potrebbe impedirlo, atteso che forme di controllo indiretto potrebbero essere inserite con interventi normativi apparentemente destinati ad altre finalità, a cominciare dalle stesse novità introdotte dalla riforma in tema di responsabilità disciplinare. E comunque è un rischio che sarebbe preferibile non correre.

Alta Corte Disciplinare. Ci spiega che cos’è e perché rappresenterebbe un pericolo?

L’Alta Corte Disciplinare andrebbe a togliere al CSM la giurisdizione disciplinare nei confronti dei magistrati. Sarebbe composta da 15 giudici: tre nominati dal Presidente della Repubblica, tre estratti a sorte da un elenco stilato dal Parlamento, sei estratti a sorte tra magistrati giudicanti e tre tra magistrati requirenti. Il presidente verrà eletto solo tra i componenti nominati dal Presidente della Repubblica e tra quelli estratti a sorte dall’elenco formato dal Parlamento.

L’Alta Corte è un organismo che può essere corretto a livello astratto, ma non a livello pratico. Renderebbe i magistrati gli unici ad avere una giustizia disciplinare esterna all’organo in cui lavorano i soggetti che devono essere valutati. Questo è un problema perché la valutazione disciplinare dovrebbe essere legata a una conoscenza delle condizioni effettive dei soggetti valutati. Tutti gli ordini hanno una giustizia domestica, che non per questo viene considerata troppo mite. Perché allora questo organismo viene imposto solo alla magistratura?

Parliamo di CSM, l’estrazione casuale dei suoi membri, prevista dalla riforma, non permetterebbe di risolvere il problema delle correnti?

Con l’estrazione casuale saremmo privati del principio di rappresentatività che è riconosciuto a tutte le categorie. In più, solo i magistrati eletti sono in grado di rappresentare l’interesse di una giustizia efficace. L’elezione serve a scegliere magistrati capaci di interpretare un’esigenza comune. È vero che esistono delle correnti, ma se si vanno a guardare i magistrati rinviati a giudizio disciplinare e condannati appartengono tutti sostanzialmente a gruppi associativi. Fare parte di un gruppo, quindi, non garantisce una garanzia per l’assoluzione. Se si scopre che un amministratore di condominio ruba, se ne elegge un altro, non si estrae tra i condomini. Ricordo infine che il CSM è nato nel primo dopoguerra non per dare un vantaggio ai magistrati, ma per dare loro autonomia rispetto al potere.

E a chi si chiede perché un magistrato che ha il potere di emettere una condanna all’ergastolo non ha automaticamente le carte in regola per essere sorteggiato per il CSM, cosa risponde? Poter decidere sulla vita delle persone non è forse una responsabilità più grande rispetto a sedere nel Consiglio Superiore?

Di tutte le affermazioni questa è quella più sorprendente: il magistrato che può decidere sulla libertà personale e può svolgere funzioni di consigliere CSM non è ritenuto in grado di esprimere un voto nei confronti di un collega. Curioso, vero? La realtà delle cose è ben diversa, i membri del CSM sono magistrati selezionati dopo un lungo percorso che si dimostrano capaci di farsi interpreti di esigenze comuni e di rappresentare quindi adeguatamente tutti i colleghi. Non è un ruolo che può essere ricoperto da chiunque.

Nel 2024 il CSM ha emanato solo 24 provvedimenti sanzionatori nei confronti di magistrati a fronte di 1715 segnalazioni. Non c’è qualcosa che non va?

La giustizia disciplinare italiana, in materia di magistratura, condanna tre volte più di quella francese. Inoltre, il vicepresidente del CSM Fabio Pinelli che non è un magistrato, ma un avvocato, ha detto che la giustizia disciplinare del CSM è amministrata in maniera corretta.

È vero, ricorda sempre il Dottor Gratteri, che il passaggio di carriera da PM a giudice riguarda pochissimi. Nessuno, o quasi, mette in dubbio la buona fede di giudici e PM, forse i dubbi sono più sull’opportunità che due figure così distinte facciano riferimento allo stesso orizzonte valoriale e culturale. Ricordiamo che le regole per gli avvocati sono molto stringenti, ad esempio non possono nemmeno esibire rapporti amicali con i giudici, pena la sospensione fino a un anno.

Mi piacerebbe sapere quanti avvocati sono stati veramente sanzionati… Comunque, non bisogna dimenticare che l’obiettivo comune di PM e giudice è quello della ricerca di verità, così come stabilito espressamente dalla Corte costituzionale con sentenze che inspiegabilmente (o forse molto spiegabilmente) sono ignorate nel dibattito.  L’orizzonte culturale può e deve essere lo stesso tra PM, giudici e avvocati. Differente deve essere l’identità di scopo tra le prime due figure, atteso che il ruolo dell’avvocato deve essere, e aggiungo fortunatamente, quello di assicurare sempre e comunque il diritto di difesa.

Perché, secondo lei, in Italia il rapporto tra magistratura e politica è così conflittuale? Cosa si potrebbe fare per migliorarlo?

Questo è il principale problema: vi è una sfiducia nei confronti della magistratura che in qualche modo avvelena il clima generale. In realtà i magistrati non intendono in alcun modo fare politica o intromettersi nelle scelte governative ma soltanto dare applicazioni alle leggi e queste applicazioni spesso, per forza di cose, non corrispondono alla volontà di chi le leggi le ha scritte. Le leggi devono essere inserite in un contesto normativo ampio, tenendo conto anche delle implicazioni internazionali che possono determinare in concreto un risultato differente da quello che si è prefissato chi ha ipotizzato la modifica normativa.

Torniamo, in conclusione, alla semantica, cosa si aspetterebbe lei da una vera riforma della giustizia?

In Italia un PM in un anno si occupa di circa 1100 procedimenti. La media europea è 204.
In Italia abbiamo circa 11 giudici ogni 100.000 abitanti. In Europa 18. C’è carenza di magistrati, informatizzazione, personale. Io dirigo la Procura di Alessandria che ha una scopertura del personale amministrativo del 50%. Non si fanno investimenti strutturali organizzativi. Se dovessi scegliere la prima cosa da fare, aumenterei il personale amministrativo.


 

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