L’imprenditrice e tecnologa Martinengo alla Iulm: «Il pay gap si combatte con una leadership al femminile»

Il momento storico che stiamo vivendo è caratterizzato da un uso sempre più massiccio dell’Intelligenza Artificiale. Dal cinema alla chimica, dalla moda alla farmaceutica. E ora l’IA può entrare nelle nostre vite avendo un impatto sul nostro benessere fisico e mentale. Per approfondire la questione, Gianna Martinengo, imprenditrice, umanista per formazione e tecnologa per scelta, è intervenuta al ciclo di workshop promosso da IULM Food Academy con l’incontro «L’intelligenza artificiale per vivere più a lungo e meglio. Consapevolezza, dati e responsabilità».

Martinengo da anni si impegna a diffondere una cultura dell’Intelligenza Artificiale attenta all’impatto sul lavoro, ai diritti delle persone e alla parità di genere, con attenzione al ruolo delle donne nel settore STE(A)M. È attualmente presidente del comitato scientifico di MUSA Scarl e dell’Associazione Women&Tech ETS.

In un’epoca dominata dall’intelligenza artificiale, come possiamo assicurarci che l’algoritmo non mette in ombra l’individuo e la sua unicità?

È importante chiarire che quando si parla di intelligenza artificiale, quasi tutti pensano all’intelligenza generativa, a ChatGPT e ad altri strumenti. In realtà, l’intelligenza artificiale non è uno strumento, ma una disciplina scientifica. È il collante tra computer science, quindi dati, hardware, software e scienze cognitive, come la linguistica, l’antropologia, la filosofia e le neuroscienze.

Quali sono le tecnologie che oggi ritiene più decisive per affrontare le grandi sfide ambientali e sociali?

Oggi tutti dobbiamo cambiare modello sia di apprendimento che di insegnamento, preferendo una proposta multidisciplinare. L’intelligenza artificiale non può fare a meno di altre discipline o di altre tecnologie, quelle che solitamente vengono definite come emergenti. Ne sono un esempio il digitale, le biotecnologie e i nuovi materiali, l’energia e l’ambiente. Non si può pensare di introdurre un’ora in cui si insegna l’intelligenza artificiale a scuola, come si fa con la ginnastica. Deve essere affrontata in modo multidisciplinare.

Da anni osserva anche l’evoluzione delle donne nel settore scientifico. Com’è riuscita a entrare in questo mondo?

Io ho iniziato giovanissima a fare l’imprenditrice. Ho studiato a Stanford, dove per la prima volta ho avuto modo di approfondire le mie conoscenze informatiche, scoprendo poi, una volta tornata in Italia, che si trattava già di intelligenza artificiale predittiva. Si diceva che facevo un mestiere da uomini. Nel 1999 ho fondato Women Tech, un progetto che nasceva come “Donne e tecnologie”, quindi un’associazione del terzo settore con la consapevolezza che le tecnologie contenevano dei bias rispetto alle donne. E questo le danneggiava dal punto di vista anche del recruiting.

Nel settore tecnologico persiste il pay gap
Qual è ad oggi in Italia lo stato culturale più difficile da abbattere?

Oggi la situazione è cambiata rispetto a quando ho iniziato. Si è capito che la presenza delle donne nelle tecnologie non è soltanto quella di utilizzatrici, ma di produttrici di tecnologia. Rimane ancora però il famoso “pay gap”, cioè il fatto che se un ragazzo esce da ingegneria esattamente con la stessa voto di una ragazza, quando entra in azienda viene pagato di più.

Quali sono le competenze ancora sottovalutate che le donne possono portare nei processi di innovazione?

Sono molte le competenze sottovalutate. Non solo quelle di base, ovvero quelle tecnico-professionali che vengono acquisite nel corso degli studi, ma soprattutto quelle trasversali. Si tratta delle competenze innate nelle donne, per esempio la capacità di ascolto, di gestire i conflitti, l’empatia. E tante altre. Io credo che ci sia il bisogno di andare verso una leadership non femminile, ma al femminile. In questo modo anche gli imprenditori o i decisori uomini acquisiscono il nuovo tipo di leadership basato sul dialogo e sull’interazione tra persone.

Cosa direbbe a una ragazza che teme di scegliere un percorso STEM, dato che lo si considera un mondo di uomini?

Ormai in tutte le attività ci sono donne che ricoprono ruoli importanti nell’ambito della tecnologia. Sono degli esempi che incoraggiano le ragazze interessate al settore. Il problema non è tanto acquisire competenze STEM, ma capire che cosa sono le STEM: la scienza, la tecnologia, la matematica, l’ingegneria. Tuttavia, se a queste non si aggiunge la A, passando da STEM a STEAM, non si può capire quanto siano importanti. La A sta per Arts, che non devono essere confuse con grafica, videomaker o comunicazione. Qui si parla di Arts and Humanities: scienze sociali ed economiche.

Come immagina la collaborazione uomo-macchina tra circa 10 anni? 

È importante considerare sempre l’uomo al centro. Sono le persone a dover prendere le decisioni, perché altrimenti non solo ci si limita a pensare all’automazione del lavoro, ma si arriva a una realtà disumana o sovrumana, dove le macchine decidono per noi. Ed è ancora peggio.

Sull’incontro tenuto alla IULM, in che modo ritiene che l’intelligenza artificiale possa cambiare il nostro rapporto con il cibo e il nostro benessere personali?

L’incontro era inserito nel ciclo «Star bene nell’epoca dell’intelligenza artificiale. Dieta, sport e neuromarketing» con lo scopo di approfondire il nostro rapporto con il benessere e il corpo nell’era dell’IA. Sta rivoluzionando la nostra quotidianità con diete personalizzate, influenza nelle scelte di consumo e monitoraggio delle performance. Può aiutare sicuramente, ma non possiamo delegare. Io credo che gli strumenti siano molto importanti, ma che la decisione, l’analisi e la cura spetti sempre allo specialista.

 

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Può fare qualche esempio concreto?

Si potrebbe pensare, per esempio, di misurare il numero di passi che facciamo per migliorare la qualità del nostro benessere, ma magari scopriamo che il nostro fisico richiede un altro tipo di intervento. Questo riguarda anche l’alimentazione. Magari evitiamo un cibo che invece è necessario per il nostro organismo. Quindi è fondamentale avere questi strumenti, che possono aiutare, ma è un aspetto di automazione d’ufficio e non certamente di superamento della propria competenza clinica.

Quale impatto vorrebbe che questi strumenti avessero sulla società nei prossimi anni? 

Tutto il mondo dell’IA e di internet è in mano a grandi aziende, il cui valore economico supera il valore del PIL di un Paese come l’Italia. Dobbiamo assolutamente considerare questo come un pericolo. Per esempio, Elon Musk, ha riempito il nostro spazio di satelliti e potrebbe decidere di tagliare tutte le comunicazioni anche del nostro Paese. Adesso siamo abituati a considerare internet come l’acqua o la luce, ma bisogna capire il danno che può causare.

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