La Rai è travolta dalla polemica contro Petrecca. Il Washington Post è dimezzato dai licenziamenti e il Ceo Will Lewis si dimette. La Repubblica è in sciopero. Dall’Italia agli Stati Uniti il mondo editoriale è scosso da proteste e terremoti che segnano un periodo instabile, ma allo stesso tempo una vitalità che smentisce le continue profezie di morte dell’informazione: le redazioni rispondono sempre agli scossoni che subiscono.
La protesta della Rai

«Da 3 giorni siamo tutti in imbarazzo e non per colpa nostra. Siamo di fronte alla figura peggiore di sempre di Raisport all’interno di uno degli eventi sportivi più attesi di sempre. Da oggi alle ore 17 e fino alla fine dei giochi ritiriamo la nostra firma dai servizi. Al termine dei Giochi attueremo il mandato di 3 giorni di sciopero». Il Comitato di redazione di Raisport si esprime con queste parole a seguito del caso mediatico che ha travolto Paolo Petrecca, il direttore della redazione che si è occupato della telecronaca della cerimonia di apertura dei giochi olimpici, attirando numerosissime critiche. «Telemeloni è tutt’altro che meritocratica. E questi sono i risultati: gaffe veramente eclatanti, un’inadeguatezza manifesta davanti a tutto il mondo». Così Barbara Floridia, senatrice M5s e presidente della commissione di Vigilanza Rai, in un’intervista a Repubblica. Secondo Floridia c’è un “circuito tutelato” per alcuni lavoratori Rai che ferisce “in modo gravissimo la democrazia”.
Il caso Petrecca
Gaffe e scambi di persone – Matilde de Angelis è diventata Mariah Carey – fino alla censura di Ghali, mai citato durante la sua performance. Interventi con il timing errato, confusioni e poche spiegazioni. Di questo è accusato Petrecca da tutta Italia, cioè i 9 milioni di telespettatori che hanno seguito l’evento, ma non solo, visto che la polemica ha raggiunto anche la stampa internazionale. Il sindacato dei giornalisti della tv pubblica, Usigrai, afferma che «Autoassegnarsi un incarico e poi rivelarsi completamente inadatti a portarlo a termine è solo l’ultima fallimentare iniziativa di un direttore sfiduciato dalla sua precedente testata (Rainews 24, ndr) e, nonostante questo, premiato dalla Rai in vista dell’importantissimo appuntamento olimpico». Infatti ad occuparsi della telecronaca avrebbe dovuto essere Auro Bulbarelli, esperto di olimpiadi, ma radiato dall’incarico per aver anticipato la sorpresa del Presidente Mattarella sul tram con Valentino Rossi. Ora la bufera rischia di spazzare via lo stesso Petrecca.
Democracy dies in darkness
Sull’altra sponda dell’Atlantico la crisi del Washington Post colpisce perché intacca un colosso del giornalismo, capace di sfidare il tempo e portare avanti inchieste che hanno cambiato la storia, dai Pentagon Papers al Watergate. È proprio uno dei due protagonisti dell’inchiesta del Watergate, Bob Woodward a parlare al The New Yorker: «Sono devastato, lettori e giornalisti meritano di più. Il Post ha prodotto tante storie incredibili e rivoluzionarie. Ce ne saranno ancora. Farò tutto quello che è in mio potere per far sì che il Washington Post prosperi e sopravviva». Woodward ha ora un ruolo onorifico di editore associato della testata.

Sono 300 i giornalisti che hanno perso il lavoro a seguito dei tagli voluti dal proprietario Jeff Bezos. Corrispondono al 30% del personale. Non solo, il Ceo Will Lewis si è dimesso, affermando: «È il momento giusto per farmi da parte, per garantire il futuro sostenibile del Post», ha ringraziato Bezos, ma non ha dedicato una parola ai colleghi, licenziati e non. Le sue dimissioni arrivano inaspettate per la redazione del quotidiano, ma i rapporti tra il direttore e i giornalisti non erano eccelsi. Ne è un esempio lampante la dichiarazione di Katie Mettler, ex presidente del sindacato del Washington Post: «Sono felice che Lewis sia stato licenziato. Vorrei fosse successo prima che licenziasse tutti i miei amici».
Lo sciopero di La Repubblica

«Ormai da settimane la vertenza del nostro giornale è aperta: sappiamo che Exor è in trattativa per la vendita di Gedi con il gruppo greco Antenna. Ma questa trattativa in esclusiva è scaduta lo scorso 31 gennaio, e la società non ci ha ancora detto se c’è stata una proroga e fino a quando. Le informazioni in nostro possesso finiscono qui». L’ennesima lettera del Cdr di Repubblica spiega le motivazioni che hanno spinto il quotidiano – che proprio quest’anno fa 50 anni dalla nascita – a indire altri due giorni di sciopero. La vendita del gruppo Gedi (editore di Repubblica e La Stampa) ha messo in allarme il mondo dell’editoria proprio per l’intesa con l’armatore greco Theodore Kyriakou. Viene definito come «Un imprenditore che guarda ai media come a un asset di diversificazione e intrattenimento globale», ma è proprio questo che preoccupa i giornalisti, insieme alla mancanza di trasparenza della trattativa.
L’editoria è ancora viva
«Repubblica nasce con un forte senso di identità e appartenenza ad un sistema di valori ben definito. Con queste lenti abbiamo raccontato l’Italia e il mondo per mezzo secolo. La nostra battaglia è per restare fedeli a tutto questo». Si conclude con una risposta secca il comunicato dei giornalisti del quotidiano fondato da Scalfari nel 1976: “Siamo ancora qui”. Lo stesso dicono i giornalisti Rai che non ci stanno a fare una brutta figura in mondovisione per un direttore che si autoassegna un incarico. Mentre alcuni dalla redazione del Washington Post condannano le posizioni sempre più filo trumpiane che il giornale è costretto a prendere (compresa la ridotta varietà di visioni politiche della colonna “Opinioni”) e ricordano al proprietario Bezos la frase che ha voluto incidere sulla testata: Democracy Dies in Darkness. La democrazia muore nell’oscurità (informativa, ndr).
