Il Great Pacific Garbage Patch: l’isola di plastica esiste davvero?

Isola di plastica nel Pacifico

L’idea di un’enorme isola di plastica che galleggia nell’Oceano Pacifico ha alimentato miti e allarmismi. Ma quanto c’è di vero? Il Great Pacific Garbage Patch (GPGP) esiste, ma la sua natura è spesso fraintesa. Non si tratta di un’isola solida, bensì di un vasto accumulo di rifiuti plastici e microplastiche, trasportati e intrappolati dalle correnti oceaniche.

Un fenomeno documentato dagli anni ’80

Il primo studio sul GPGP risale al 1988, a cura della National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA), ma è nel 1997 che il fenomeno guadagna notorietà grazie a Charles Moore, un ricercatore americano che vi si imbatte per caso di ritorno da una regata. Da allora, studi e pubblicazioni hanno messo in luce la portata del problema.
L’area è formata da due accumuli principali: il Western Garbage Patch, vicino al Giappone, e l’Eastern Garbage Patch, situato tra la California e le Hawaii. Il sistema di correnti noto come North Pacific Subtropical Gyre gioca un ruolo chiave: quattro grandi correnti – la Corrente della California, la Corrente Nord Equatoriale, la Corrente del Kuroshio e la Corrente del Nord Pacifico – creano un vortice che intrappola i detriti. A contribuire al fenomeno è anche la North Pacific Subtropical Convergence Zone, dove le acque calde del sud Pacifico incontrano quelle fredde dell’Artico, favorendo l’ulteriore accumulo di rifiuti.

Schema GPGP, via NOAA
Schema GPGP, via NOAA
Un pericolo invisibile

Contrariamente all’immaginario collettivo, il GPGP non è un’isola compatta. La maggior parte della plastica presente è sotto forma di microplastiche, particelle talmente piccole da risultare spesso invisibili a occhio nudo, ma estremamente dannose per l’ecosistema marino. Queste possono essere ingerite dagli animali, entrando nella catena alimentare e causando danni alla fauna marina e potenzialmente anche all’uomo.
I numeri del fenomeno sono preoccupanti. Il GPGP ricopre una superficie di circa 1,6 km², un’area grande due volte il Texas e tre volte la Francia. Per accertarsi di questo dato, un team di ricercatori ha impiegato una flotta di 30 imbarcazioni, 652 reti galleggianti e due velivoli per raccogliere immagini aeree dei rifiuti plastici. La densità della plastica nel cuore del GPGP può raggiungere i 100 kg per km², mentre ai margini scende sotto i 10 kg.

Per avere un’idea concreta della concentrazione di plastica, bisogna aver presente che la massa di rifiuti del GPGP è di 100 mila tonnellate, l’equivalente di 740 aerei Boeing 777. Negli anni ’70 si registravano 0,2 kg di plastica per metro cubo d’acqua, oggi il valore supera 1,2 kg. Inoltre, si stima che circa il 70% dei detriti finisca depositato sul fondo dell’oceano, creando una discarica sottomarina ancora poco studiata.

Una tartaruga marina intrappolata in una rete di plastica. (WWF Svizzera)
Una tartaruga marina intrappolata in una rete di plastica. (WWF Svizzera)
Le origini dei rifiuti

Secondo uno studio pubblicato da National Geographic, circa l’80% della plastica nell’oceano proviene da fonti terrestri, il restante 20% da imbarcazioni e attività marine. Un’indagine del 2018 ha rivelato che quasi la metà della massa del GPGP è costituita da reti da pesca sintetiche, spesso abbandonate o perse in mare. L’azione combinata della luce solare e delle correnti spezza la plastica in frammenti sempre più piccoli, aggravando il problema. Le conseguenze sono drammatiche: tartarughe marine che scambiano sacchetti di plastica per meduse, albatri che ingeriscono microplastiche credendole uova di pesce, intere specie minacciate da un inquinamento che sembra inarrestabile. Il GPGP non è, quindi, un’isola galleggiante, ma una minaccia concreta per gli oceani e per la salute globale.

 

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