Censis, italiani in cerca di alternative: sfiduciati ma generosi

Incerti sul futuro, scettici sull’utilità della politica e affascinati dalla sempreverde retorica dell’uomo forte. Messo così, l’annuale rapporto del Censis dedicato alla situazione degli italiani lascerebbe poco spazio a repliche.

In effetti, il malcontento della popolazione è in crescendo, sia nei confronti del prossimo che delle istituzioni. Tuttavia, dati del report alla mano, si evince anche la possibilità di trarre conclusioni interessanti sulle soluzioni adottate dai cittadini.

Gli italiani sono scettici e di malumore, ma per molti aspetti ingegnosi e imprevedibili. Nel bene e nel male. Nel bene, per una crescente fiducia nell’Europa, una forte propensione al volontariato, un incremento della scolarità superiore. Nel male, per un’alta evasione fiscale, un diffuso disinteresse verso la politica e un aumento dell’uso di psicofarmaci.

Oltre alle reazioni e alle risposte degli italiani, il Censis ha messo a nudo le cause strutturali di questo declino italico. Dalla crisi del sistema di welfare pubblico, all’invecchiamento della popolazione, al calo del lavoro nonostante la ripresa dell’occupazione.

La fine di un’era: meno welfare, no a mattone e Bot

«Un’evidente crisi di sostenibilità finanziaria» del welfare pubblico, quella segnalata dal 53° rapporto del Censis uscito la mattina del 6 dicembre. L’Italia, sempre meno produttiva, ha dovuto fare e fa tuttora i conti con la fine della fase del cosiddetto catching up – la rincorsa agli standard industriali europei – raggiunta a metà degli anni ’90 e seguita da una lenta ma inesorabile frenata.

Oggi l’ascensore sociale attraversa una pericolosa fase di stallo e anzi, la possibilità più accreditata dagli italiani è che il futuro lavorativo per figli e nipoti possa essere perfino peggiore del proprio.

Non basta. La fine dell’era del mattone e il calo dell’investimento nei titoli pubblici, sempre meno redditizi – nonostante oltre la metà del debito pubblico nazionale sia ancora detenuto da operatori locali – ha provocato un forte senso di spaesamento per una larga parte della popolazione. Abituati alla garanzia del Bot e alla propensione per l’immobiliare, molti italiani stanno ora cercando soluzioni alternative.

Sempre meno e sempre più anziani

Si consolida il trend degli ultimi anni, con i neonati in calo e i pensionati in aumento. Nel 2018 i nati erano 439.747, 18.404 in meno rispetto al 2017. Se a questo si aggiungono gli oltre 400.000 giovani italiani under 40 che in un decennio sono emigrati all’estero, la portata del problema si fa evidente.

Difficoltà che si amplia nella misura in cui aumenta il numero di anziani, i quali fra vent’anni si stima supereranno in numero assoluto i giovani sotto i 35 anni. Anziani che percepiscono e percepiranno pensioni pagate dai ragazzi di oggi, con sacrifici enormi per i loro redditi – altro che Quota 100.

Più occupazione, meno lavoro

Negli ultimi dieci anni i posti di lavoro creati in Italia sono stati 321.000, riassorbendo definitivamente l’impatto della grande crisi. Tutto risolto, quindi? Non proprio. L’enorme diffusione del lavoro part-time ha gonfiato le statistiche sul tasso di occupazione, mentre le unità di lavoro a tempo pieno sono addirittura diminuite dal 2007 a oggi.

Non tutto è da buttare

Le poche note positive si rilevano quando si esce dall’ambito lavorativo. Gli italiani sono in gran parte soddisfatti del modo in cui trascorrono tempo libero e vacanze. Spendono e sempre più si dedicano ad attività sociali e culturali. E fanno volontariato: in questo settore è cresciuta addirittura di quasi il 20% nell’ultimo decennio.

Infine, quasi a sorpresa cresce l’europeismo. Sui temi chiave che ruotano attorno all’Unione, i cittadini italiani hanno le idee abbastanza chiare: oltre il 60% sono pro UE e pro euro.

Qualche nota positiva, insomma, c’è. Nell’attesa che le élite, non necessariamente politiche, tornino a occuparsi della formazione di un’opinione pubblica più attenta e fautrice di un maggiore senso critico.

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