Nomen (w)oman, ecco la grillina di nome e di fatto

Dopo le elezioni, comincia il lungo ballo delle consultazioni. Primo giro, secondo giro, mandato a Casellati, terzo giro, mandato a Fico, quarto giro. Ma ancora niente governo. Tra gli ambasciatori grillini che ogni volta salgono al Quirinale, insieme a Luigi Di Maio e a Danilo Toninelli, c’è anche Giulia Grillo, capogruppo alla Camera per i Cinque Stelle.

Della sua vita privata non si sa nulla. Nei suoi dieci anni di militanza attiva nella politica italiana ha utilizzato il suo blog e i suoi canali social esclusivamente per riferire comunicazioni legate al Movimento 5 Stelle. Nonostante sul suo curriculum possa fregiarsi del ruolo di capogruppo parlamentare, ricoperto nell’ultimo trimestre del 2016, per cinque anni ha calcato i pavimenti di Montecitorio riuscendo a mantenere fuori dal palazzo – e dalle cronache – il suo privato. Sappiamo solo che è catanese, che di cognome fa Grillo, di nome Giulia, e che non ha alcun legame di parentela col più famoso Beppe. Ma proprio da lui partiamo per raccontare la storia politica dell’attuale capogruppo pentastellata.

Dalla traversata al Transatlantico

Nell’ottobre del 2012, il fondatore del Movimento 5 Stelle annunciò di voler attraversare a nuoto lo Stretto di Messina. Obiettivi: partecipare alla campagna elettorale siciliana e protestare contro l’ipotesi di costruzione di un ponte su quel pezzo di mare. Il 10 ottobre la traversata riuscì: il comico mostrò una buona bracciata e percorse i tre chilometri con tanto di muta marchiata a cinque stelle. Tre mesi prima, l’altra Grillo, la nostra Giulia, aveva compiuto la stessa impresa, ma in direzione contraria al percorso di Beppe, che si sarebbe tuffato in acque calabresi, a Cannitello, per approdare a Torre Faro, in Sicilia. E proprio da Torre Faro ebbe inizio l’avventura parlamentare dell’attuale capogruppo di quello che, dopo le elezioni del 4 marzo, è il primo partito italiano.

Gli inizi

Classe ’75, grillina di nome e di fatto, a fine 2012 si candidò alle prime parlamentarie dei Cinque Stelle dopo sei anni di militanza a livello locale, durante i quali ha fondato il MeetUp di Catania (una versione più dinamica delle sedi di partito) e un comitato anti-trivellazioni. «Mi propongo non perché ritengo di avere qualità intellettuali superiori al 90% della popolazione, ma perché so quanto tengo allo spirito democratico del movimento», spiegava nel video registrato sul bagnasciuga siculo. Medico legale, specializzata in bioetica e in valutazioni del danno alla persona, Giulia Grillo si presentò raccontando la battaglia di cui si diceva più fiera, quella contro la costruzione di quattro inceneritori. E dire che nel 2008, alla presentazione delle candidature alla Regione Sicilia, ammise candidamente che «all’inizio non ne sapevo assolutamente niente, addirittura pensai che mi potesse annoiare profondamente studiare un argomento così ostico». Quelle elezioni regionali non andarono bene: la lista collegata a Beppe Grillo prese meno del 3% e non entrò in consiglio. Ma i voti si quintuplicarono quattro anni dopo il M5s, con il candidato presidente Cancellieri, conquistò 15 seggi. La Grillo però decise – saggiamente, visto il percorso successivo – di limitarsi al ruolo di referente provinciale, per puntare tutto sul bersaglio grosso: le elezioni nazionali del 2013.

Deputata e capogruppo

La mossa pagò. Il video di presentazione dalla spiaggia di Torre Faro si rivelò una buona freccia e i grillini siciliani la scelsero come capolista alla Camera della circoscrizione Sicilia Orientale. I dati di quelle parlamentarie sono stati per molto tempo al centro delle polemiche perché poco trasparenti sul numero di preferenze ai singoli candidati. E tuttora non conosciamo quelle raccolte dalla Grillo. Fatto sta che a fine febbraio 2013 il M5s superò il 25%, facendo il botto al Sud, e in particolare in Sicilia. Giulia Grillo entrò a Montecitorio, ma la presidenza del gruppo le sfuggì per un soffio. Non poté niente contro Roberta Lombardi, la faraona del movimento. Le regole interne prevedevano che la carica si rinnovasse ogni tre mesi: la Grillo arrivò alla vicepresidenza nel giugno 2016, diventando capogruppo nel settembre successivo. Fu il primo riconoscimento al suo percorso: dalla spiaggia di Torre Fano alla cerchia dei fedelissimi. In quella veste, salì al Quirinale nel dicembre 2016, durante le consultazioni successive al referendum costituzionale, ripetendo il mantra pentastellato «No a governi calati dall’alto». Mai una parola fuori posto, dichiarazioni sempre in linea con il partito. Nel 2013 definì Marino Mastrangeli, senatore grillino cacciato dal movimento causa troppe ospitate televisive, «un esibizionista che ha voluto mettere sé davanti agli altri». E sul caso Raggi, che nel gennaio 2017 suscitò ampi contrasti interni, la Grillo confermò in pieno le direttive di Di Maio.

Ribelle ma non troppo

Nei suoi primi cinque anni in parlamento, un minimo di autonomia l’ha mostrata nei voti ribelli: tra il centinaio di grillini alla Camera è risultata ottava (fonte: Openpolis), con lo 0,95% di voti diversi dal proprio gruppo, superando Toninelli (0,58%) e la Lombardi (0,76%), pur senza toccare l’1,64% di Fraccaro. Numeri che mostrano la scarsa libertà di movimento dei Cinque Stelle, se paragonata con Forza Italia (la cui ottava deputata per voti ribelli è Elvira Savino: 8,28%), ma perfettamente in linea con i dati del Partito democratico (qui l’ottava è Vanna Iori: 0,77%). Occupandosi di salute, è diventata membro della commissione permanente alla sanità. Da medico, si è dichiarata favorevole ai vaccini, ma contraria all’obbligo: «Riconoscere l’importanza delle vaccinazioni e poi obbligare la gente a farle sembra una contraddizione anche agli occhi dei cittadini». Gli attacchi alla Lorenzin sono stati all’ordine del giorno: «Nonostante abbia avuto anni a disposizione, si è dimostrata incapace di gestire il calo delle coperture». In qualità di “cittadina eletta alla Camera dei deputati” (così si definisce sul suo blog, sempre seguendo la linea del movimento), nel 2016 ha presentato una mozione, approvata all’unanimità, in cui chiedeva maggiore trasparenza sulla governance farmaceutica, il board composto da Agenzia del Farmaco e Regioni che decide la spesa per i farmaci.

Unico scivolone, un tweet dell’agosto 2014: «Arrivi alla stazione di Firenze e sembra di stare in Africa. Degrado e sporcizia: è questo lo sviluppo di cui favoleggia Renzi?» Accusata di razzismo, fu attaccata dagli utenti del social. Ma non dal movimento, che allora incarnava ancora un’anima di lotta e non di governo. Tuttavia, da allora i cinguettii della Grillo si sono spersonalizzati (con messaggi apparentemente preconfezionati) e il suo account si è popolato di retweet ad altri esponenti del partito. La sua crescita politica si è svolta in parallelo all’evoluzione dei Cinque Stelle. Così, il 20 gennaio 2018, a una domanda su possibili inciuci rispondeva innocente che «noi siamo sempre stati contro le alleanze se comportano scambio di poltrone, ma se sono tematiche e a tempo non vedo perché no».

Due mandati, non di più

E le ultime parlamentarie la premiano con 365 voti. Il 4 marzo viene eletta alla Camera nel collegio uninominale di Acireale. Prende il 46%, record tra i deputati grillini. Nominata capogruppo, torna a Montecitorio per la seconda volta. L’ultima, secondo le regole del movimento: «È una garanzia», conferma da Mentana. Ma, nel frattempo, il limite di tre mesi per il ruolo da capogruppo si è allungato a un anno e mezzo. E chissà che anche la regola sui due mandati non possa subire una leggera modifica. Anche perché se Di Maio non riuscisse a diventare premier in questa sua seconda legislatura, il dogma a Cinque Stelle potrebbe diventare all’improvviso sacrificabile.

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