Dalla Cina all’Europa,
la guerra dei dazi
spaventa il mondo

Gli Stati Uniti d’America dal 18 ottobre potranno imporre dei dazi all’Unione Europea per 7,5 miliardi di dollari. A prendere questa decisione è l’organizzazione mondiale del commercio. L’ultima parola spetta al presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Le possibili nuove imposte rischiano di portare a un collasso dell’economia mondiale. Il possibile assenso del tycoon potrebbe unirsi a quello portato avanti negli ultimi anni nei confronti del governo cinese. Sulla decisione, l’inquilino della White House sa di doverci riflettere bene. Lo slancio protezionistico del governo americano non sta aiutando il Paese come il suo presidente vorrebbe far credere. Molti settori stanno rallentando a causa della guerra con la Cina e probabilmente accadrà per molti altri ancora se saranno approvate le nuove tasse doganali all’Europa. Le conseguenze si preannunciano drammatiche. Dai beni primari a quelli di lusso, tutto subirà un aumento dei prezzi e questo spaventa e preoccupa i mercati e gli imprenditori, grandi e piccoli. Facciamo però un passo indietro analizzando la guerra commerciale Usa-Cina e lo scontro Airbus-Boing che ha portato alla decisione del Wto.

La battaglia tra Stati Uniti e Cina

  • L’8 marzo 2018 Donald Trump annuncia tariffe del 25% sulle importazioni di acciaio e del 10% su quelle di alluminio. Il suo obiettivo è ridurre il deficit commerciale americano che nel 2917 ha raggiunto i 566 miliardi di dollari, di cui 375 con la Cina.
  • Il 22 marzo 2018 inizia il conflitto commerciale. Il presidente Usa sospende le imposte per alcuni Stati, ma non per quello cinese. Decide inoltre di imporre 50 miliardi di dollari di tasse doganali sui loro prodotti motivando la sua decisione con le ‘pratiche scorrette’ e il furto di proprietà intellettuale operato dal governo e dalle sue aziende.
  • Il 22 aprile 2018, la Cina emana dazi su più di 128 beni statunitensi, tra cui la soia, principale merce di esportazione. Iniziano le prime minacce da parte del tycoon e le borse subiscono il primo tracollo: dai listini europei a quella di Milano fino alle asiatiche.
  • Dopo una prima conciliazione dove Pechino accetta di ridurre il suo surplus commerciale e i dazi e di acquistare beni americani extra, il 6 luglio 2018 ricominciano le tensioni. Gli Usa mettono nuove imposte per un ammontare di 34 miliardi su auto, dischi e componenti di aerei. La Cina risponde con tariffe uguali su prodotti agricoli, automobili e prodotti navali statunitensi. Un mese più tardi arrivano tasse anche sulle moto Harley-Davidson, bourbon e succo d’arancia.
  • Il 10 maggio 2019, Trump fa scattare tassazioni per 200 miliardi e impedisce alle aziende nazionali l’utilizzo di apparecchiature di telecomunicazione stranire ritenute a rischio per la sicurezza. La mossa ha l’intento di colpire il gruppo cinese Huawei. Dieci giorni dopo sospende per 3 mesi il divieto.
  • Il 29 giugno 2019 durante il G20 di Osaka, Trump e il presidente Xi Jinping raggiungono un accordo: l’America non imporrà nuovi dazi. Dopo 24 ore, il governo americano accusa quello cinese di non aver rispettato le promesse di acquistare prodotti agricoli statunitensi e fermare la vendita del fentanil. Trump annuncia tariffe del 10% su 300 miliardi di dollari di importazioni cinesi dal 1° settembre, rinviati a data da destinarsi.

Attualmente si è in attesa di un nuovo incontro tra i due governi in attesa di una conciliazione.

Il caso Airbus – Boing e il ricorso al Wto

Da più di 15 anni, precisamente dal 2004, va avanti una disputa legale tra Usa e Ue. Washington contesta i sussidi ad Airbus, l’industria aerospaziale, da parte dell’Europa per la costruzione di nuovi modelli di aeromobili. Sostegno che risale agli anni ’70 e che avrebbe causato danni a Boeing, compagnia statunitense che costruisce aerei, accusata da Bruxelles per aver ricevuto anch’essa aiuti illegali dall’America. Per questo motivo la Casa Bianca si è appellata all’Organizzazione mondiale del commercio per imporre delle tassazioni contro i prodotti importati dai Paesi europei. Il Wto ha dato ragione agli americani confermando la scelta intrapresa nel 2016 quando aveva stabilito che l’Ue stesse avvantaggiando Airbus con degli aiuti impropri.

Il 18 ottobre 2019 scatteranno le imposte doganali americane sui prodotti europei importanti negli Usa. Uno dei settori più colpiti è il made in Italy, in particolare quello agroalimentare.

I prodotti

Tra le preoccupazioni maggiori c’è il rischio che articoli contraffatti siano venduti sul suolo americano. Per l’Italia, a soffrire particolarmente saranno i formaggi: pecorino romano, parmigiano reggiano (di cui gli Stati Uniti sono secondo mercato estero), grana padano e provolone a cui sarà applicata una tariffa del 25 percento che graverà anche sul prosciutto. Nel lista temporanea saranno presenti anche: prodotti tessili, yogurt, burro, frutta, verdura tranne il pomodoro, maiale, latte, agrumi, uva.  Si stima che le perdite costeranno al Paese circa un miliardo di euro e sul Pil ci sarà una perdita dello 0,05 percento. La questione spaventa il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che il 28 settembre al Villaggio Coldiretti di Bologna ha assicurato di aiutare le aziende con «incentivi, non con le penalizzazioni». Il presidente del Consorzio di tutela del Parmigiano Reggiano, Nicola Bertinelli, stima che «ci sarà una perdita del 90 percento». Per adesso, possono tirare un sospiro di sollievo il prosciutto di Parma e San Daniele, l’olio di oliva, il prosecco e la mozzarella di bufala esclusi dalla lista.

Ad avere maggiori ritorsioni saranno comunque Francia e Regno Unito, seguiti da Germania e Spagna: i paesi del consorzio Airbus. Le tariffe riguarderanno una serie di prodotti tecnologici del settore aeronautico, olio, vino, il whiskey scozzese, le olive spagnole, la lana, gli strumenti tedeschi e abbigliamento. La lista completa dei prodotti colpiti dai dazi è stata pubblicata sul sito del dipartimento del commercio degli Stati Uniti.

Adesso resta solo da capire cosa c’entrano salumi, formaggi e l’intero Paese con la diatriba di Airbus di cui l’Italia non fa parte.

 Le possibili soluzioni

La decisione finale spetta comunque al presidente degli Stati Uniti. L’Italia però cerca di correre ai ripari non solo con discorsi accorati rivolti al segretario di stato americano Mike Pompeo, in visita in Italia ma con la richiesta a Bruxelles di compensare la perdita di incasso dei produttori o l’idea di lanciare una campagna negli Usa a sostegno del made in Italy. Entro il 2020 sarà applicata una ritorsione simile ai prodotti americani, dopo la decisione del Wto sul caso Boeing. Questo causerà maggiori tensioni e danni all’economia globale. Per evitare questo, Usa e Ue potrebbero trovare un accordo tra di loro favorito dal possibile ingresso della Cina nel mercato dei grandi costruttori di aerei che potrebbe minare al duopolio Airbus-Boieng.

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