PROCESSO HYDRA: CHIESTI 570 ANNI DI CARCERE PER LA MAFIA LOMBARDA

Finito il tempo delle grandi stragi e delle faide per la conquista del territorio, è arrivato il tempo dei bilanci e dei consorzi. ‘Ndrangheta, Cosa nostra, Camorra, in Lombardia non solo convivono: operano come un’unica grande holding. Dalle prime intercettazioni del 2020, l’inchiesta condotta dalla Direzione distrettuale antimafia e del Nucleo investigativo dei carabinieri di Milano ha portato alla scoperta di un consorzio tra mafie che ha fatto della Lombardia il suo quartier generale. Il 12 gennaio 2026, dall’aula bunker del carcere di Opera, sono arrivate le prime condanne da parte del Gup Emanuele Mancini.

IL CONSORZIO MAFIOSO LOMBARDO

Una struttura confederativa, orizzontale, collaborativa, è quella che regge il ‘sistema mafioso lombardo’: famiglie legate a Cosa nostra, uomini della ‘ndrangheta e rappresentanti della Camorra hanno trovato in Lombardia un terreno fertile per unire interessi e guadagni.

«Non è mafia nuova né mafia delocalizzata, ma mafiosità immanente – come chiarisce durante la requisitoria del 12 gennaio 2026 la Pm Cerreti -: si tratta di un’associazione mafiosa alla quale aderiscono rappresentanti delle tre mafie sul territorio lombardo, e solo sul territorio lombardo, che hanno deciso di mettersi insieme per fare business, semplicemente questo».

PM Alessandra Cerreti

L’inchiesta Hydra ha avvio nel febbraio 2020 da un’intuizione di Cerrati, la quale ipotizza la possibile esistenza di una sorta di alleanza attraverso la quale vecchie (e attuali) rivalità tra Sicilia, Calabria e Campania vengono messe da parte in favore di un obiettivo comune: il profitto. Le forze dell’ordine individuano i punti cardine dell’organizzazione sul territorio lombardo: 

  • Affari legali, attraverso l’infiltrazione in settori come l’edilizia, la logistica e i servizi.
  • Politica, con pacchetti di voti pronti per essere spostati su candidati compiacenti civici o partitici.
  • Nessun conflitto, per evitare di attirare l’attenzione delle autorità.

Tra 2020 e 2021 i carabinieri registrano ventuno incontri del ‘consorzio’. Dopo un primo blocco alle indagini dovuto alla bocciatura della ricostruzione della procura da parte del giudice per le indagini preliminari Tommaso Perna (il quale accolse solo undici richieste di custodia cautelare a fronte di 153 richieste, non riconoscendo l’associazione mafiosa), il Tribunale del Riesame di Milano valida l’impianto accusatorio confermando l’esistenza di un “consorzio mafioso”.   

12 GENNAIO 2026.

Lunedì 12 gennaio 2026. Aula bunker del carcere di Opera. Dopo sei ore di camera di consiglio, il Giudice dell’udienza preliminare Mancini ha messo il primo punto fermo con la sentenza del rito abbreviato – ammessa per 62 imputati su 80 richiedenti -. 

I numeri descrivono il terremoto giudiziario innescato da Hydra:

  • Quasi 500 anni di carcere complessivi (lo scorso novembre, i Pm Cerreti e Rosario Ferracane avevano chiesto condanne per 570 anni).
  • 11 i reati contestati a vario titolo (associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione, traffico e spaccio di droga, tentata rapina, detenzione abusiva di armi, intestazione fittizia di beni, frode fiscale e omesso versamento delle imposte, riciclaggio e false fatture).
  • 24 persone condannate specificamente per associazione mafiosa.
  • Pena massima di 16 anni per i promotori del consorzio, riconosciuti colpevoli di aver gestito il “sistema”, oltre a ingenti traffici di droga e armi.
  • Confisca di 450 milioni di euro (ipotizzati essere il valore dei truffaldini crediti fittizi Iva)
Incontri consorzio lombardo

Oltre alle richieste di condanna, il Gup ha disposto undici proscioglimenti in udienza preliminare, nove patteggiamenti e quarantacinque imputati rinviati a giudizio. Sessantotto sono invece gli imputati che hanno scelto il rito ordinario.

La vera sfida del processo è l’applicazione dell’articolo 416-bis del Codice penale (ovvero il riconoscimento dell’associazione di tipo mafioso). Inizialmente infatti, la difesa sosteneva che si trattasse di associazione a delinquere, senza riconoscere le modalità di stampo mafioso. Semplici “accordi d’affari” tra criminali comuni. La sentenza di Mancini ha invece stabilito un precedente: anche senza una gerarchia rigida e unica, l’unione di diverse mafie che sfruttano la fama criminale accumulata dai rispettivi clan di origine per intimidire il mercato configura il reato di associazione mafiosa.

A cura di Martina Carioni

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