Era il 24 febbraio 2022 quando il presidente russo Vladimir Putin ha annunciato l’avvio dell’”operazione militare speciale” con l’obiettivo di “smilitarizzare e denazificare l’Ucraina”. Doveva essere un’impresa semplice, ma 4 anni dopo i bombardamenti continuano.
Il conflitto si è trasformato in una guerra di logoramento, fatta di droni, artiglieria e attacchi missilistici su infrastrutture civili ed energetiche. L’Occidente ha sostenuto Kiev con aiuti militari e finanziari, mentre Putin non ha ancora ottenuto la vittoria che cercava e che era certo di ottenere in pochi giorni.
Il bilancio umano e materiale è altissimo: centinaia di migliaia di vittime, città distrutte e milioni di profughi.
Le trattative per la pace, su spinta degli Stati Uniti, non si sono mai fermate e sono culminate con il vertice tra Vladimir Putin e Donald Trump il giorno di Ferragosto in Alaska. Per poi finire nel nulla. In molte occasioni la pace infatti è sembrata dietro l’angolo, per poi essere rapidamente rimessa in discussione.
In questi 4 anni il quadro internazionale è divenuto sempre più instabile, con il conflitto ucraino che si è trasformato in uno dei principali punti di frattura geopolitica tra Russia e il mondo occidentale.
L’incontro dei leader
In occasione del quarto anniversario di guerra 13 leader europei saranno a Kiev insieme alla leader della Commissione Ue, Ursula Von der Leyen, e al presidente del Consiglio, Antonio Costa. Altri 24 si collegheranno in remoto alla videoconferenza dei ‘volenterosi’ a sostegno di Kiev. La riunione sara’ co-presieduta dal presidente della Francia, Emmanuel Macron, e dal primo ministro del Regno Unito, Keir Starmer. All’incontro sarà presente in videocollegamento anche la premier italiana, Giorgia Meloni.
Il passo indietro dell’Ue
I Leader tuttavia si presentano a Kiev a mani vuote. Il primo ministro ungherese Viktor Orbán e quello slovacco Robert Fico, hanno infatti bloccato sia il ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia sia il prestito di 90 miliardi di euro all’Ucraina già stanziato dalla Ue per il 2026 e 2027. Tutto questo in nome delle comuni politiche filo-russe. Per l’Ucraina si tratta di un ostacolo importante: questa scelta dei volenterosi pregiudica sia i finanziamenti alle forniture belliche sia il funzionamento della macchina statale.
La causa del NO
La ragione per cui Orbán e Fico hanno bloccato l’azione dei volenterosi risiede nell’oleodotto di Druzhba, che distribuisce greggio in Ungheria e in Slovacchia, transitando in Ucraina. Orbán e Fico al momento accusano gli ucraini di bloccare deliberatamente le forniture, anche se Kiev spiega che è stato un bombardamento russo il 27 gennaio a fermare il flusso. Per ritorsione, Fico ha bloccato il passaggio dell’energia elettrica che gli europei inviano in Ucraina per sopperire ai danni causati dai russi agli impianti energetici di Kiev.
La crociata fallita di Putin
A 1460 giorni dall’inizio della guerra, Putin non ha ottenuto quello che voleva. Voleva dimostrare la ritrovata grandezza imperiale della «Russia eterna» di fronte a un Occidente aggressivo e decadente, portando avanti una campagna di «denazificazione» e di «demilitarizzazione» di un Paese del quale nega perfino il diritto di esistere. Si era illuso che la presenza di Donald Trump alla Casa Bianca, potesse volgere in suo favore. Ma il tycoon ha bombardato l’Iran, catturato Maduro e aumentato la pressione su Cuba, mettendo in difficoltà le alleanze internazionali di Putin. Un recente sondaggio del Vciom, un istituto filogovernativo, tradisce un’economia che scricchiola. Aumento dell’Iva al 22%, tagli alla spesa sociale, inflazione del 20% sui prezzi di beni alimentari come pane, carne, pesce congelato. Putin, però, continua a bombardare l’Ucraina.