Per quasi un decennio, il movimento Make America Great Again è stato descritto come una forza della natura: monolitico, inscalfibile, impermeabile a scandali o crisi economiche. Ma oggi, camminando tra le fiere di contea dell’Ohio o leggendo i forum della destra alternativa, l’atmosfera è cambiata. Non è una rivolta aperta all’ideologia Trumpeide, quanto piuttosto un’erosione silenziosa. Il “muro” del consenso repubblicano non sta crollando, ma sta mostrando crepe profonde che la retorica della Casa Bianca non riesce più a stuccare.
IL CONSENSO DEGLI AMERICANI
Secondo i dati di Pew Research Center, raccolti tramite un sondaggio condotto dal 20 al 26 gennaio 2026 su 8.512 adulti, circa il 52% degli americani dice di avere poca o nessuna fiducia nella “forma mentale” del presidente per svolgere il lavoro. Nello stesso studio, l’approvazione complessiva del suo operato è al 37%, in un clima in cui molti dichiarano che le azioni dell’amministrazione sono state «peggiori del previsto». La generale disillusione dell’elettorato americano deriva innanzitutto dalla crescita del peso del portafoglio dei cittadini. I dazi che Trump voleva imporre sul panorama globale, si sono in realtà rivalsi sui conti americani. Ha commentato così un delegato locale della Pennsylvania: «avevamo promesso di punire la Cina, ma alla fine stiamo punendo i nostri agricoltori che non possono più permettersi i pezzi di ricambio per i trattori».
Il primo nemico del trumpismo quindi non è un avversario democratico, ma il costo della vita. La dottrina commerciale basata su dazi aggressivi, inizialmente celebrata come un atto di sovranismo economico, ha iniziato a presentare il conto. Per l’elettore medio MAGA, il patriottismo economico si scontra con una realtà brutale: i prezzi dei beni di consumo non sono scesi. Al contrario, l’inflazione derivata dai costi di importazione ha agito come una tassa invisibile. Secondo le ultime stime, il potere d’acquisto delle famiglie nelle zone più periferiche è calato del 4,2% nell’ultimo anno.

“TRAINATI IN GUERRA DA ISRAELE”
Il grande punto di rottura tra gli elettorati MAGA è giunto con l’aggressione americana nei confronti dell’Iran. Dopo una campagna elettorale basata sullo slogan “America First”, gli elettori si aspettavano che Trump chiudesse quella politica estera che vede l’America in prima linea nel risolvere questioni straniere e estranee, a discapito degli interessi interni. La guerra in Iran ad oggi non sembra calzare con alcun interesse americano, e, anzi, grava sulle spese militari e mette a rischio la vita dei soldati. Le dimissioni di Joe Kent da direttore della principale agenzia dell’antiterrorismo il 17 marzo sono state specchio del pensiero generalizzato degli elettori: «non posso, in tutta coscienza, sostenere la guerra attualmente in corso in Iran. L’Iran non rappresentava una minaccia imminente per il nostro paese, ed è chiaro che abbiamo lanciato questa guerra sotto la pressione d’Israele e della sua potente lobby statunitense». Questa guerra agli americani non interessa.
LA PARTITA EPSTEIN
La figura di Trump stesso sta sgretolandosi davanti agli occhi della base MAGA. Per quella parte di elettorato che voleva demolire e allontanarsi dalla politica corrotta e impunita, si trova un presidente immortalato in situazioni discutibili all’interno degli Epstein Files. Nonostante il chiaro collegamento tra Trump e Epstein, accusato di abusi sessuali e traffico di minorenni, il presidente è rimasto inscalfibile sulla sua sedia, schivando l’imbarazzo del giustificarsi sulla vicenda.
Alla luce delle elezioni di mid-term, previste per il 3 novembre 2026, ulteriori perdite americane sul piano della guerra, i prezzi della benzina alle stelle e un costo della vita più alto potrebbero spingere i sostenitori repubblicani di Trump a voltargli le spalle e votare la sfiducia.