MORTO KHAMENEI DOPO GLI ATTACCHI USA-ISRAELE: CHE COSA POTREBBE SUCCEDERE ORA

È stato un lavoro congiunto in cui gli Stati Uniti lo hanno trovato e Israele lo ha ucciso. Alle 9.40 del 28 febbraio l’ayatollah Ali Khamenei, il leader supremo dell’Iran, è stato eliminato con una pioggia di missili, insieme ad almeno altri quattro alti dirigenti di Teheran. L’obiettivo sarebbe contrastare il pericolo delle armi nucleari iraniane. Quanto accaduto ha scatenato una dura reazione da parte della Repubblica Islamica, che ha risposto aprendo un fronte che non si è fermato ai confini israeliani.

LA MISSIONE

Un’operazione che, secondo fonti dell’Intelligence che hanno parlato con il New York Times, sarebbe stata preparata per mesi, e poi anticipata per via di condizioni favorevoli. Infatti, dopo l’arrivo dell’informazione cruciale che nella mattinata del 28 febbraio ci sarebbe stato un incontro con le leadership dell’Iran nel cuore di Theran, non aveva più senso aspettare. Sarebbe stato presente Khamenei, insieme a Mohammad Pakpour, comandante in capo delle Guardie della Rivoluzione; Aziz Nasirzadeh, il ministro della Difesa; l’ammiraglio Ali Shamkhani, capo del consiglio militare; Seyyed Majid Mousavi, comandante delle forze aerospaziali; Mohammad Shirazi, vicedirettore dell’intelligence, e molti altri.

È probabile la presenza di una “talpa” iraniana, così come nel caso della cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro. La Cia ha poi condiviso l’informazione ottenuta con Israele che si è occupato della parte operativa, lanciando i missili contro la città.

ABBASSAMENTO DELLA GUARDIA
La Guida suprema iraniana Ali Khamenei

Com’è stato possibile che l’attacco sia stato così efficace? Diversi elementi farebbero intuire un abbassamento delle difese iraniane dovute a tre motivi. Innanzitutto, i negoziati con l’America sul nucleare erano ancora in corso, quindi era improbabile un attacco nel mezzo. Il Pentagono, poi, aveva reso noto che delle navi erano in viaggio verso il Golfo Persico, come se le forze militari non fossero ancora complete per un attacco. Infine, l’idea che un’offensiva sarebbe avvenuta nella notte, quando era più difficile vedere gli aerei nel cielo. Nulla, però, è andato come previsto dagli Iraniani. Intorno alle 6.00 del mattino uno stormo di cacciabombardieri armato di missili a lungo raggio è decollato dalle basi in Israele. Dopo circa due ore ha colpito gli edifici in cui tenevano le riunioni.

IL FUTURO DELL’IRAN

Il popolo iraniano ha accolto la notizia della morte di Khamenei in modo diversi: in migliaia sono scesi in piazza a festeggiare il decesso di chi, poche settimane prima, aveva ordinato repressioni durissime delle proteste diffuse in tutto il Paese. E poi c’è chi, come il conduttore tv che ha dato la notizia in diretta, ha pianto. Per il governo, adesso, la priorità è contenere il colpo e gestire la transizione fino alla scelta di un nuovo rahbar. In questa fase le decisioni verranno prese dal Consiglio dei tre. Composto dal presidente Pezeshkian, il capo della magistratura Golam Hossein Mohseni Ejei e l’ayatollah Alireza Arafi, guida suprema ad interim. È il suo il nome più papabile per prendere il posto di Khamenei, dato che è sempre stato al suo fianco da quando aveva instaurato la teocrazia in Iran.

Un sistema, quindi, che si sta riassestando, ma non sta cadendo. Questo perché dopo l’invasione americana dell’Iraq nel 2003, gli iraniani si sono dotati di una struttura a mosaico, capace di resistere ad una superpotenza come gli USA. La catena di comando è decentralizzata, permettendo alle forze armate di operare secondo parametri pre-approvati anche in caso di interruzione del comando centrale. Questo metodo da un lato aumenta la resilienza, dall’altro può comportare rischi come quello che alcuni reparti possano agire secondo programmi non condivisi.

Teheran CONTRATTACCA

L’Iran è passato subito all’attacco, lanciando missili e droni su Israele, ma non solo. L’offensiva si è estesa oltre il Golfo Persico. Raggiungendo – o tentando di raggiungere – strutture in Bahrain, Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Iraq. Paesi in larga parte arabi con i quali negli ultimi anni avevano aperto anche canali diplomatici. Un’azione che per essere compresa deve essere vista da un altro punto di vista. La lettura religiosa, in questo caso non c’entra nulla. Bisogna guardare tutto con la lente militare e strategica. Infatti molti di questi Paesi ospitano basi statunitensi, radar integrati nei sistemi di difesa americani, piste utilizzate dall’aviazione USA, comandi navali o infrastrutture parte dell’architettura di sicurezza creata da Washington nel Golfo.

L’attacco iraniano all’aeroporto di Dubai il 28 febbraio 2026.

Di conseguenza, quando gli Stati Uniti partecipano ad un attacco contro l’Iran, Teheran percepisce questi Paesi come estensioni operative dell’offensiva. A questo va ad aggiungersi anche il messaggio che un’azione militare iraniano così massiccia rappresenta. Nessun alleato americano può considerarsi fuori dal conflitto se permette che il proprio territorio venga utilizzato come piattaforma militare.

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