«Look how they have massacred my Ferrari». È il titolo dell’articolo pubblicato dal sito Aftermath. La citazione presa dal Padrino è la celebre battuta di Don Corleone, Marlon Brando, davanti al cadavere del figlio Sonny. Il giornalista Luke Plunkett l’ha usata come titolo per il suo pezzo sul design della Luce, trattando Ferrari come il “padre” che assiste impotente alla devastazione della propria creatura. In questo caso, dell’identità visiva e storica del marchio, per mano di Jony Ive e LoveFrom.
La berlina a cinque posti firmata dal designer dell’iPhone ha incassato in poche ore quello che raramente capita persino alle auto brutte. L’indifferenza sdegnata dei puristi, il sarcasmo dilagante dei social, il giudizio freddo degli analisti e, soprattutto, la sentenza senza appello di chi la storia del marchio l’ha fatta. Luca Cordero di Montezemolo, presidente della Ferrari per oltre vent’anni, ha liquidato il nuovo progetto di Maranello con una battuta diventata immediatamente il titolo di decine di articoli in tutto il mondo: «Almeno i cinesi questa non la copieranno».
DISRUPTIVE
Puristi e elettroentusiasti, scettici e visionari, chiunque si è sentito in dovere di esprimere il suo giudizio sulla nuova Ferrari Luce. Tra le testate di settore solo Top Gear si è distinta come la voce più favorevole. Il giornalista Jason Barlow, presente all’evento di Roma, ha definito la Luce «un vero momento wow, uno di quelli che non capitano spesso», lodando la scelta di Ferrari di affidare il progetto al collettivo LoveFrom di Jony Ive come «geniale».
Nell’articolo dedicato la rivista britannica aveva parlato del binnacle (il cruscotto) da 12,86 pollici come di «un oggetto di bellezza scultorea», esaltando la qualità dei materiali, l’alluminio lavorato e persino l’estetica delle viti di sicurezza. Peccato che se l’argomento migliore che riesci a trovare è «guarda che belle queste viti», difficilmente convincerai qualcuno. Una posizione entusiasta che infatti è rimasta isolata. Se di solito Top Gear è la voce che guida il coro, qui sicuramente fa la parte si è staccata dal gruppo per fare la solista.

Autocar, l’altra storica rivista britannica, ha adottato toni più freddi. Nel pezzo tecnico sul reveal completo, Will Rimell aveva già descritto il primo contatto con l’interno come «un momento iPhone per le auto». In prima battuta un paragone che suona come un elogio ma che si è trasformato in una critica implicita. Una Ferrari che sembra un prodotto Apple, semplicemente, non è una Ferrari. Dall’altra parte dell’Atlantico, Car and Driver aveva apprezzato la filosofia anti-touchscreen degli interni, ma si è riservata un giudizio definitivo sull’estetica esterna.
MA Ѐ UNA FERRARI?
La critica più tagliente è arrivata da Autoevolution, testata americana tra le più seguite nel settore, che ha intitolato il suo pezzo principale «Il più grande errore di design nella storia Ferrari». La tesi è precisa: delegare l’intero progetto a una firma esterna specializzata in prodotti tecnologici è stato un errore madornale. «Jony Ive e Marc Newson sanno fare superfici pulite e oggetti di lusso simili ad appliance. Ma cosa c’entra tutto questo con una Ferrari? Ovviamente niente».
Ancora più diretto il sito di cultura tech Aftermath, che con il titolo «Guardate come l’hanno massacrata» ha scritto che la Luce «sembra il concept di un veicolo Honda a idrogeno del 2002» e «qualsiasi cosa tranne una Ferrari». E sempre sul prezzo titola: «Un momento. La Ferrari Luce costa 600mila dollari!?!?!? Incredibile». Per il blog Driven to Write, testata riconosciuta e apprezzata per la profondità delle sue analisi stilistiche, il problema non è che la Luce sia brutta in senso assoluto: è che «sembra determinata a parlare come se fosse sola nella stanza», rompendo per la prima volta in settant’anni il dialogo visivo che ogni Ferrari ha sempre intrattenuto con le sue antenate.
Per George Atsalakis, l’autore dell’articolo, a Maranello hanno già dimostrato di saper tradurre la propria identità in formati insoliti. La Purosangue è la prova che una Ferrari a quattro porte, di dimensioni familiari, può ancora apparire inconfondibilmente una Ferrari. «Per la prima volta da che ho memoria, fatico a trovare una linea, una superficie, un gesto che richiami la tradizione stilistica della casa. Il Cavallino Rampante sul parafango anteriore sembra più un adesivo che una firma».
LA DISTRUZIONE DI UN MITO
Se la stampa specializzata era almeno disposta a discutere i meriti tecnici della Luce, quella generalista ha colpito più duramente e con meno sfumature. ABC News ha titolato «La prima auto elettrica di Ferrari accolta con scetticismo dal mercato», raccogliendo il parere di Robby DeGraff di AutoPacific che l’ha definita «forse il modello più controverso a portare il Cavallino sui parafanghi».
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Il Financial Times e Bloomberg hanno documentato il crollo del titolo in Borsa citando l’analista Anthony Dick di Oddo BHF: «È di gran lunga la reazione più brusca che abbiamo mai registrato per il lancio di un nuovo modello». Euronews ha raccolto le voci più taglienti dal mondo politico italiano: il leader di Azione Carlo Calenda, che ha lavorato per Ferrari, l’ha definita «un insulto estetico e tecnologico a chiunque ami il marchio». Il ministro dei Trasporti Matteo Salvini ha scritto sui social che «sembra qualsiasi cosa tranne una macchina del Cavallino Rampante». Il fatto che due politici su fronti opposti si trovassero d’accordo è stato notato da The Week come un dettaglio quasi comico.
A chiudere il cerchio, con la voce più pesante di tutte, è stato l’ex presidente Luca Cordero di Montezemolo. Dopo la già citata battuta «almeno i cinesi questa non la copieranno», Montezemolo ha cambiato tono e, più serio, ha aggiunto: «C’è il rischio di distruggere un mito, e me ne dispiace molto. Almeno toglietele il Cavallino Rampante». Una frase che nessun analista, nessuna banca d’investimento e nessuna testata avrebbe potuto formulare con altrettanta efficacia. E che, più di qualsiasi grafico sull’andamento del titolo in Borsa, riassume il senso di quanto accaduto a Roma il 25 maggio 2026.