Israele-Hamas: la guerra continua e la tensione dilaga

Continuano le violenze nella Striscia di Gaza, mentre aumenta il dissenso contro il governo israeliano. Tensione altissima anche con negli altri Paesi del Medio Oriente. Oggi la visita del Segretario di Stato USA Antony Blinken in Israele.

L’ultimo raid israeliano in Palestina

A tre mesi esatti dall’attacco di Hamas del 7 ottobre, le violenze in Palestina fanno registrare nuove vittime. Gli aerei israeliani hanno continuato a colpire il sud, tra Khan Younis e Rafah. Le vittime sono almeno 113. Fra di loro anche due giornalisti: il primo è Hamza Dahdouh, figlio del capo dell’ufficio di Al Jazeera a Gaza Wael Al-Dahdouh, il secondo Mustafa Thuria, un reporter per l’agenzia Afp che lavorava per Al Jazeera. La rete qatariota ha subito condannato l’attacco, accusando Israele di violazione dei principi della libertà di stampa. L’esercito replica che i due giornalisti si sarebbero trovati in un veicolo con un terrorista che manovrava un drone.

L'auto in cui sono morti due dei tre giornalisti uccisi nelle ultime ore.
L’auto in cui sono morti due dei tre giornalisti uccisi nelle ultime ore.

Tra le vittime si segnala anche la morte, rilanciata da Times of Israel, di Ali Salem Abu Ajwa, nipote dello sceicco Ahmed Yassin, uno dei fondatori di Hamas nel 1987.

Il dramma dei bambini

La crudeltà del conflitto in corso si misura anche dal numero delle vittime civili, molte delle quali sono bambini. A Bidu, città palestinese nel Governatorato di Gerusalemme in Cisgiordania, ha perso la vita una bimba palestinese di 4 anni. A riportarlo è l’agenzia di stampa palestinese Maan. La bambina sarebbe stata ferita mortalmente da colpi di arma da fuoco diretti all’automobile di un palestinese che aveva appena travolto due agenti della guardia di frontiera.

Dall’organizzazione umanitaria Save the Children arriva un report con dati tragici. Secondo l’ONG, in media più di 10 bambini al giorno hanno perso una gamba o entrambe dall’inizio del conflitto. Lo stesso sistema sanitario è al collasso: a Gaza rimangono parzialmente funzionanti, in modo comunque limitato e instabile, solo 13 ospedali su 36, ma pesa la carenza sia di personale medico e infermieristico che di forniture mediche come anestetici e antibiotici.

Alcuni bambini sfollati da Gaza in un ospedale, accompagnati dalle famiglie.
Alcuni bambini sfollati da Gaza in un ospedale, accompagnati dalle famiglie.

È crisi anche per i pochi medici ancora in servizio, circa il 30% rispetto all’inizio del conflitto. Jason Lee, direttore di Save the Children nei Territori palestinesi occupati avverte: «Ho visto medici e infermieri completamente sopraffatti mentre i bambini arrivavano con ferite da esplosione. L’impatto nel vederli soffrire così tanto e non avere le attrezzature e le medicine per curarli o alleviare il dolore è troppo forte anche per i professionisti più esperti. La sofferenza dei bambini in questo conflitto è inimmaginabile e lo è ancora di più perché è inutile e assolutamente evitabile».

Netanyahu e Blinken

A seguito delle nuove morti, in particolare della vittima di quattro anni e dei giornalisti deceduti domenica 7 gennaio, si accendono nuovamente le richieste di dimissioni del premier Benjamin Netanyahu da parte della popolazione israeliana. Le manifestazioni sono sempre di più e si diffondono in tutto il Paese, si chiede prevalentemente il ritorno definitivo degli ostaggi del 7 ottobre ancora nelle mani di Hamas. Ma le accuse contro il premier israeliano sono state mosse anche dal presidente turco Erdogan che, il 28 dicembre 2023, lo ha paragonato a Hitler. Netanyahu viene inoltre accusato di genocidio dalla comunità internazionale, spingendo diversi Stati a impegnarsi nella mediazione. In particolare gli USA.

Nuove manifestazioni contro il governo israeliano.
Nuove manifestazioni contro il governo israeliano.

A seguito della sua missione in Medio Oriente il Segretario di Stato statunitense Antony Blinken riafferma le preoccupazioni attorno alla situazione nella Striscia: “Bisogna proteggere i civili, permettere ai palestinesi di tornare a casa”. La Casa Bianca è consapevole della posizione precaria ricoperta dal premier israeliano Netanyahu. La situazione umanitaria è allo stremo e l’apprensione principale degli USA riguarda l’esplosione di ulteriori conflitti in Medio Oriente. Washington è consapevole un’eventuale debolezza di Israele può essere cruciale per le relazioni internazionali statunitensi, considerando anche le elezioni degli USA. L’obiettivo principale degli Stati Uniti, come sostenuto da Blinken, è quello di fermare l’escalation terroristica in tutto il Medio Oriente, cercando di arginare gli scontri su tutti i fronti. Per questo motivo, Blinken ribadisce all’esercito israeliano la necessità di raid mirati, per limitare le vittime e le devastazioni.

Medio Oriente in fiamme

Nonostante gli sforzi statunitensi per circoscrivere gli scontri, la situazione in Medio Oriente è esplosiva. Il politologo Ian Bremmer, in un’intervista al Corriere della Sera, conferma le preoccupazioni internazionali. Sembra che gli scontri tra Gaza e Israele non si possano limitare alla Striscia. Si sono accesi focolai nel Mar Rosso, con i ribelli islamisti Houti; dopo l’uccisione di uno dei vertici di Hamas a Beirut è probabile uno scontro in Libano, dopo che Hezbollah ha dimostrato un’evidente sostegno a Hamas; la Siria vive un peggioramento della guerra civile che la devasta dal 2011.

Alcuni miliziani di Hamas, il più importante gruppo armato islamista attivo attualmente nell'area mediorientale.
Alcuni miliziani di Hamas, il più importante gruppo armato islamista attivo attualmente nell’area mediorientale.

Iran, Arabia Saudita e Qatar affermano la volontà di interrompere gli scontri, ma la verità è che i movimenti islamici da loro sostenuti non hanno a oggi nulla da perdere. La situazione attuale in Medio Oriente è solo l’ultimo atto di una guerra ideologica che ha le sue radici nell’epoca post coloniale. In questo momento sunniti e sciiti si avvicinano con lo scopo di riappropriarsi di una gestione territoriale che l’Occidente gli ha sottratto per molto tempo. La guerra riaccesa il 7 ottobre 2023 tra Israele e Hamas è il pretesto perfetto per riaccendere i focolai in Medio Oriente. Ma in realtà, secondo Bremmer, anche a Netanyahu non conviene più di tanto rinunciare ai combattimenti, visto che quando la guerra finirà sarà probabilmente costretto a dimettersi.

 

A cura di Davide Aldrigo e Francesca Neri

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