Israele continua a “decapitare” le teste al comando dell’intera catena decisionale dell’Iran. Questa volta è toccato ad Ali Larijani, presidente del Consiglio di Sicurezza nazionale iraniano, e il generale Gholamreza Soleimani, comandante dei basij, le forze paramilitari di sicurezza interna del regime. I due strike sono avvenuti nella giornata del 17 marzo.
Licenza di uccidere
Mentre gli Stati Uniti si concentrano principalmente sulla distruzione delle infrastrutture militari, Israele ha dato alle forze armate la licenza di uccidere senza più attendere il via libera dai vertici di comando e politici. Ed è quello che è accaduto con Ali Larijani e Gholamreza Soleimani. «Larijani e Soleimani hanno raggiunto all’inferno gli sconfitti dell’asse del male», sono le parole di esultanza di Israel Katz, ministro della difesa israeliano.
Secondo gli analisti, la morte di Larijani rappresenta un duro colpo per l’Iran. È lui l’uomo dietro la repressione delle proteste tra fine dicembre 2025 e gennaio 2026. Compito affidatogli proprio da Ali Khamenei, il quale poneva in lui molta fiducia. Nonostante era intransigente e fondamentalista, era anche un uomo pragmatico, capace di negoziare. Larijani era infatti noto per la sua capacità di fare da ponte tra i “moderati” e le frange militari intransigenti. Le sue abilità nel saper gestire i rapporti sono note anche nel campo internazionale. È lui che ha negoziato con Cina, Russia e sul nucleare.
Per molti era proprio Larijani a guidare di fatto il Paese dopo la morte di Ali Khamenei, mettendo in pratica il testamento della guerra lasciato dall’ex Guida Suprema. La sua ultima apparizione in pubblico è stata sabato 14 marzo. In quell’occasione Larijani era sceso in piazza, a Teheran, al corteo “Liberazione di Gerusalemme”. È probabile che sia stato seguito, ne abbiano controllato i movimenti e al momento giusto è partito lo strike. Assieme a lui sono stati uccisi anche il figlio e il braccio destro.
L’Europa dice no
Le minacce di Donald Trump questa volta non hanno funzionato. Nessuno, infatti, ha risposto sì alla chiamata del presidente degli Stati Uniti sull’invio di navi da guerra per la riapertura e messa in sicurezza dello stretto di Hormuz. Tra sabato e domenica 15 marzo Trump aveva infatti chiesto ad alcuni Paesi di unirsi all’America in questa missione. Una chiamata rivolta soprattutto a coloro che dipendono di più dal petrolio del Golfo, come Cina ed Europa. Ma è proprio da quest’ultima che arriva la risposta più netta, in particolar modo da Friedrich Merz. Il cancelliere tedesco Merz solleva dubbi sull’effettiva realizzazione del piano, oltreché a ribadire che «La Nato è un’alleanza difensiva, non interventista».
L’unione fa la forza
Il conflitto in Ucraina aveva unito di più la Nato ((soprattutto con l’amministrazione Biden) e creato disaccordi in Europa. Quello che sta accadendo in Iran sta producendo effetti contrari da entrambi le parti. La Nato è divisa, o meglio: da una parte ci sono Stati Uniti, che chiedono l’intervento congiunto dell’Alleanza Atlantica, e dall’altra tutti gli altri. L’Europa a questo giro, invece, è coesa nella sua decisione. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha avuto l’effetto di compattare i ministri degli Esteri dei Ventisette, che hanno escluso l’invio di navi da guerra nello Stretto di Hormuz.

«L’Europa non fa parte di questa guerra. Non abbiamo iniziato questa guerra». Sono le parole dell’Alta rappresentante Ue Kaja Kallas, che precisa che entrare nel conflitto è uno scenario che l’Unione Europea non intende rischiare. Ancora più esplicito è stato il ministro della difesa tedesco Boris Pistorius, che appare perplesso sulla richiesta del Tycoon: «Che cosa si aspetta Trump che facciano una manciata di fregate europee che la potente US Navy non è in grado di fare? Non è la nostra guerra, non l’abbiamo iniziata noi». Ed effettivamente sono stati gli Stati Uniti, assieme a Israele, a iniziare questa guerra dalla quale però faticano a trovare una via d’uscita rapida, sebbene i primi attacchi abbiano eliminato diverse figure chiave, tra cui l’Ayatollah Ali Khamenei (ex Guida Suprema dell’Iran).
“Europei codardi”
Sin dall’inizio del suo secondo mandato alla Casa Bianca, Donald Trump ha più volte criticato i Paesi membri della Nato. Secondo lui colpevoli di investire poco nella difesa militare, e che questa è tutta sulle spalle dell’America. Nel marzo del 2025, in una dichiarazione pubblica, ha ribadito il concetto di “protezione a pagamento”, affermando chiaramente: «Se non pagano, non li difenderò».
Ultimamente, verso la fine di gennaio 2026 (in un’intervista rilasciata a Fox News e in vari post sul suo social media Truuth) Trump ha criticato i partner della Nato sul loro ruolo storico nei conflitti a guida statunitense. In particolar modo nel conflitto in Afghanistan. Secondo il Tycoon, le truppe non americane (riferendosi specialmente agli europei) avrebbero evitato i combattimenti in prima linea, alludendo agli europei come dei codardi e dei partner poco affidabili.
Parole sulle quali ci si può discutere, così come è anche discutibile il risultato portato a casa da Washington: 20 anni bombardamenti e invasione di un territorio per poi andarsene con i talebani ancora al potere.
Ombre e dubbi
Più che codardi, forse è più giusto definire il comportamento dei Paesi europei prudente. Lo stesso cancelliere tedesco Friedrich Merz ha seri dubbi sulla funzionalità dei bombardamenti americani per porre fine al regime degli Ayatollah: «sulla base di tutte le esperienze maturate degli anni e decenni passati, con ogni probabilità non funzionerà».
Altra questione è poi (forse) il vero obbiettivo di Trump per poter dichiarare vittoria: privare all’Iran dei suoi 480 chili di uranio arricchito al 60 percento. Ma per farlo dovrebbe inviare truppe di terra con un’operazione militare precisa e veloce. Cosa per nulla facile, considerando anche il territorio (vasto e montuoso) e la mancanza dell’effetto sorpresa. Inoltre, gli americani (e anche la stessa amministrazione Trump) non hanno dimenticato il più grave fallimento delle loro forze speciali avvenuto il 24 aprile 1980 proprio a Teheran, in Iran, dalla quale l’amministrazione Carter non si riprese più.