“I giorni del presidente Nicolás Maduro sono contati”, aveva dichiarato nelle scorse settimane il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e così è stato. Dopo quello che i media americani hanno definito “un attacco su larga scala condotto con successo” gli USA hanno catturato e prelevato il leader venezuelano e sua moglie, Cilia Flores. L’incursione, secondo il New York Times, avrebbe causato morti e feriti tra civili e militari, sebbene il bilancio preciso non sia ancora stato ufficializzato.
Sette forti esplosioni hanno colpito i siti strategici di Caracas (inclusa la base militare di Fuerte Tiuna) e della periferia alle due di notte (le sette del mattino in Italia) seguite da quello che è sembrato il boato di jet supersonici. Trump stesso ha annunciato il successo del blitz sul suo social Truth: “Abbiamo catturato Nicolás Maduro e sua moglie. Ora affronteranno la giustizia a New York per narcotraffico”. La procuratrice generale Pam Bondi ha confermato che la coppia deve rispondere di narcoterrorismo e traffico di cocaina. Nel frattempo, la vicepresidente venezuelana Delcy Rodríguez pretende prove immediate che i due siano ancora in vita.

LA NOTTE DEL 3 GENNAIO
“Nessuno sfugge alla giustizia americana solo perché vive in un palazzo a Caracas”. Con questo post su X, JD Vance ha difeso la legittimità dell’azione. Secondo le ricostruzioni della CNN, un’unità della Delta Force ha sorpreso e prelevato la coppia direttamente dalla camera da letto mentre dormiva.

In un’intervista a Fox News, Trump ha spiegato che il Pentagono aveva pianificato l’attacco già quattro giorni fa. Tuttavia, il maltempo e la gestione dei disordini in Nigeria hanno costretto il comando a rimandare l’intervento. Il Presidente ha descritto la residenza di Maduro come una “fortezza”, ma l’intelligence della CIA ha permesso di colpire con precisione chirurgica. Al momento, i prigionieri si troverebbero a bordo di una nave militare verso gli Stati Uniti.
IL CONTESTO DELLA CRISI
L’esito di questa notte affonda le radici in un’escalation iniziata nel settembre 2025. In quei mesi, Caracas accusava Washington di preparare un’invasione. La pressione americana è cresciuta esponenzialmente con l’arrivo della portaerei USS Gerald Ford e di 15.000 soldati. Il Pentagono ha battezzato la missione Operazione Southern Spear, presentandola come una massiccia offensiva contro i cartelli della droga.
Negli ultimi mesi, i 30 raid marittimi degli USA hanno causato almeno 115 vittime, senza che il Pentagono fornisse prove sull’identità dei presunti trafficanti. A questo si è aggiunto il sequestro delle petroliere Centuries e Skipper, che il governo venezuelano ha denunciato come “pirateria moderna”. Il 10 ottobre scorso, l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace a María Corina Machado ha rotto definitivamente i rapporti diplomatici. Nonostante l’ONU avesse definito le manovre americane una violazione del diritto internazionale il 7 novembre, la crisi è precipitata. Dopo il fallimento di una telefonata diplomatica il 21 novembre, Trump ha lanciato l’ultimatum del 5 dicembre intimando Maduro a lasciare il paese prima di chiudere lo spazio aereo e preparare il terreno per il blitz.
L’ORO NERO
Il controllo delle risorse petrolifere venezuelane anima da sempre questo conflitto. Washington ha intensificato le sanzioni e il sequestro di navi in alto mare, accusando Caracas di violare le norme sull’esportazione. Parallelamente, i tribunali statunitensi hanno accelerato le procedure contro la compagnia Citgo (controllata dalla statale PDVSA) per ripagare vecchi debiti legati agli espropri. Il petrolio resta quindi il cuore della sfida geopolitica tra le due nazioni.

LE REAZIONI INTERNAZIONALI
Le reazioni internazionali sono state immediate. Mosca accusa gli USA di aver violato la sovranità di uno Stato indipendente, seguita da Iran e Cuba. Il presidente colombiano Gustavo Petro ha chiesto una riunione d’urgenza al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, mentre schierava l’esercito al confine per gestire l’imminente flusso di rifugiati. Il brasiliano Lula ha definito l’azione un’aggressione militare e Pechino ha esortato Washington a rispettare la Carta delle Nazioni Unite.
In Europa, Antonio Costa (presidente del Consiglio Europeo) chiede una soluzione democratica. Il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani segue con attenzione la sorte dei 160.000 italiani in Venezuela. La Farnesina ha immediatamente attivato l’Unità di Crisi e monitora anche la situazione dei connazionali detenuti, tra cui Alberto Trentini. In una nota ufficiale, Palazzo Chigi ha ribadito la posizione dell’Italia: pur preferendo le vie non militari, considera legittimo difendersi dalle minacce ibride legate al narcotraffico.
I VENEZUELANI ALL’ESTERO FESTEGGIANO
La diaspora venezuelana nel mondo è scesa in piazza per celebrare la fine del regime. A Santiago del Cile, migliaia di espatriati sventolano la bandiera nazionale gridando alla libertà. Anche a Madrid, circa 400.000 persone si sono radunate davanti al consolato per festeggiare la cattura di Maduro. Mentre sui social circolano video di urla di gioia dai balconi di Caracas, il leader sindacale Erick Zuleta riassume il clima: “Oggi vediamo finalmente una luce accecante in fondo al tunnel”.
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