Sanremo 2026, il racconto della settimana dal suo interno

La settimana sanremese si è conclusa ed è arrivato il momento di recuperare dei ritmi di vita normali, soprattutto per chi è stato travolto dalla kermesse in prima persona. Lo spettacolo televisivo si riflette sulla città trasformandola in un turbine di eventi, musica, gente, feste fino a tarda notte e mattinate di lavoro in uffici improvvisati. Un ciclone di cinque giorni che ti lascia con un jet leg come di ritorno da un viaggio all’estero. Ma ripercorriamo quest’avventura.

La città
Uno scrocio della Pigna, il quartiere storico di Sanremo

Sanremo ci ha accolto nella sua parte più interiore e autentica, quella dei vicoletti che si arrampicano per il quartiere la Pigna. Il centro storico e medievale fatto di carruggi che, una volta superato l’ostacolo di percorrerlo con i bagagli, diventa un nido al riparo ma allo stesso tempo comodamente collegato all’occhio del ciclone del Festival. La città è stata il nostro ufficio della settimana. La nostra postazione di lavoro: i tavoli di un bar all’aperto vicino al palco allestito da Ticketmaster Italia, per lavorare ascoltando la musica degli artisti emergenti. Oppure la Sala Stampa Lucio Dalla, che tra una conferenza e l’altra ci permetteva di lavorare circondati colleghi del web e delle radio di tutta Italia e non solo.

La sala stampa

Proprio la Sala Stampa Lucio Dalla si è rivelata un interessante punto di osservazione della “fauna” sanremese. E la metafora animalesca è voluta per sottolineare la frase che più volta è stata detta da noi e dai nostri colleghi: “Questo posto è uno zoo”. Per raggiungerlo bisogna passare due varchi di controlli con annesse perquisizioni dello zaino come se fossimo in aeroporto. Forse questo ha contribuito alla sensazione di jet leg. Poi l’ingresso, lo stesso di chi va a fare la spesa all’Eurospin e di chi si ferma al karaoke organizzato dallo stesso supermercato allungando il percorso di ingresso e rendendolo più dissestato dovendo fare slalom tra colleghi ma soprattutto curiosi.

Dopo tre rampe di scale mobili si entra in questo spazio senza tempo, fra tavoli e sedie disposte (soprattutto dal pomeriggio) in maniera disordinata, giornalisti che si lanciano all’ingresso e all’uscita degli artisti per avere la foto migliore, chi litiga per avere l’ultima domanda della conferenza stampa, chi mangia pasti di fortuna perchè sa che tanto starà su quella sedia fino alla fine della giornata (e anche oltre, se guarderà il Festival da lì). Uno zoo che ci sentiamo di criticare fino ad un certo punto, perché d’altronde ne abbiamo fatto parte anche noi.

La sala stampa Lucio Dalla durante il festival di Sanremo
Dove siamo stati, per l’ultima volta

Per la finale siamo riusciti a partecipare al Watch Party organizzato da Superluna. Uno spazio curato dalla Società Italiana degli Autori ed Editori e da Rockol dove si trovava il palco Siae. La visione del Festival era inframezzata da momenti di musica, per alcuni dei presenti anche troppi. Durante ogni pubblicità e ogni momento fra un cantante in gara e l’altro il pubblico veniva invitato ad alzarsi, cantare e ballare. Apprezzatissimo durante le pubblicità e le pause dalla competizione che non interessavano a nessuno (durante l’esibizione di Andrea Bocelli c’è stato un referendum flash nella sala: “Chi vuole sentire Bocelli?”, due mani alzate su un centinaio di presenti, e la musica riparte), un po’ meno quando non permettevano neppure di sentire le poche parole pronunciate dai cantanti a fine esibizione.

Lo spazio Superluna dove abbiamo visto la finale del Festival

Un momento particolare è stato quando sul maxischermo il Festival in diretta mostrava il momento dedicato alle vittime di femminicidio. I nomi sullo sfondo nero e la commozione di Gino Cecchettin. In sala però la musica continuava, forse ignara, forse noncurante. A quel punto siamo andati a chiedere agli organizzatori di spegnere la musica. Dopo un confronto la musica si è abbassata, le parole di Cecchettin sono emerse e dopo qualche mugugno dal fondo della sala tutti i presenti hanno capito la situazione. Perché sì, anche noi avevamo voglia di ballare e divertici, ma un momento per ricordare e ripetere l’importanza del rispetto della libertà delle donne, dell’educazione, del riconoscere la violenza si deve prendere anche in una serata di festa.

Perché Sanremo è Sanremo

La settimana nella città dei fiori ci ha immerso per intero nella macchina gigantesca che è Sanremo. Un connubio di musica, eventi, corse all’impazzata, poche ore di sonno. Alle due finisce la puntata, ma l’indomani le conferenze stampa cominciano preso. Gli artisti iniziano ad essere portati da una parte all’altra per interviste e contenuti destinate alle varie testate, hanno poco tempo da dedicare a noi, quasi zero. Ma qualcuno ha trovato un momento per un saluto o un secondo per un commento ai nostri spunti.

E’ il caso di Ditonellapiaga che ha dichiarato: “Sarei una pazza a non essere contenta per l’ingresso in cinquina” dopo l’esibizione della prima serata. O anche il caso di Arisa che in conferenza stampa ha vissuto un momento di panico. Una giornalista le ha chiesto di intonare pochi istanti del suo brano, ma subito dopo altri in prima fila le hanno urlato di fermarsi per rischio squalifica. Siamo riusciti a riprendere il momento e il video è stato pubblicato sui nostri social totalizzando oltre un milione di visualizzazioni. E poi l’incontro con gli artisti in momenti organizzati ad hoc dalle loro case discografiche per metterli in contatto con il pubblico. Sayf che serve caffè al bar “Santissimo” customizzato appositamente per l’occasione. O il flash mob organizzato dal (non ancora) vincitore Sal Da Vinci che si è cimentato in una travolgente serenata davanti ad una chiesa.

 

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