Perché quest’anno Sanremo si sente meno? È la domanda che in molti si pongono al termine della terza serata del Festival della Musica e in attesa della quarta, quella delle cover, in cui tutti i trenta cantanti in gara si esibiranno nei duetti.
Il confronto (obbligato) con l’era Amadeus
Sebbene la terza serata abbia registrato un buon numero di ascoltatori, 60% di share (più della prima serata, che aveva registrato il 58%), in molti lamentano un festival sottotono. Sarebbe fin troppo facile addossare tutta la colpa al conduttore Carlo Conti, anche se il suo modo di fare fin troppo impiegatizio delle colpe ce l’ha. Sembra che stia rincorrendo una “To-Do list”, una lista di cose da fare che non vede l’ora di spuntare. Non c’è spazio per l’imprevisto, per la battuta non scritta. E quando questa avviene Conti la sminuisce e la fa sembrare una gaffe da sorvolare. Risultato: zero divertimento, tanto imbarazzo.

Purtroppo il confronto con l’era Amadeus viene obbligato. Non solo per l’approccio completamente diverso dei due conduttori. È chiaro che Amadeus apprezzasse e cercasse la costruzione di uno spettacolo televisivo a tutto tondo, in cui la canzone c’era, ma c’era anche tanto altro attorno. Conti invece rende il Festival solo una competizione musicale, con solo qualche piccolo sketch di contorno. D’altronde Sanremo è nato così, è vero, ma nel 2026 forse non basta più. Nei nostri sondaggi svolti chiacchierando con le persone, riecheggia una parola che nessuno avrebbe mai voluto sentire: flop.
Vorremmo sottolineare
Dal punto di vista musicale alcune canzoni funzionano, ma c’è da dire che secondo le classifiche Spotify a un giorno dalla loro prima esecuzione la canzone in testa alla classifica di quest’anno sarebbe stata solo al decimo posto in quella dello scorso. Se Samurai Jay (che guida la corsa agli ascolti sulla piattaforma) ha totalizzato 1 milione e mezzo di stream, l’anno scorso Olly ne aveva totalizzati ben oltre due milioni. Numeri importanti che segnano forse un hype in caduta libera.
Dopo la seconda esibizione di tutti i cantanti (nelle serate del mercoledì e del giovedì sera si sono esibiti 15 big per volta) ci si prepara per la gran serata dei duetti, quella che a dirla tutta ha creato un po’ più di aspettative forse data da alcuni nomi interessanti o che comunque fanno discutere come il chiacchierassimo Tony Pitony ma anche Belen Rodriguez e Francesca Fagnani: chissà che siano proprio queste figure televisive a risollevare un po’ il morale di un festival dipinto con colori sbiaditi.

Dove NON siamo stati
A Sanremo non c’è un posto dove vedere Sanremo. Sembra assurdo ma è così. Le opzioni sono o prenotare al ristorante chiedendo ripetutamente un posto con il televisore in bella vista, oppure ascoltarlo in filodiffusione. Un sottofondo costante nelle vie che dal mare portano al centro città, fra bar stracolmi di gente e djset improvvisati.
Oltre al danno la beffa. Il Suzuki stage di Piazza Colombo permette l’ingresso fino a capienza per seguire gli artisti che ogni sera si esibiscono (Gaia lunedì, poi a seguire Bresh, The Kolors, Francesco Gabbani, i Pooh). Una volte terminate le tre canzoni che l’artista propone, di cui una sola in diretta con il Festival, le persone cominciano a defluire, la piazza si vuota ma i varchi restano chiusi e i funzionari dicono che hanno avuto ordine di non aprire. Nonostante il monitor al centro del palco continui a trasmettere la diretta del festival, gli alti panelli messi quest’anno attorno alla piazza non permettono di vedere nulla, se non arrampicandosi da qualche parte o spiando da uno spiraglio. Quasi come fosse una colpa voler guardare il Festival di Sanremo a Sanremo!
