Kate Middleton a Reggio Emilia: il ritorno alla vita tra i “cento linguaggi” dei bambini

L’abbiamo vista muoversi con eleganza in mezzo a un rinfresco tipico fatto di erbazzonetorta di riso e la caratteristica acqua profumata, ma anche stendere la pasta per realizzare i tortelli oltre a mettere le mani nella creta. Tutto questo ponendo domande continue ai bambini e mostrando un interesse sincero per il loro benessere. Si conclude la visita della principessa Kate a Reggio Emilia, il suo primo viaggio ufficiale fuori dal Regno Unito dopo le cure per la malattia scoperta nel 2024. Due giorni intensi nel nostro paese per “toccare con mano” il Reggio Emilia Approach, prima tappa di un tour internazionale del Royal Foundation Centre for Early Childhood, l’ente da lei fondato e dedicato alla prima infanzia, all’educazione e allo sviluppo dei più piccoli. Ma cosa prevede esattamente questo metodo emiliano, oggi rinomato e studiato in tutto il mondo?

Dalla vendita di un carro armato…

Le radici di questa esperienza sono molto profonde e risalgono al 1945, subito dopo la fine del conflitto mondiale. A Villa Cella, un piccolo gruppo di donne coraggiose organizzate attorno all’Udi (Unione donne italiane), decise di raccogliere i fondi necessari per costruire una scuola vendendo un carro armato, sei cavalli e tre camion abbandonati dai tedeschi in ritirata. Fu con il ricavato di quel “bottino di guerra” che nacque il primo asilo del popolo, simbolo di una comunità che voleva ripartire investendo sul futuro dei propri figli.

…alla rivoluzione pedagogica

Da lì prese le mosse una filosofia educativa visionaria ideata e sviluppata poi negli anni ’60 da Loris Malaguzzi, nato proprio nella campagna reggiana, che scelse di porre il bambino al centro come soggetto attivo e portatore di diritti.

Il logo del Reggio Emilia Approach di Loris Malaguzzi

Quella che era nata come un’esigenza pratica e collettiva divenne presto un’educazione capace di contribuire al cambiamento della società. Dal 1963, anno in cui venne inaugurata la prima scuola d’infanzia comunale, fino all’avvio dei nidi negli anni successivi, i principi cardine sono rimasti gli stessi: la tutela della creatività e il rafforzamento dell’autonomia del bambino. Il metodo si fonda infatti sull’idea che i bambini abbiano forti potenzialità e che l’apprendimento non debba essere trasmesso rigidamente dall’alto, ma debba scaturire dalla relazione e dall’esperienza diretta. Fondamentali per generare questo sono figure come l’atelierista che aiutano i piccoli a esplorare il mondo attraverso molteplici forme espressive, trasformando gli spazi scolastici in luoghi aperti e luminosi di scoperta.

La certezza di Malaguzzi: invece il cento c’è

Il cuore pulsante di questa filosofia è racchiuso nei versi celebri di Loris Malaguzzi, che rivendicano la complessità dell’infanzia contro ogni tentativo di standardizzazione di seguito riportati. Il bambino è fatto di cento: ha cento lingue, cento mani, cento pensieri e cento modi di pensare, di giocare e di parlare. Eppure, la scuola e la cultura spesso gli rubano novantanove di queste possibilità, separando la testa dal corpo e dicendogli di pensare senza mani o di capire senza allegria. Il metodo reggiano nasce proprio per restituire al bambino quella totalità, opponendosi a chi sostiene che il gioco e il lavoro, la scienza e l’immaginazione siano cose che non possono stare insieme. Contro chi vuole convincerlo che il cento non esiste, il bambino di Reggio risponde con forza che, invece, il cento c’è.

La notorietà internazionale del metodo
L’annuncio di Newsweek delle dieci scuole migliori del mondo

La consacrazione definitiva arrivò nel 1991, quando il prestigioso settimanale americano Newsweek inserì la scuola comunale Diana, situata nel Parco del Popolo, tra le dieci migliori istituzioni educative al mondo. Questo riconoscimento attirò rapidamente l’attenzione della stampa e degli esperti mondiali, scatenando una pioggia di proposte di visite e scambi educativi. Dopo la scomparsa di Malaguzzi nel 1994, il Comune ha dato vita a Reggio Children, il centro internazionale intitolato al pedagogista che promuove il Reggio Emilia Approach oltre i confini nazionali. Si tratta di una rete vastissima che oggi abbraccia e ispira scuole in ben 145 Paesi e territori del pianeta.

L’amore di Kate per l’Italia: un legame che viene da lontano

Tra bandierine italiane e Union Jack, l’accoglienza per la Principessa è stata calorosa: signore in tailleur e cappellini in stile Queen Elizabeth e bimbi vestiti a festa con palloncini hanno colorato le piazze reggiane e le tappe del viaggio. L’Italia ama Kate e la Principessa ama l’Italia, tanto da averlo scelto per il suo ritorno sulla scena internazionale dopo i mesi della malattia. Si tratta di un legame che affonda le radici nel passato: nel 2000, durante il suo anno sabbatico prima dell’università, Kate trascorse diversi mesi anche in Emilia prima di trasferirsi a Firenze per storia dell’arte al British Institute e imparando la lingua italiana, conservando da allora ricordi bellissimi del nostro territorio.

 

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Durante la tappa a Reggio, Kate ha visitato luoghi simbolici come la Sala del Tricolore e il Centro Internazionale Loris Malaguzzi, concludendo poi la sua visita alla scuola Anna Frank nel quartiere Rosta Nuova. Come dichiarato da un portavoce di Kensington Palace, la Principessa era impaziente di osservare come il metodo favorisca ambienti in cui le relazioni umane sostengono lo sviluppo infantile. Il sindaco di Reggio Emilia, Marco Massari, ha confermato che Kate ha chiesto espressamente una visita privata e informale, desiderando calarsi il più possibile nella quotidianità delle scuole per comprendere come la curiosità dei bambini possa essere trasformata in vera conoscenza.

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