“Di chi sono i nostri giorni?”. È questa la domanda che risuona nella testa delle persone nelle sale cinematografiche con l’uscita de La Grazia, l’ultimo lavoro di Paolo Sorrentino. A pronunciarla è Dorotea De Santis (Anna Ferzetti), figlia del Presidente della Repubblica Mariano De Santis (Toni Servillo). Il film non si limita solo a raccontare la politica e le stanze del Quirinale ma entra fra gli altri temi etici con forza nel dibattito sul fine vita, esplorando il delicato equilibrio tra sofferenza individuale, autodeterminazione e responsabilità delle istituzioni. Lo stesso Sorrentino ha raccontato ad Aldo Cazzullo in un’intervista al Corriere della Sera la sua speranza che la pellicola possa riaccendere il dibattito su una regolamentazione sistematica della legge in Italia.
Il dilemma del Colle: tra etica e Ragion di Stato
Il Presidente De Santis incarna il tormento di un uomo delle istituzioni davanti a una scelta che va oltre il diritto. Se da un lato il rifiuto di una legge sul fine vita lo farebbe sentire un “torturatore” del dolore delle persone, dall’altro l’approvazione lo porrebbe ai suoi occhi quasi come un “assassino”. Il personaggio, pur essendo di fantasia, richiama le figure di giuristi cattolici come Oscar Luigi Scalfaro e Sergio Mattarella ma Sorrentino chiarisce che l’analogia si ferma qui: il suo Presidente è un uomo solo, sospeso tra la sua fede e la necessità di rispondere a un Paese che chiede risposte (laiche) soprattutto dalle nuove generazioni. La politica, nel film, appare così come un campo di gioco dove si scontrano la rigidità dei principi e l’urgenza di rispondere alla realtà di tutti i giorni.

Fine vita ed Eutanasia
Un punto cruciale del film è il rapporto con la Chiesa. Qui è necessaria una distinzione fondamentale che il film mette in luce: mentre il fine vita riguarda il complesso dei diritti e delle cure (come il suicidio assistito o la sospensione dei trattamenti), l’eutanasia attiva resta il punto di rottura totale per il mondo cattolico. Il quotidiano Avvenire ha mosso delle critiche al film accusandolo di trattare il tema in modo ideologico e di proporre una figura di Papa “caricaturale”. Secondo i critici cattolici, il film non offrirebbe reali alternative, riducendo le motivazioni del “no” a una generica legge divina astratta, senza considerare le ragioni umane e razionali di chi si oppone a una legge che percepisce come una minaccia alla sacralità della vita.
La realtà dei corpi: il richiamo a Martina Oppelli
Per Sorrentino, la questione non è solo teorica, ma fondamentalmente umana. Il regista si è detto profondamente colpito dalla storia di Martina Oppelli, la donna che ha lottato per anni per ottenere il suicidio assistito in Italia e che, dopo ripetuti rifiuti, è stata costretta a rivolgersi a una clinica in Svizzera. Martina nella sua “confessione testamentaria” ha ribaltato la prospettiva comune: la sua richiesta di morte non era un rifiuto della vita, ma l’ultima difesa di una dignità consumata da sofferenze atroci. Il film spinge lo spettatore a riflettere sul fatto che il diritto a morire, in determinate condizioni di irreversibilità, possa essere considerato l’ultimo atto di rispetto per un’esistenza che ha cercato in ogni modo di resistere.
L’impegno civile dell’associazione Luca Coscioni

In concomitanza con l’uscita del film, l’Associazione Luca Coscioni ha promosso una serie di iniziative sul territorio per sensibilizzare l’opinione pubblica. In Italia, nonostante i ripetuti richiami della Corte Costituzionale e le migliaia di firme raccolte per referendum e proposte di legge, manca ancora una normativa unitaria che superi la frammentazione regionale. L’assenza di una legge chiara non è una forma di neutralità o di tutela dei più deboli, ma una scelta politica che delega ai tribunali o alle “disobbedienze civili” compiti che spetterebbero al Parlamento. La sentenza “Cappato” ha già sancito che in determinati casi “i nostri giorni sono nostri”, permettendo a dodici persone l’accesso alla morte medicalmente assistita, ma molte altre restano in attesa in un limbo burocratico e umano.
Ma allora, nel mondo reale, di chi sono i nostri giorni? Sorrentino sembra suggerire che la risposta non risieda in una formula giuridica, ma nella capacità di abitare l’esistenza con amore e soprattutto con il beneficio del dubbio. Il film si chiude con una nota di ironia, quel talento tipico del regista per l’autoironia che serve a salvarci dagli altri e da noi stessi. Perché, forse, la “grazia” più grande è proprio quella di restare umani anche di fronte all’enigma della fine.