“Don Don Don” scriveva Pascoli in una delle sue poesie più celebri. Un suono rassicurante, quasi ipnotico, capace di addolcire il dolore del presente e accompagnare verso la quiete dell’oblio. Alla Biennale di Venezia, però, quello stesso rintocco perde ogni consolazione. Ogni giorno, allo scoccare dell’ora, una campana suona. Ma al suo interno non c’è il classico batacchio di ferro: c’è il corpo nudo di una donna appesa a testa in giù che, oscillando, percuote il metallo con il proprio fianco. Non un invito alla pace, ma uno shock che interrompe la normalità e costringe a guardare. È l’opera di Florentina Holzinger, l’artista austriaca più apprezzata e discussa di questa edizione. Capace di trasformare il corpo umano, soprattutto quello femminile, in uno spazio di tensione dove convivono vulnerabilità, potere e scandalo. E attraverso cui interrogare il nostro tempo.
Chi è l’artista?
Florentina Holzinger, un’artista austriaca di quarant’anni, non nasce nel mondo dell’arte visiva ma dalla danza. O meglio, dal fallimento dell’idea tradizionale di essa. Dopo un’adolescenza dedicata all’acrobatica e allo sport, ha provato ad accedere a numerose accademie di danza, ma è stata respinta. Aveva un “corpo sbagliato”. E questo rifiuto è diventato il nucleo della denuncia politica alla base delle sue performance: chi decide quali corpi hanno il diritto di stare su un palco?

Oggi le sue esibizioni sembrano musical post-apocalittici dove convivono opera lirica, stunt, rituali cattolici e body horror. In lavori celebri come Tanz (2019), ha smontato il balletto classico mostrandone il “dietro le quinte” più cruento. Sangue, aghi, allenamenti interminabili, sacrifici e la violenza di una disciplina sfiancante che il palcoscenico solitamente nasconde. Con Sancta (2024) – la sua prima opera più discussa, perché ispirata a Sancta Susanna – ha scavato a fondo i rituali del cattolicesimo, rapportandoli alla realtà. Al centro dello spettacolo corpi queer e femminili, protagonisti di messe, martiri, confessioni. Fino a raggiungere l’estasi religiosa. Lo spettatore si lascia andare ed entra nel vortice di emozioni che l’esibizione gli scatena. Una specie di catarsi collettiva, che ha provocato diversi malori tra il pubblico.
Seaworld Venice
È questo il titolo del padiglione austriaco. Quello spazio – progettato da Josef Hoffman come un “tempio dell’arte”, dove produrre contemplazione e ordine – oggi è diventato il palcoscenico perfetto per le esibizioni di Holzinger. Al centro della narrazione c’è l’acqua. Un omaggio alla città, ma anche simbolo della sua fragilità e del suo essere ormai consumata dal turismo di massa. E poi ci sono i corpi femminili nudi. Donne di ogni età e dalle diverse fisicità. È il modo dell’artista di attirare l’attenzione del pubblico, abbattere i tabù e inviare un messaggio politico forte. Inizialmente Holzinger voleva sommergere l’intero spazio, rendendolo visitabile solo tramite l’immersione. Voleva sottolineare il legame precario della città con l’acqua. Poi però ha cambiato idea per le acque veneziane troppo torbide. E forse così riesce a sottolineare uno dei temi delle sue opere: un elemento naturale soffocato dall’artificiale.
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La donna-campana, che ogni ora si appende all’interno della campana e oscilla per farla suonare, è l’opera più acclamata del padiglione. Un rito che denuncia l’autorità patriarcale e l’abuso storico della Chiesa sui corpi femminili. Poco distante poi, una performer vive immersa per quattro ore in una vasca: è una “anti-Venere” che abita gli scarti altrui. La metafora di come il benessere di pochi dipenda dall’esposizione di altri alla sporcizia. Perché l’acqua presente nel contenitore è il risultato di un filtraggio della pipì fatta dei visitatori nei bagni chimici accanto alla vasca. All’interno della Biennale, una moto d’acqua sfreccia in una piscina. Una caricatura dell’overtourism che consuma la città che affonda. Infine, su quella che l’artista stessa ha definito una «gigantesca banderuola metallica», altre performer nude inscenano una “deposizione di Cristo”, trasformando il padiglione in una liturgia acquatica che interroga la capacità dell’uomo di sopravvivere in un mondo al collasso.
La reazione del pubblico
La risposta della gente è stata travolgente, rendendo il padiglione il più fotografato e visitato dell’intera Biennale, con lunghe file davanti alla vasca. Sui social, i video della donna-campana sono diventati immediatamente virali. Spesso, però, ridotti a pura provocazione. Tuttavia, per Holzinger, lo shock è solo un gancio per costringere il pubblico a guardare ciò che normalmente preferirebbe ignorare: la vulnerabilità dei corpi e il collasso dell’ecosistema.