12 luglio 2016, ore 11.05. Km 51 del binario unico alternato che collega le città di Andria e Corato, in Puglia, nel nord barese. Su quello stesso binario viaggiano contemporaneamente due treni, in direzione opposta. Non dovrebbero essere lì, quello partito da Andria avrebbe dovuto aspettare l’arrivo dell’altro mezzo in stazione, prima di partire. Ma così non è. I due treni ci sono, uno di fronte all’altro. Impatto.
La prima telefonata arrivata dal luogo dell’incidente ai soccorsi: una donna in lacrime chiede urgentemente aiuto
L’incidente
Sarà di 23 morti e 51 feriti il drammatico bilancio ufficiale della strage dei treni in Puglia, uno dei più grandi disastri ferroviari della Penisola. Una ferita ancora aperta, per le famiglie, ma anche per le comunità cittadine di Andria e Corato. «Quando ho ricevuto la chiamata che mi informava del disastro – spiega Massimo Mazzilli, sindaco di Corato nel 2016 – lasciai tutto e andai sul posto». Il luogo dello schianto era in aperta campagna, complicato da raggiungere anche per i soccorsi.
«Iniziai ad attraversare un uliveto. Non vedevo i convogli, ma mi resi conto che c’erano dei rottami, la cosa mi allarmò molto». Giunto di fronte ai resti dell’incidente, l’ex sindaco racconta di essersi trovato di fronte ad una «scena catastrofica: c’era un groviglio di lamiere, questi treni che si erano fusi e salivano in alto. Non riuscivo a credere alla gravità della cosa, più che uno scontro tra treni mi sembrava un disastro aereo».

«Siamo rimasti ininterrottamente sino alle ore notturne con tutti coloro che si sono spesi per cercare di salvare quante più vite umane possibili» ricorda inoltre Nicola Giorgino, sindaco di Andria al momento della tragedia. Entrambi elogiano ancora oggi gli sforzi compiuti dall’imponente macchina dei soccorsi, che arrivò a contare più di 400 persone operative sul luogo dell’incidente e le cui attività si protrassero per oltre 24 ore.
L’importanza della memoria

A dieci anni dall’incidente, la memoria resta più viva che mai nelle comunità del nord barese. La città di Corato, come ogni anno, ricorda le vittime con una cerimonia ufficiale all’esterno della stazione ferroviaria, apponendo una corona vicino alla targa commemorativa già presente da qualche anno.
Nella città di Andria, colpita dal maggior numero di vittime nel disastro, si è tenuto un momento di commemorazione congiunto tra i sindaci di tutti i comuni attraversati dalla rete ferroviaria, alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
«Quell’incidente ha rappresentato una cesura forte, una ferita profonda per la comunità», spiega l’attuale primo cittadino di Corato, Corrado De Benedittis, che ci racconta anche come in città sia ancora forte il ricordo delle due vittime coratine. Luciano Caterino, 37 anni al momento dell’incidente e macchinista di uno dei due convogli; e Francesco Ludovico Tedone, 17enne appena rientrato da uno scambio interculturale in Giappone, che viaggiava in quel momento per andare a salutare i suoi compagni di classe.
Per tenere vivo il suo ricordo, i suoi familiari hanno dato vita ad un appuntamento che si ripete ogni anno nel periodo precedente l’anniversario della strage. Si chiama Komorebi – in giapponese indica la luce che filtra tra le foglie degli alberi; a Corato, indica la luce di Francesco – e include una serie di eventi che riprendono alcuni tratti della cultura giapponese alla quale il ragazzo era fortemente appassionato.

Tra ricordo e rabbia
Accanto al ricordo, e altrettanto forte, resta però la rabbia. Rabbia per una tragedia tanto dolorosa quanto evitabile. Il sistema del blocco telefonico, che regolava la circolazione su quel binario unico, era obsoleto, e andava ammodernato ben prima che 23 vittime accendessero definitivamente la luce su questo problema.
Giorgino parla di «profonda sofferenza e incredulità» nel richiamare quanto accaduto, Mazzilli ricorda come «quella tragedia servì a dare una scossa ai lavori, che oggi sono ancora in corso». Una storia che, purtroppo, si sente raccontare davvero troppo spesso nel nostro Paese. Assieme ad un altro tipo di storia, che tristemente si intreccia con quanto accaduto dopo quel 12 luglio 2016. La frustrazione dei parenti delle vittime dopo anni e anni di battaglie legali.

Un processo ancora in corso
Il 29 settembre 2025 la Corte d’Appello di Bari ha infatti confermato le decisioni già prese in primo grado dal Tribunale di Trani. Sei anni e tre mesi per il capostazione di Andria, Vito Piccarreta, e sei anni e nove mesi per Nicola Lorizzo, il capotreno a bordo del convoglio partito da Andria verso Corato, sopravvissuto all’incidente.
Assolti tutti gli altri 14 imputati, tra i quali figuravano elementi di vertice della Ferrotramviaria – azienda titolare dei trasporti nel nord barese – oltre alla stessa compagnia. Tradotto: in base alla verità processuale, a causare l’incidente sarebbe stata esclusivamente la condotta dei due ferrovieri. Difficile da credere, dato che i rischi del sistema in uso erano già emersi dopo che nel 2014 si era sfiorato un altro incidente sulla stessa linea ferroviaria.
Sono passati 10 anni dal terribile incidente ferroviario tra Andria e Corato. Per 32 ore consecutive, oltre 50 #vigilidelfuoco operarono tra le lamiere dei 2 convogli alla ricerca di tutte le persone a bordo.
Il ricordo del nostro aereosoccorritore Ottavio Trerotoli, che insieme… pic.twitter.com/YYUmSGfg59
— Vigili del Fuoco (@vigilidelfuoco) July 12, 2026
«Nella comunità c’è questa sensazione che le dinamiche di quell’incidente rimandino ad una situazione ben più complessa» spiega De Benedittis. Secondo le tesi dell’accusa, la Ferrotramviaria avrebbe potuto automatizzare il sistema del blocco telefonico con investimenti pari a circa 660mila euro, evitando così la strage. Da qui la decisione, da parte della Procura di Trani, di presentare ricorso in Cassazione: l’udienza è fissata per il 7 ottobre 2026.
«Ciò che è stato fatto dopo si poteva fare più velocemente?» prosegue il sindaco di Corato, che precisa come si tratti di «legittimi interrogativi che tutti ci imponiamo, anche rispetto ad un Mezzogiorno che deve fare passi in avanti nel percorso di modernizzazione». A dieci anni dall’incidente la ferita dunque è ancora aperta, e la rabbia più viva che mai, per una tragedia che andava evitata: il ricordo di quanto accaduto, e di chi purtroppo ha perso la vita, però, non si spegnerà mai.