Il Trentino Alto Adige come Sherwood. A partire dal 2027, nella regione sarà possibile cacciare i cinghiali con arco e frecce. Una soluzione sperimentale ma che l’ISPRA accoglie con ottimismo. Potrebbe aiutare a tenere sotto controllo il problema dell’eccessiva proliferazione della specie in maniera meno invasiva rispetto all’uso delle armi da fuoco.
Il controllo dei cinghiali
Negli ultimi anni, la presenza di cinghiali in diverse aree del territorio italiano è aumentata esponenzialmente, anche nei centri urbani. L’ Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale (ISPRA) considera questo incremento come il problema principale nella gestione della fauna. È da questa necessità che nasce la decisione del Trentino di consentire la caccia a questi animali con arco e frecce. La Provincia di Trento rassicura che coloro che vogliono cimentarvisi dovranno acquisire l’apposita licenza di “controllore del cinghiale”. Una volta abilitati, dovranno seguire dei corsi appositi e attenersi a precise linee guida, come quella di tirare da una distanza tra i 15 e i 20 metri. L’ISPRA è fiduciosa che questo possa portare a un contenimento del numero di cinghiali, contribuendo anche a ridurre il rischio di diffusione della peste suina africana. Sempre secondo l’Istituto l’uso delle frecce consente una migliore «identificazione dell’animale oggetto di prelievo».

Un ottimismo per nulla corrisposto dalle associazioni animaliste, che si sono dette totalmente contrarie a quanto stabilito dalla Provincia. L’OIPA l’ha definita «Una decisione anacronistica e assurda», l’ENPA evidenzia un altro aspetto: «Non basta uccidere gli animali: li si condanna a una sofferenza ancora maggiore». Con questo si riferisce al fatto che l’uso delle frecce aumenta il rischio di non uccidere direttamente l’animale, lasciandolo agonizzante anche per diverse ore. In aggiunta, viene condannata anche la scarsa preoccupazione verso l’incolumità di turisti ed escursionisti, che sarebbero esposti al pericolo di essere colpiti inavvertitamente.
Il ddl caccia
Tutto questo avviene in un periodo in cui al centro del dibattito c’è anche quello ormai noto come “ddl sparatutto”. Un provvedimento che mira a riformare la legge 157 allungando le stagioni di caccia, consentendo l’uso di uccelli vivi come richiami e inserendo nuove specie nella lista degli animali cacciabili. Se il ddl verrà approvato, i cacciatori verrebbero considerati “bioregolatori”, il che consentirebbe loro di operare in aree finora inaccessibili. Già approvato al Senato e al momento bloccato alla Camera, il ddl caccia ha raccolto un vasto numero di detrattori. Su tutti l’ISPRA, che vedrebbe il suo ruolo notevolmente ridimensionato. La LIPU, associazione a tutela degli uccelli, sostiene che «se approvato, aumenterà la pressione venatoria con un impatto negativo e potente sulla biodiversità».
Il 94% degli italiani è contrario al ddl caccia. Eppure il testo avanza: da oggi iniziano le audizioni alla Camera. Oltre 159mila firme chiedono di fermarlo. https://t.co/DtkXlGXapW pic.twitter.com/qiVvKiYDKz
— greenreport.it (@Greenreport_it) July 7, 2026
Le pressioni sono arrivate anche da Bruxelles, con il Consiglio d’Europa che ha bocciato alcuni punti definendoli incompatibili con il diritto comunitario. Un campanello d’allarme che ha portato a reinserire il divieto di utilizzo di proiettili al piombo nelle aree umide. I fronti su cui la caccia accende la discussione, dunque, non accennano a diminuire.