Sequestro Cristina Mazzotti: la giustizia arriva dopo mezzo secolo

Si chiude dopo 51 anni e con due ergastoli la vicenda del sequestro e dell’omicidio di Cristina Mazzotti. Il 4 febbraio la Corte d’assise di Como ha condannato Giuseppe Calabrò, 81 anni, e Demetrio Latella, 71 anni, per il reato di omicidio aggravato loro ascritto.

La sentenza della Corte d’Assise di Como

Nella sentenza i giudici hanno stabilito anche una provvisionale (una liquidazione parziale) di 600 mila euro a favore di ciascuna delle parti civili Marina e Vittorio Mazzotti, rispettivamente la sorella e il fratello di Cristina. Hanno dichiarato poi l’improcedibilità per intervenuta prescrizione del reato di sequestro di persona a scopo di estorsione. 

Assolto il terzo imputato, Antonio Talia, per non aver commesso il fatto e nessuna sentenza per il quarto imputato, Giuseppe Morabito, morto prima della conclusione del processo.

L’aula della Corte d’assise di Como il giorno della sentenza (il Post)

In aula, durante la lettura del dispositivo della sentenza erano presenti anche gli studenti del Liceo classico Carducci di Milano, frequentato all’epoca dalla giovane Cristina. Con loro, Libera, una rete di associazioni impegnate nella lotta contro la mafia. 

In prima linea il fratello Vittorio, che è arrivato in aula affiancato dai figli e dalla moglie, senza la sorella Marina. L’uomo non ha rilasciato dichiarazioni, ma tramite i legali Fabio Repici ed Ettore Zanoni ha manifestato la propria soddisfazione per “una bella pagina di giustizia”.

Si è detto soddisfatto anche Francesco Nucera, il legale di Antonio Talia, mentre ha annunciato un ricorso l’avvocato Maurizio Antoniazzi, il legale di Demetrio Latella, unico reo confesso della partecipazione al sequestro. Nessun commento invece dal difensore di Giuseppe Calabrò.

La vicenda del rapimento

Era il 1975 quando Cristina Mazzotti, diciottenne di Milano, veniva rapita mentre rientrava ad Eupilio, la località in provincia di Como in cui si trovava la seconda casa di famiglia. 

Nell’ambito dell’ondata di rapimenti che hanno interessato la Lombardia a partire dagli anni Settanta, la ragazza fu la prima donna rapita dalla ‘ndrangheta nel nord Italia, nonché la prima a morire a seguito del sequestro. 

Prelevata con la forza dall’auto su cui viaggiava con il fidanzato e un’amica, Cristina Mazzotti venne portata in una cascina nel Varesotto e tenuta prigioniera in una buca scavata nel terreno all’interno di un garage del cascinale «Padreterno», a Castelletto Ticino.

La buca in cui si trovava Cristina Mazzotti

In quel vano alto circa un metro e quaranta, largo un metro e sessantacinque e lungo poco più di un metro e mezzo, Cristina dovette rimanere per 28 lunghi giorni. Non poteva neanche stare in piedi e poteva nutrirsi solo due volte al giorno, con dei panini. 

Per respirare poteva fare affidamento solo su un piccolo tubo di plastica di cinque centimetri di diametro e, per evitare che si agitasse, veniva costantemente tenuta sotto l’effetto di sedativi, salvo che nei casi in cui i rapinatori volevano che scrivesse alla famiglia per chiedere il riscatto. 

In quei casi le somministravano degli eccitanti e la costringevano a scrivere. «Papà, ti prego, paga… Non ce la faccio più». Oggi in aula la lettura di alcuni stralci delle lettere.

Le richieste di riscatto e il ritrovamento del corpo

I sequestratori chiedevano un miliardo e 50 milioni di lire, l’equivalente di 7 milioni di euro, ma il padre di Cristina, un imprenditore, riuscì a recuperare solo una parte di quella somma. Quando fu pronto per consegnarla, però, la figlia era già morta, stroncata dalle massicce dosi di tranquillanti ed eccitanti. 

Prima che morisse i sequestratori avevano tentato di salvarla portandola in un appartamento a Galliate, un comune nel novarese, ma non c’era stato nulla da fare e così abbandonarono il suo corpo.

La discarica in cui è si trovava il corpo di Cristina Mazzotti

«Nella discarica troverete una carrozzina e una bambola rotta. Ecco, scavate lì sotto. C’è la ragazza» – disse Latella, oggi condannato – «La discarica è quella del “Varallino”, alla periferia di Galliate». Il corpo di Cristina Mazzotti venne ritrovato il primo settembre 1975, a due mesi dal suo rapimento. Il padre morì d’infarto sette mesi dopo.

L’Iter del processo. I precedenti della Corte d’Assise di Como

Gran parte del merito della sentenza pronunciata il 4 febbraio dalla Corte d’assise di Como appartiene all’avvocato Fabio Repici, che nel 2021 aveva seguito un altro processo in cui era accusato Latella, ovvero quello per l’omicidio del giudice Bruno Caccia, ucciso dalla ‘ndrangheta a Torino nel 1983. Durante le sue ricerche su Latella, Repici ritenne non fondate le ragioni che nel 2011 avevano portato all’archiviazione della sua posizione nell’inchiesta sul rapimento di Cristina Mazzotti e, segnalando la sentenza della Corte di Cassazione che stabiliva l’imprescrittibilità dell’omicidio volontario, a prescindere dalle attenuanti eventualmente riconosciute, chiese la riapertura del caso Mazzotti.

Avvocato Fabio Repici

L’avvocato fece quindi un esposto e nel 2025 ottenne dalla gup (giudice dell’udienza preliminare) Angela Minerva la riapertura del caso. «La sentenza della Corte di Assise di Como è una pagina di grande dignità della giurisdizione. Rende omaggio alla memoria di Cristina Mazzotti e al dolore dei congiunti. E finalmente segna il crollo dell’impunità di Demetrio Latella e soprattutto di Giuseppe Calabrò, capo indiscusso della Ndrangheta in Lombardia», ha dichiarato l’avvocato Fabio Repici dopo la lettura del dispositivo della sentenza. Vale la pena, però, chiedersi fino a che punto una giustizia lenta cinquant’anni possa davvero onorare il ricordo di una vittima.

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